Carmignani Bruscolotti Rimbano il ribelle con la Porsche

Arrivò l’ultimo anno di Chiappella. Giocò solo una stagione, poi finì al Bologna dove venne emarginato per il suo essere ribelle e per la nomea di uomo da dolce vita

Carmignani Bruscolotti Rimbano il ribelle con la Porsche

L’aria da playboy ma innamorato

Il martedì e il mercoledì per gli allenamenti classici, il giovedì per la partitella in famiglia ed il sabato per la rifinitura. La sua macchina era sempre là, nel parcheggio del ventre del San Paolo. Era una bella Porsche e diversi compagni di squadra gliela invidiavano. Ma forse ammiravano anche il suo stile di vita, il suo “me ne frego delle gerarchie”, il suo essere giovane e ribelle. Si dice che proprio il fatto di trattare tutti allo stesso modo, sia che parlasse con un veterano dello spogliatoio sia che rivolgesse la parola ad un giovane come lui, gli procurasse diversi problemi con le società con cui ha giocato. L’avere il mondo tra le mani, “sfruttare” il momento favorevole, l’essere calciatore in una grande città dopo gli inizi nella provincia, a Padova e Varese, fecero il resto.

Angelo Luigi Rimbano, una sola stagione nel Napoli edizione 1972-73 ( 28 presenze ), poteva permettersi una auto come la Porsche. Le malelingue insinuavano anche perché stava per sposare una ragazza di ottima e ricca famiglia, oltre che bella. Gente danarosa, ville con piscina, castelli e tenute un po’ ovunque tanto per stare in tema di amori da… favola. Ed il suo è stato vero amore, su questo ci possono giurare i compagni, quelli che lo vedevano tutti i giorni nello spogliatoio, quelli che lo conoscevano bene. Belloccio lo era, forse un po’ tenebroso, ma i suoi capelli lunghi erano portati con garbo e disinvoltura e la sua andatura da playboy non pesava eccessivamente. Tanto lo sapevano tutti, Rimbano, che si faceva notare anche per l’eleganza fuori dal campo, era innamorato di lei, aveva in testa solo lei, Daniela. 

Arrivò nell’anno che sembrò della smobilitazione

Sembrò l’anno della smobilitazione, l’ultimo di Chiappella al Napoli. Via Zoff e Altafini, Sormani e Montefusco, Perego e Manservisi, nel mucchio degli arrivi troviamo tre punte, Ferradini, Damiani e Mariani, tre difensori, Bruscolotti, Vavassori e Rimbano, un centrocampista, Salvatore Esposito e un portiere di riserva, Nardin. In realtà la società non sapeva che non stava smobilitando ma stava costruendo un futuro radioso e brillante, quello del Napoli di Vinicio e del calcio totale. L’anno dopo, infatti, con i soli inserimenti di Orlandini, Clerici e Braglia, gli azzurri iniziarono a volare e a dare spettacolo. Neanche Rimbano, un fluidificante giovane e tecnicamente anche bravo, avrebbe sfigurato nella squadra del “Lione”, ne siamo certi. La sorte, però, lo portò altrove.

Dunque, Angelo Rimbano arrivò dal Varese retrocesso insieme al portiere Nardin che andò a fare il secondo di Carmignani. Il giovanotto veniva da una zona, il Polesine, abbastanza depressa, povera e abbandonata nella provincia di Rovigo. Il suo luogo natio una volta si chiamava Contarina, oggi ha cambiato nome in Porto Viro ed era famoso per una delle discoteche più grandi d’Europa, il “Milleluci”. Dominavano, però, nebbia ed agricoltura, zanzare e contadini rustici, dialetti locali e fagioli. Il Napoli della “linea verde” di Chiappella aveva bisogno di un terzino, un ricambio per Pogliana, un veterano della difesa azzurra. In realtà, vista la contingenza di alcune partite, Angelo verrà impiegato da Chiappella anche come mediano in varie occasioni, per marcare ad uomo e mordere le caviglie del regista avversario. Infatti, proprio in occasione di Napoli-Bologna del 22 aprile 1973, Chiappella lo piazzò su Bulgarelli e l’uomo della Bassa fece il proprio dovere fino in fondo risultando tra i migliori in campo. Quello coi felsinei fu uno dei 14 pareggi di quella annata (su 30 partite!), gara aperta da un’autorete di Vavassori al primo minuto, pareggiata poi da Mariani al 19′ della prima frazione di gioco.

Marcò Haller e Jair

«Il titolare doveva essere Pogliana, invece giocai sempre io, con Chiappella che mi metteva anche in marcatura sui centrocampisti-registi come Haller della Juve e Rivera del Milan, mentre Jair dell’Inter è stata l’ala più difficile da marcare. Mi sentivo amato da un pubblico meraviglioso che voleva io restassi – racconta Rimbano – ma il prezzo del riscatto imposto dal ds Giorgio Vitali era troppo salato per il Napoli di quei tempi. Così si fece avanti il Bologna di Pesaola che mi cercava già da due anni». (spezzoni di intervista tratti da “Polesine sport”).

Un solo anno di Partenope e poi il trasferimento al Bologna dove andò a prendere il posto di uno dei terzini sinistri più forti dell’epoca, “cavallo selvaggio” Adriano Fedele, ceduto all’Inter quando Facchetti decise che il suo ruolo sarebbe stato quello di libero. Pesaola puntò tutte le sue fiches su di lui e Rimbano se la cavò egregiamente in rossoblù mettendo a segno anche due reti. Fu l’anno in cui il Bologna vinse la Coppa Italia in una drammatica finale decisa ai rigori contro il Palermo. Quando l’anno successivo, sotto le due Torri, arrivò Bellugi, andando ad occupare il ruolo di libero, lui e Cresci si giocarono il posto da terzino sulla fascia mancina.

Poi finì al Bologna di Pesaola

La società del presidente Luciano Conti spinse, in modo determinante, in favore di Cresci anche per il carattere menefreghista, di cui dicevamo sopra, di Rimbano. La stessa dirigenza bolognese pare gli consigliasse di non frequentare la ragazza con cui si era fidanzato, troppo bella, troppo ricca. Troppo “femme fatale”. E questo, all’epoca, non deponeva molto a favore dei calciatori che spesso si sistemavano con donne destinate a fare le casalinghe e a crescere i figli. Altro che vita mondana. Come racconta Pecci, nel suo ultimo libro “Ci piaceva giocare a pallone”, pare che la società invitasse i calciatori amici di Rimbano a non frequentare la sua villa panoramica, evidentemente visto come luogo di perdizione. Insomma un ostracismo a 360 gradi del tutto ingiustificato. Nei due anni di Bologna Rimbano non giocò mai al San Paolo da avversario del Napoli. Il terzino schierato da Pesaola nella partita del 13 gennaio 1974, quella della doppietta di Clerici al suo amico Buso, fu addirittura Caporale mentre in quella dell’anno successivo, ancora vittoria per 1 a 0 con rete di “El Gringo” Clerici, il numero tre era Cresci.

Come si comprende, la sua vita calcistica al Bologna non poteva durare di più. Angelo capisce che deve cambiare aria. Se ne torna al Varese, dove era esploso, e da lì al Modena dove chiude la carriera vicino casa. Poi decise di smettere a 29 anni quando poteva dare ancora qualcosa ma il richiamo delle aziende di famiglia fu più forte della passione per il calcio. Ma a Napoli nessuno ha dimenticato quell’incipit. Carmignani, Bruscolotti e Rimbano. Prima della rivoluzione viniciana.

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