Nel Napoli degli infortunati servono spiegazioni, non accuse. Altrimenti si rischia di normalizzare il declino

Inutile illudersi, il mercato di gennaio è roba da rattoppi (vedi Okafor). In questo clima da deriva, vale la pena ricordare che il Napoli è ancora in corsa in Champions, campionato e Coppa Italia

Napoli

Ni Napoli 14/01/2026 - campionato di calcio serie A / Napoli-Parma / foto Nicola Ianuale/iImage Sport nella foto: Scott McTominay-Enrico Delprato

Il giorno dopo Napoli-Sassuolo è la conta dei reduci, ma la rassegna stampa ha la fretta di giudicare. Si sfogliano i giornali come bollettini clinici scritti da chi il termometro non l’ha mai tenuto in mano. Eppure questi ragazzi andrebbero solo applauditi. Perché i calciatori non sono figurine né superuomini: sono macchine complesse, e quando la manutenzione è scadente non protestano, si fermano. La rassegna stampa domenicale, si diceva, si concentra tutta sul mercato. Il presidente infastidito, l’allenatore che “chiederebbe” rinforzi, come se gennaio fosse una scorciatoia morale. Il mercato è la panacea di tutti i mali giornalistici: spiega tutto senza spiegare niente.

Ma a gennaio non si rivoluzionano le squadre, al massimo si riempiono caselle, si rattoppa. Ricordate Okafor? Ecco. Il resto è letteratura d’occasione. Anche perché il Napoli non può aprire il portafogli e spendere, sebbene ne avesse la possibilità, perché ha il mercato a saldo zero. Una maniera chirurgica per stoppare la florida gestione De Laurentiis. Meglio i debiti che i conti a posto.

Intanto è già vigilia di Champions, che arriva sempre quando non hai ancora finito di contare i cerotti. Il Napoli, diciamolo, non sta in piedi. È terzo per inerzia, sì, ma per inerzia di qualità: perché è forte, davvero forte. E perché questi calciatori sono attaccati alla maglia, la sudano davvero, non solo metaforicamente. È una squadra che va avanti più per coscienza che per condizione. Ieri, per esempio, Lobotka e McTominay erano gli unici due centrocampisti rimasti. Con Elmas fuori e Vergara già sostituito, il centrocampo era un corridoio di sopravvivenza. Eppure ho letto, da qualche parte, che qualcuno li ha accusati di essere poco brillanti. Poco brillanti. Come se la brillantezza fosse un optional, come se la fatica non fosse una legge della fisica. Così si stampano manifesti di entropia: si certifica il disordine senza cercarne le cause. E allora una domanda, piccola e cattiva, resta sospesa: il preparatore atletico esisterà? Avrà un nome, una voce, una relazione scritta? Documenterà? Relazionerà? O è una figura mitologica, evocata solo nei momenti di bisogno? E i medici, i fisioterapisti, questi artigiani silenziosi del corpo altrui: parlano tra loro, si ascoltano, decidono? O anche lì si aspetta gennaio, come se fosse una risonanza magnetica collettiva? Chi sa, parli o meglio chi può interroghi per il bene della verità se la verità la vogliono rendere pubblica ovviamente.

Nel frattempo il Napoli è ancora su tre fronti: Champions, campionato, Coppa Italia. Non è poco, non è scontato. È una Miseria e Nobiltà capovolta, dove Totò apre il baule e tira fuori gli abiti — qui sono i calciatori — e li mostra al marchesino. E dice, con quella filosofia da sopravvissuto: «Con questi, facciamo Pasqua, Natale e Ferragosto». Adesso, serve guardarsi allo specchio e chiedersi chi ha lasciato che questa squadra arrivasse così, incerottata e silenziosa, a giocarsi tutto. Perché le squadre non crollano all’improvviso: cedono lentamente, sotto gli occhi di chi aveva il dovere di vigilare. E se nessuno viene chiamato a rispondere, allora il rischio non è perdere una partita, ma normalizzare il declino. E quello, sì, sarebbe imperdonabile.

Scrittore, giornalista e autore teatrale, con una passione profonda per la musica e il calcio, tifoso del Napoli.

ilnapolista.it © Riproduzione riservata
Correlate