La gelosia di Altafini e la scomoda vita napoletana di Claudio Sala

Acquistato da Gioacchino Lauro, giocò un anno al San Paolo. Poi Ferlaino lo vendette al Torino dove diventò il poeta del gol

La gelosia di Altafini e la scomoda vita napoletana di Claudio Sala

Acquistato da Gioacchino Lauro

Acquistato nel 1968 da Gioacchino Lauro prima dell’interdizione paterna, ripudiato da quasi tutta la squadra, si dice soprattutto dal “geloso” Altafini («È un bel giocatore ma non è né carne né pesce» disse Josè ), venduto poi al Toro di Pianelli per una cifra altissima all’epoca, 480 milioni. Non fu facile la vita napoletana di Claudio Sala, in arte “Il poeta del gol”. Indubbiamente il talento del giocatore brianzolo a Napoli non era del tutto scoppiato se pensiamo che le epiche sfide dei “baffoni”, con Causio, per la maglia numero sette dell’Italia arriveranno solo negli anni ’70. Un duello che il torinista vincerà raramente per “cause ignote” ma vi assicuriamo che, in quanto a sapienza nel dribbling e nel cross, non era da meno al talento leccese della Juventus.

Arrivò da Monza

Quando Claudio sbarcò a Napoli dalla sua Monza, a 21 anni, era un giovanotto imberbe, timoroso di affrontare la sua nuova avventura che lo lanciava in Serie A tra le squadre che contavano ma sicuro delle sue enormi potenzialità. C’era aria di cambiamento e rivoluzione nell’aria, i giovani iniziavano a seguire mode provenienti dal mondo anglosassone, ad ascoltare musica nuova e più ritmata, anche le donne dei calciatori azzardavano le prime minigonne. Il mondo sembrava stesse cambiando e i calciatori italiani pian piano si adeguavano ai venti del mutamento.

Claudio Sala aveva i capelli in puro stile ‘beat’, con una “banana” in testa che gli valse un secondo soprannome. Il mento pronunciato, sorrisi rari, indossava camicie a collo largo e jeans stretti. Insomma, la sua fisionomia sembrava essere uscita da un gruppo che faceva regolarmente serate al Piper di Roma. Invece era un giocatore dalle grandi ambizioni e dal futuro roseo.

“Il piccolo Sivori”

Scorrendo i tabellini delle gare fatte col Napoli, Chiappella prima e Di Costanzo poi, lo impiegarono in quasi tutti i ruoli dell’attacco tranne che nel ruolo di centravanti. Sala, pagato 125 milioni, dimostrò di saper fare tutto coi piedi tanto che il suo primo soprannome fu quello di “piccolo Sivori”. Lì, proprio nella terra dove il campione argentino, nello stesso campionato, lasciò enormi rimpianti. Ma Omar non ne aveva più. Ahinoi, anche a lui era “finita la benzina” e la ventilata ipotesi di diventare il secondo di Parola e il “rischio” di allenare Claudio Sala rimasero tali. Anzi fu proprio il ritiro dal calcio giocato di Omar a far sì che Sala indossasse spesso la maglia numero 10, quella del ‘Cabezon’.

L’attacco atomico

Alla fine dell’anno il giocatore brianzolo totalizzò 24 presenze condite da due reti, una nella vittoriosa trasferta di Varese (1-2) e l’altra nella vittoria interna contro il Pisa (sempre 2 a 1), ultima di campionato. Si parlò di “attacco atomico” perché Chiappella schierò spesso Canè, Juliano, Altafini, Sala e Barison ma a fine torneo le polveri risultarono un po’ bagnate. A Sala veniva chiesto di fare da raccordo tra le punte ed il centrocampo, di vestire i panni del trequartista e della spola tra le bocche di fuoco, quell’anno spuntate, e la mediana dove Bianchi e Montefusco dominavano incontrastati.

Ferlaino non seppe dire di no a Pianelli

Nonostante, quindi, ottime partite, Ferlaino non seppe rifiutare l’affare. Il destino granata era ormai segnato. L’aveva pagato 125 milioni e quando arrivò Pianelli, che voleva a tutti i costi un fantasista che sostituisse Gigi Meroni nel cuore dei tifosi del Torino, che mise sul tavolo quasi mezzo miliardo di vecchie lire, Don Corrado Ferlaino non seppe dirgli di no. Soldi freschi servivano come il pane nelle asfittiche casse societarie del Napoli che aveva un passivo di un miliardo e 800 milioni. Soldi che ovviamente non furono reinvestiti nel mercato successivo perché in maglia azzurra arrivarono Canzi, Monticolo, Hamrin e Manservisi per pochi spiccioli.

I tre allenatori

Intanto Claudio Sala arriva al Torino e non diventa subito un idolo. È vero, è titolare inamovibile con Carelli e Pulici in attacco ma farà per quasi tutto il campionato il centravanti. Si vede, non è il suo ruolo, è portato a manovrare, a saltare l’uomo, a dribblare, a cercare lo scambio col compagno meglio piazzato, a dettare l’ultimo passaggio più che a riceverne per finalizzare. Sente, però, la fiducia degli allenatori. Quella di Cadè, poi quella di Giagnoni prima della definitiva esplosione con Radice dove fu capitano e uomo squadra.

Il primo tecnico lo alterna nei ruoli dell’attacco, spesso da centravanti arretrato alla Hidegkuti, poi Giagnoni gli trova il ruolo che fa per lui con la contemporanea presenza in squadra di Pulici e Graziani. Le punte sono loro, Sala li deve solo servire, è deputato ad essere l’ala destra. È questo l’incipit del romanzo della nuova storia del Toro, del dopo Superga che tutti stavano aspettando, la svolta che muterà i destini di una squadra fino ad arrivare allo scudetto del 1975-76, il capolavoro di Gigi Radice che, in quanto a bel gioco, fu uno dei pochi a contrastare gli azzurri di Vinicio.

I baffi

Fu proprio alla vigilia di quella stagione che Sala mutò il suo look facendosi crescere i baffi ed anche i capelli, un aspetto che non cambiò più e che evidentemente portò bene. Tutti guardarono con simpatia a quella squadra che aveva in formazione tre giocatori che poi saranno molto ben accolti a Napoli  e di cui ancora oggi si parla in termini lusinghieri. Castellini, Caporale e Pecci, come dimenticare questi “Cuori Toro” passati per Napoli?

Era destro naturale ma sembrava un mancino, possedeva un palleggio e una tecnica eccellenti, nell’uno contro uno superava sempre l’avversario. Se aveva spazio saltava l’uomo in agilità, quasi immarcabile quando era in giornata. Il tocco vellutato, il cross fatto col contagiri, l’armonia anche nel dribbling, questo era Claudio Sala che sembrava avere due violini al posto dei piedi. Il suo era un calcio suonato, delizioso come una sinfonia, i suoi cross erano “rime baciate”. Ecco perché, come disse Pecci, per giustificarne il soprannome, diventò il Petrarca del nostro calcio, il “Poeta del gol”.

(Archivio Morgera)

ilnapolista © riproduzione riservata