Napoli-Sassuolo è la conta degli uomini nelle tende mediche di un campo di battaglia

Il Napoli sembra avere paura, ma solo dei propri muscoli. Una mattanza che chiede spiegazioni logiche, a meno di convertirsi — per comoda pigrizia — al culto della iella.

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Ni Napoli 17/01/2026 - campionato di calcio serie A / Napoli-Sassuolo / foto Nicola Ianuale/Image Sport nella foto: Pasquale Mazzocchi-Edoardo Iannoni

Napoli–Sassuolo sembra il titolo di una partita, ma in realtà è la conta degli uomini nelle tende mediche di un campo di battaglia. Più che una distinta, un bollettino. E allora quei tre punti diventano oro vero, non luccicante: oro di Resistenza. Gli azzurri partigiani, sporchi di fango e dignitosi, degni di un encomio più morale che sportivo. Nel calcio non esistono miracoli, ma neppure la malasorte come alibi eterno. Prima o poi bisogna smettere di guardare il cielo e cominciare a guardarsi allo specchio. Le responsabilità non sono una bestemmia: sono una domanda. Il preparatore atletico, per dire, viene mai interrogato dalla società dopo l’ennesima defezione? Ce lo chiediamo, ce lo chiedono i muscoli che cedono, lo chiedono i minuti che pesano come piombo. Non per trovare un colpevole, ma almeno una spiegazione.

La partita, in sé, ha poco da raccontare e lo fa anche con una certa pigrizia. Noiosa, subito abbracciata e messa in cassaforte da un destro al volo del professor Stanislav Lobotka, detto Stani per abbreviare la poesia. Un gioiello, di quelli che si guardano due volte per assicurarsi che sia successo davvero. Poi poco altro: gestione, attesa, e quell’esporsi misurato alla mediocre vena offensiva degli emiliani, che più che assediare bussano educatamente. Tornare a vincere, certo, dopo quattro punti buttati contro le piccole, che poi tanto piccole non sono mai quando ti prendono per distrazione. Si è vinto e il Var, per una sera, ha scelto il silenzio: anche questa è una notizia.

Del primo tempo si è già detto, il gol e poi a difendere senza nemmeno troppi affanni, come chi sa che la coperta è corta ma decide di tirarla dalla parte giusta. Nella ripresa si prova a partire forte, ma più che una ricerca tattica sembra confusione, un rumore di fondo senza spartito. Poi si accasciano prima Elmas, poi Amir, e nel mezzo arriva una parata provvidenziale del gigante serbo, a ricordare che anche l’istinto ogni tanto salva più della lavagna. Il Napoli sembra avere paura, ma solo dei propri muscoli. E infatti anche Politano, nel recupero, si tocca il flessore come si controlla un portafoglio dopo una spinta. Una mattanza che chiede spiegazioni logiche, a meno di convertirsi — per comoda pigrizia — al culto della iella. Ma a quel punto non saremmo cronisti sportivi: saremmo fattucchieri, e pure poco credibili. Vergara corre, si offre, prova. È generoso e questo, nel calcio moderno, è già una forma di nobiltà. Ha spunti interessanti, ma niente orpelli: non è giovane, non è una promessa. È un calciatore fatto e finito. E dirlo non è un’offesa, è una definizione. In un mondo che vive di prospettive e slide, ogni tanto serve qualcuno che sia semplicemente presente. E allora lo sguardo si sposta avanti, quasi per necessità più che per entusiasmo.

Ora c’è la trasferta di Champions, con l’urgenza — e non più la scontatezza — di centrare una qualificazione che oggi avrebbe il sapore delle cose meritate due volte. Prima per il campo, poi per la fatica. Poi da Copenaghen direttamente a Torino, senza nemmeno il tempo di respirare, come nei viaggi lunghi che si fanno quando non si può scegliere. Nel frattempo, l’auspicio è che qualcuno senta il bisogno di convocare un’urgente riunione, non per distribuire colpe ma per individuare cause. Le defezioni sono troppe per essere archiviate con una scrollata di spalle. La malasorte non è contemplata: è una scorciatoia narrativa, buona per i bar dello sport ma insufficiente per chi deve governare una squadra. La presa di coscienza, invece, è il primo passo verso la risoluzione dei problemi. Tutto il resto è superstizione. E il Napoli, oggi più che mai, ha bisogno di lucidità, non di amuleti.

Scrittore, giornalista e autore teatrale, con una passione profonda per la musica e il calcio, tifoso del Napoli.

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