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Se il Napoli avesse un Nadal

Incarna la voglia di vivere ancor prima di vincere. È la nonnina di Harold e Maude, è Maude. È un rabdomante della concentrazione. Nel calcio, solo Sergio Ramos è come lui. Il Napoli ne avrebbe bisogno come il pane

Se il Napoli avesse un Nadal

Diffidate di chi guarda Rafa Nadal e non prova ammirazione solo perché esteticamente discutibile. Nadal è lo sport. È il dio dell’agonismo, come lo ha definito ieri Mario Piccirillo. Nadal incarna la voglia di vivere ancor prima di vincere. È la nonnina di Harold e Maude, è Maude con quel suo elettrizzante, contagioso approccio alla vita.

Rafa Nadal, ne siamo certi, è quel che ogni allenatore vorrebbe nella propria squadra. Uno che sotto 5-1, match-point contro, vede aprirsi uno spiraglio laggiù e lavora – punto dopo punto – affinché quello spiraglio si avvicini. Comincia a scavare. “Se vuoi vincere, devi meritartelo. Io non ti regalo niente”.

Per metterla sul becero terreno calcistico, no, Rafa Nadal non sarebbe rimasto lì a guardare Ilicic segnare la rete del 2-2 in Napoli-Atalanta. Rafa Nadal avrebbe catturato il pallone o lo avrebbe scaraventato in tribuna. Qualcosa avrebbe fatto. Perché per lui perdere – il pareggio nel tennis non esiste – è una piccola morte.

C’è un equivalente di Nadal nel calcio? È un gioco dell’assurdo. Gattuso? No. Non ce ne voglia Rino, ma Nadal è un fuoriclasse. Per agonismo può ricordare Davids ma Nadal è molto più forte. Solo apparentemente Nadal è un Gattuso. Solo apparentemente Nadal è un Davids. Nadal ha vinto due volte Wimbledon: la prima in una finale epica che non ha nulla da invidiare a quella tra Borg e McEnroe. Una finale contro il suo grande avversario: Roger Federer. Ha vinto quattro Flushing Meadows. Ha vinto un Open di Australia. ha vinto dodici Roland Garros. Dodici Roland Garros. Dodici.

Nadal è molto più di Gattuso, è molto più di Davids. Non c’è un equivalente di Nadal nel calcio. Forse Sergio Ramos capitano del suo Real Madrid. Ecco Sergio Ramos. Uno che sa fare tutto. Sa segnare. Sa marcare. Sa guidare. Sa farsi sentire. Sa assumersi responsabilità. Sa lottare. Solo apparentemente è un difensore centrale. Così come solo apparentemente Nadal è un “pallettaro”.

Quanto servirebbe al Napoli un Rafa Nadal? Un Salvatore Bagni moltiplicato per quattro. Uno che non perde mai la concentrazione. Che sta sempre sul pezzo. Che sta sempre sull’obiettivo. È il suo lavoro. Ha vinto il suo primo Slam nel 2005, a 19 anni. E già allora, in semifinale, sconfisse Roger Federer. Se lo sport fosse solo estetica, tra i due non ci sarebbe mai partita. Ma l’estetica non è sport. Lo sport è l’antitesi dell’estetica, a meno che non parliamo di ginnastica artistica, ginnastica ritmica, pattinaggio artistico. Lo sport è agonismo. È determinazione. È voglia di vincere. Di migliorarsi. Di lavorare su di sé. È capacità di non arrendersi. Di trovare dentro di sé energie che ormai non ci sono più. È voglia di rifiutare la morte. Proprio quando sei sull’orlo dell’abisso.

È questa la magia dello sport. Altrimenti Rafa Nadal non sarebbe avanti 24 a 16 negli scontri diretti col tennista considerato il più forte di tutti i tempi. Lo ricordiamo a Roma, finale 2006, annullare due match-point allo svizzero e vincere 7-6 al quinto dopo cinque ore di gioco: l’incontro più lungo mai disputato tra i due. Fu una seduta di psicoterapia.

Che cosa sarebbe il Napoli con un Nadal? Ve lo diciamo noi. Non avrebbe limiti. Non le vincerebbe tutte, no, perché questo accade solo nei nostri sogni. Ma entrerebbe in campo diversamente, con un altro sguardo. Sarebbe sempre concentrato. Lotterebbe su ogni pallone. Corretto correttissimo eppure determinato. Porterebbe gli avversari a giocare a ritmi per loro insostenibili. E si allenerebbe come solo un agonista feroce sa fare. E per allenamento intendiamo soprattutto allenamento mentale. Nadal non si distrae. Nadal non litiga né discute con gli arbitri. È raro. Rarissimo.

Nadal è un rabdomante della concentrazione. La ricerca in maniera ossessiva. Prende tutto il tempo che può, e anche di più, quando è al servizio. Nell’ultima finale degli Us Open, l’arbitro gli ha fischiato la penalità al primo servizio. Da quel momento in poi, e per tutto il match, se avesse sforato i 30 secondi avrebbe perso quella palla di servizio. È come se avesse giocato monco. L’arbitro gli ha infranto il rituale. Non c’è eguale in altri sport. È come se un ciclista corresse con una bici non sua o un calciatore con scarpe non sue. E comunque non è la stessa cosa. Il rituale è tutto. È molto di più della coperta di Linus.

Nadal ha ingoiato amaro e ha giocato la finale con l’handicap e contro un avversario come Medvedev che ha sfoderato un tennis stellare. Solo Nadal avrebbe potuto vincere in quelle condizioni. E ha vinto: 6-4 al quinto. Alla fine dell’incontro non ha detto a dell’arbitro e della sua decisione. Così come non lo ha fatto in campo. Come fanno gli uomini di sport, gli atleti.

Se fosse possibile, sarebbe bello avere un Nadal nel Napoli, uno di quelli che incitano i compagni, si caricano la squadra sulle spalle senza farlo pesare, che magari – alla Klose – a fine allenamento recuperano i palloni. Perché, al fondo, amano il proprio lavoro. Hanno reso la loro passione una professione. E guadagnano tanti soldi sì, eppure non sbracano. Mai.

Non è che con un Nadal in squadra, si vinca. Perché Nadal ha perso. Come tutti i vincenti, ha perso e anche tanto. Ma con Nadal in campo si è sicuri che se si esce sconfitti, è solo e soltanto perché l’avversario è stato più forte, più bravo. E con Nadal in squadra, si migliora ogni giorno. Altrimenti quel giorno è stato inutile. È questa la forza dello sport: essere una continua metafora della vita. Altrimenti ha poco senso.

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