Per capire il Napoli serve l’analisi energetica più che quella tattica

Ora è una squadra troppo rabberciata, troppo incompleta, per poter fare un'analisi davvero significativa. Bene Vergara che ha anche struttura fisica

Napoli

Ni Napoli 17/01/2026 - campionato di calcio serie A / Napoli-Sassuolo / foto Nicola Ianuale/Image Sport nella foto: Antonio Vergara-Aster Jan Vrankx

Analisi energetica, più che tattica

Fare l’analisi tattica delle partite del Napoli, almeno in questo momento della stagione, è una pratica inestricabilmente legata a un altro tipo di analisi: quella energetica. Nel senso che la squadra di Conte può ragionare, muoversi e reagire alle contingenze intorno a sé solo fino a un certo punto, cioè fino a quando ha una certa autonomia. Nel momento in cui si accende la spia della riserva, la situazione cambia completamente. E allora gli azzurri assumono altre sembianze, si trasformano in qualcosa di diverso, in una massa informe che fa fatica a reggere gli urti e quindi l’urto delle partite. In una squadra che gioca, di fatto, solo di nervi e per inerzia. In una squadra che non può andare oltre un certo rendimento, anche perché – come vedremo – alcuni cambi dalla panchina impattano in modo praticamente nullo.

La gara contro il Sassuolo, in questo senso, è stata una testimonianza molto più esplicativa rispetto a quelle contro Verona e Parma. Per un motivo piuttosto semplice da individuare: nelle ultime due gare giocate al Maradona, il Napoli non è riuscito a trovare il vantaggio, quindi è stato sempre sospinto da un’evidente urgenza legata al risultato. Contro il Sassuolo, invece, la rete di Lobotka dopo 8 minuti di gioco ha determinato uno scenario diverso. Forse più piacevole per Conte e i suoi giocatori, ma anche più sfidante per la squadra di Grosso. Che, per caratteristiche “genetiche”, è più propensa a costruire gioco che a demolire quello altrui. Lo ha dimostrato, come vedremo, anche al Maradona. E ha potuto farlo perché il Napoli, soprattutto nel secondo tempo, ha restituito una sensazione di scarsa solidità.

Un buon inizio

E qui torniamo di nuovo all’analisi energetica: il Napoli ha iniziato bene e ha tenuto in maniera discreta il campo fin quando ha avuto la forza per farlo. Ha creato e anche concesso occasioni, a pensarci bene contro il Sassuolo le partite vanno più o meno in questo modo per tutte le squadre, ma poi però ha ceduto alla distanza. Forse non ha rischiato di subire il pareggio in maniera clamorosa, in questo senso il dato dei gol attesi (secondo il modello di Sofascore, la squadra di Conte ha prodotto 0,58 xG, quella di Grosso è arrivata a 0,96) dice qualcosa di interessante. Quel che è certo, però, è che il Napoli ha subito l’iniziativa degli avversari. E non ha mai, mai dato l’impressione di poter chiudere la gara segnando il secondo gol.

L’inizio degli azzurri, come detto, è stato promettente. Conte ha scelto ancora di confermare ancora una volta il suo consolidato 3-4-2-1, solo che però ha operato alcuni cambi di formazione piuttosto interessanti: l’inserimento di Vergara nello slot di Neres/Politano, con Beukema braccetto di difesa e Di Lorenzo quinto di centrocampo; Elmas sul centrosinistra alle spalle di Hojlund, con Spinazzola esterno di parte e Juan Jesus nel trio difensivo. La mossa più significativa, però, ha riguardato la posizione dello stesso Elmas in fase di non possesso: il giocatore macedone aveva il compito di seguire Matic praticamente a tutto campo, in modo da inibire la costruzione dal basso del Sassuolo.

Gli accoppiamenti del Napoli in fase di pressing e, nei cerchi azzurri, la marcatura a uomo di Elmas su Matic

Come si vede in questi screen, la mossa relativa all’accoppiamento Elmas-Matic ha determinato, per il Napoli, una perfetta sovrapposizione uomo su uomo in fase difensiva di pressing: Hojlund e Vergara andavano sui due centrali avversari, Di Lorenzo e Spinazzola accorciavano sui terzini; McTominay e Lobotka chiudevano sugli altri due centrocampisti del Sassuolo, ovvero Muharemovic e Lipani, mentre Beukema, Rrahmani e Juan Jesus hanno giocato uno contro uno contro il tridente di Grosso, composto da Fadera, Pinamonti e Laurienté.

Anche fase di possesso, Elmas ha avuto un ruolo fondamentale. Per capire cosa intendiamo, basta guardare come nasce il gol di Lobotka dopo pochi minuti di gioco. Il Sassuolo non alza la pressione fin quando non viene “attirato” dalla costruzione ad alta frequenza degli azzurri, poi il pallone viene servito tra le linee, per la precisione nel mezzo spazio di centro sinistra, grazie a un gran tocco in verticale di Rrahmani. Il giocatore che riceve il pallone in quella porzione di campo, che idealmente sarebbe quella occupata da una mezzala, proprio Elmas:

Una buona imbucata può completamente cambiare il senso di un’azione

Questa ricezione tra le linee non deve essere considerata come un exploit casuale, piuttosto è il frutto del lavoro di Conte. Elmas, infatti, ha giocato pochissimo in ampiezza, si è mosso e ha agito come un centrocampista di movimento, una sorta di finto trequartista che veniva a giocare nei mezzi spazi – non solo quello di centro-sinistra – per offrire linee di passaggio ai compagni. Da questo punto di vista, la mappa dei suoi palloni giocati racconta più di mille parole:

No, questa non può essere la mappa dei palloni giocati di un esterno d’attacco schierato a sinistra

Il gol in apertura, come detto all’inizio, ha dato il via a una partita tutta nuova. Una partita a cui il Sassuolo ha approcciato rispettando la sua identità tattica, un’identità fatta di verticalità e strappi, soprattutto sugli esterni. Il Napoli ha cercato di rispondere con le armi che hanno permesso alla squadra di Conte di andare in vantaggio, e così è venuto fuori un primo tempo pieno di capovolgimenti di fronte, di mezze occasioni sventate grazie a interventi in allungo dei difensori, di duelli e accelerazioni individuali. In virtù di tutto questo, anche perché si trattava del suo esordio da titolare, va fatta una piccola digressione su Antonio Vergara.

Vergara, per Conte e per il Napoli, è una risorsa ad alto potenziale

Come detto in apertura, Conte ha inserito Vergara nello slot che di solito è occupato da David Neres o da Politano. E Vergara ha interpretato quel ruolo nel modo in cui doveva, cioè giocando in maniera lineare. Offrendo cioè dei riscontri buoni e nuovi, anche perché ha caratteristiche che lo rendono diverso dagli stessi Neres e Politano. Anche Vergara è un mancino, solo che ha una struttura fisica più possente, più resistente. E allora non ha bisogno di rientrare per forza sul sinistro, come ama fare Politano, o magari di sgusciare via saltando di netto l’avversario come fa Neres, può anche far scorrere la palla e rubare un tempo di gioco all’avversario andando a contrasto, assorbendo la sua carica.

Questa capacità di impattare bene coi difensori avversari e la predisposizione ad accentrarsi da destra hanno permesso a Vergara di giocare molti palloni (37 in 62 minuti di gioco, Elmas si è fermato a 23 con 57 minuti passati in campo), di essere nel vivo delle combinazioni a tre con Beukema e Di Lorenzo. E anche di manipolare un po’ il sistema di gioco del Napoli, che in alcuni frangenti si trasformava in un vero e proprio 3-2-4-1: Vergara ed Elmas stringevano la loro posizione dietro Hojlund, nel frattempo Di Lorenzo e Spinazzola si mettevano sulla loro linea.

Il 3-2-4-1 del Napoli

Tutte queste inclinazioni fanno sì che Vergara, al di là della buona qualità tecnica dimostrata finora negli scampoli di partite in cui l’abbiamo visto in campo, e tra un attimo ne parleremo, possa essere considerato come una buona risorsa. Perché al momento è l’unico esterno offensivo di destra (a parte il jolly Elmas) in grado di interpretare il ruolo anche come “mezzala avanzata”. Poi, come detto, anticipato, il ragazzo ha anche una certa sensibilità nel tocco di palla: contro il Sassuolo, l’ex di Pro Vercelli e Reggiana ha chiuso la gara contro con 2 soli tocchi falliti su 37 palloni giocati, con 16 passaggi precisi su 22 tentati, con 3 cross andati a buon fine su 4. E con 5 recuperi difensivi. Davvero niente male per un esordiente assoluto.

Il calo del Napoli

Come detto all’inizio, tutte queste buone premesse sono un po’ sbiadite con il passare dei minuti. Con l’esaurimento progressivo e inevitabile delle scorte d’energia. Dal minuto 20′ in poi, le statistiche grezze di Napoli-Sassuolo sono davvero significative: la squadra di Conte è riuscita a scoccare praticamente un terzo delle conclusioni tentate da quella di Grosso (6-17), di cui solo una nello specchio della porta (quella di Mazzocchi da oltre 30 metri). Anche se il possesso palla è stato sostanzialmente pari, sempre guardando al periodo dal 20esimo minuto al fischio finale, il Sassuolo ha effettuato molti più dribbling (15-8), ha vinto molti più duelli aerei (12-5) e ha intercettato molti più palloni senza ricorrere al contrasto fisico (9-4).

Soprattutto quest’ultimo dato deve far riflettere. Perché rimanda – immediatamente, inevitabilmente – agli errori in appoggio commessi dai giocatori di Conte. Alle connessioni divenute via via sempre più difficili tra i giocatori dei vari reparti, soprattutto in verticale. Non a caso, viene da dire, il Napoli ha costruito le due uniche occasioni realmente pericolose della ripresa – il tiro finito fuori di McTominay e la conclusione dalla distanza di Mazzocchi – su due situazioni casuali, ovvero un rinvio sbagliato del portiere Muric e una respinta dopo un calcio d’angolo.

Dal punto di vista difensivo, il Napoli ha fatto fatica ad accorciare il campo e a esasperare i duelli individuali, come fatto nella prima parte del primo tempo. Nella ripresa, la squadra di Conte ha abbassato il suo baricentro (da 46 a 42 metri), ha perso praticamente tutti i duelli aerei (7-1 per il Sassuolo) e così ha permesso al Sassuolo di costruire ben 7 conclusioni al termine di azioni manovrate.

La mappa dei 9 tiri tentati dal Sassuolo nella ripresa

In verità solo una delle conclusioni che vedete rappresentate in questa grafica è finita nello specchio della porta – quella di Lipani al minuto 49′. Per il resto, la sofferenza del Napoli è stata per lo più percepita, nel senso che il Sassuolo ha avuto un predominio essenzialmente territoriale. E la cosa si evince chiaramente anche dalla mappa dei tiri della squadra di Grosso: ben 6 delle 9 conclusioni tentate nella ripresa sono state scoccate da fuori area. Lo stesso numero di quelle intercettate, e quindi neutralizzate, dai difensori azzurri.

L’impatto impalpabile dei cambi

Il fatto che il Napoli – dati alla mano – abbia sofferto poco non deve cancellare la sensazione di friabilità trasmessa dalla squadra di Conte. La quale, per altro, non si è potuta giovare dei cambi effettuati nella ripresa. Politano, al netto della generosità manifestata in seguito al problema muscolare accusato nel finale di partita, ha avuto un impatto praticamente nullo sulla gara. Stesso identico discorso anche per Noa Lang, subentrato a Beukema pochi minuti dopo il cambio (forzato) tra Politano ed Elmas. Mazzocchi invece ha dimostrato di essere in palla, di poter dare un contributo significativo, infatti alcune sue percussioni hanno acceso il finale del Maradona. Ma in ogni caso è poco, troppo poco, per un Napoli a corto di giocatori e quindi di energie.

In panchina, oltre al secondo e al terzo portiere, c’erano Marianucci, Olivera, Gutiérrez, Ambrosino e Lucca: tutti giocatori che, in questo momento, non risolvono i problemi numerici del Napoli. Ecco perché Stellini, dopo la partita, ha parlato espressamente di «giocatori non utilizzati» e di «ruoli in cui vanno fatte delle mosse di mercato». In questo momento e in vista di Copenaghen, infatti, Conte ha a disposizione tre laterali di sinistra (Spinazzola, Olivera e Gutiérrez) e due centravanti (Hojlund e Lucca),ma soltanto quattro potenziali difensori (Di Lorenzo, Beukema, Buongiorno e Juan Jesus) per tre posti, un solo quinto a destra (Di Lorenzo, Mazzocchi è fuori dalla lista-Champions), due soli centrocampisti centrali (McTominay e Lobotka) e due soli esterni offensivi (Vergara e Lang). Questa rosa, ovviamente, è al netto, dei recuperi (improbabili) di Rrahmani, Elmas, Politano e Neres. Per non parlare dei vari Anguissa, De Bruyne, Lukaku, Gimour, Meret.

Conclusioni

Siamo arrivati a dama, ovvero siamo arrivati al solito punto. Agli infortuni, agli assenti, alla sfortuna che si mescola con gli evidenti problemi nel supportare i carichi di lavoro e gli stress test imposti dalle partite. E allora il Napoli, per dirla brutalmente, in questo momento non è giudicabile dal punto di vista tattico. È una squadra troppo rabberciata, troppo incompleta, per poter fare un’analisi davvero significativa.

L’andamento ondulatorio delle prestazioni degli azzurri, in questo senso, è un indicatore credibile: nelle ultime gare Conte e i suoi giocatori stanno pagando lo sforzo profuso tra dicembre e gennaio, vale a dire le partite giocate bene e vinte contro Milan, Bologna, Cremonese e Lazio tra campionato e Supercoppa. Più ovviamente il big match di San Siro contro l’Inter. Ecco, tutte queste gare sono state affrontate con 16 o al massimo 17 giocatori di movimento a disposizione, e tutte con gli stessi titolari – più o meno. È vero, anche le altre squadre – la stessa Inter in testa – hanno avuto un calendario ingolfato come quello del Napoli, ma è vero pure che gli infortuni che hanno falcidiato l’organico di Conte sono un unicum. Sia per incidenza che per frequenza.

Al di là dei possibili innesti sul mercato, il Napoli non ha altra strada che tenere duro. Al momento partite intermittenti come quella contro il Sassuolo, dopo i picchi verso l’alto e verso il basso espressi contro Verona, Inter e Parma, sono il massimo a cui può aspirare. Anche, se non soprattutto, dal punto di vista tattico: gli allenatori e i calciatori possono anche risolvere le partite, spesso ci riescono, ma per farlo hanno bisogno di forza. E di soluzioni alternative. Ovvero le cose che mancano al Napoli in questo momento.

È nato a Napoli, si è fatto adottare anche dalla Sicilia e adesso vive a Milano.

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