Il rammarico di Krol, giocare con Maradona

C’era una volta un Napoli in cui il dio pagano non era né argentino né uruguaiano, ma olandese. Si chiamava Ruud Krol. Sono passati quasi 31 anni da quel 17 maggio ’81: è la domenica in cui Napoli-Juve vale davvero lo scudetto. Penultima giornata, nel San Paolo forse ci sono più di 90mila spettatori: i bianconeri di Trapattoni in testa al campionato; il Napoli, guidato da Marchesi, terzo a due punti. La partita viene risolta da un tiro di Verza, deviato in rete da Guidetti, che spinge la Juve alla conquista dello scudetto n.19.

Krol, ricorda quella domenica?
«Molto di più. Ricordo proprio tutta l’attesa per quella sfida: il giovedì, durante la partitella, vennero a vederci quasi in quindicimila. E tutta la gente appena mi incontrava sul lungomare mi supplicava di battere la Juve. Tutti urlavano che volevano lo scudetto a Napoli. Io dormivo all’Hotel Excelsior: ricordo le lacrime del portiere di notte e dei dipendenti quando rientrai dopo aver perso».

Quel Napoli aveva rovinato tutto tre settimane prima?
«Contro il Perugia un’autorete di Ferrario ci condannò al ko in casa contro una squadra che era già retrocessa. Che sofferenza quella sera. Poi, però, ci eravamo rimessi in gioco con un pari a Firenze e con una vittoria all’ultimo secondo a Como. Noi eravamo davvero convinti di poter vincere quel campionato».

Domenica sera gli azzurri potrebbe vendicare quel ko?
«Il Napoli di Maradona si è già vendicato. Ora spero che si apra un altro ciclo di successi e che questa squadra non faccia come quella dei miei tempi, che piaceva a tutti, che era simpatica all’Italia intera ma alla fine della stagione non vinceva mai nulla».

Magari si può iniziare con la Coppa Italia?
«Non è un grande trofeo ma è un primo passo. Poi è fondamentale ritornare in Champions».

Lei incantò tutti per i suoi capelli lunghi, le basette e le sigarette, i pantaloni a zampa e le bellissime fidanzate bionde.
«A Napoli ho vissuto quattro anni fantastici sia in campo che fuori. Però tutti dicevano bugie: uscivo la sera, è vero, ma tornavo a mezzanotte poi però scrivevano che tornavo alle cinque…».

Referendum sull’aborto: i movimenti contrari distribuirono i volantini con questo testo: ”Tifoso che voti per l’aborto, pensaci: se la mamma di Krol avesse abortito?”
«I miei compagni mi prendevano in giro. Mi volevano davvero molto bene i napoletani: ho il grande rimpianto di non essere riuscito a portare il primo scudetto».

Perché scelse il Napoli?
«Cercavo un’altra sfida. Con l’Ajax avevo vinto tutto. Se non mi fossi rotto il menisco sarei rimasto ancora, magari avrei pure giocato con Diego Maradona. Non mi sentivo vecchio. Ma la società non ebbe fiducia, pensava che dopo l’infortunio non sarei ritornato forte come prima. E mi fecero andare via. Altrimenti, forse, sarei rimasto a Napoli per tutta la vita».

Potrebbe tornarci per fare l’allenatore?
«Mi piacerebbe. Non sono così anziano… A Napoli ho lasciato il mio cuore. Sono felice di aver visto volare la squadra in Champions e sono rimasto sorpreso dall’eliminazione con il Chelsea».

Perché ha perso?
«Non si offenda nessuno se lo dico, ma la difesa ha commesso troppi errori. E per essere una grande squadra devi avere una grande difesa. Avevo visto anche la partita contro il Bayern: si guarda sempre troppo la palla e poco l’uomo. La mia generazione è cresciuta marcando a uomo. Fare il difensore è diventato più difficile: una volta potevi fare fallo da ultimo uomo, potevi fare falli da dietro e potevi passare il pallone al portiere. Le nuove regole hanno penalizzato la fase difensiva».

Domanda a tradimento: nel Napoli che lei visse c’è qualcosa che vede nel Napoli di oggi?
«Ai miei tempi c’erano più tecnica e personalità. Oggi si gioca veloce, forse troppo. Noi non avevamo un Cavani o un Lavezzi, magari avremmo vinto lo scudetto con loro. Però il gioco degli azzurri è divertente, mi piace. È bello vedere le partite del Napoli in tv. Lavezzi è veloce, dribbla bene; è uno di quelli che sposta i valori, per il Napoli è importante».

È cambiato tutto nel calcio ma un ”lancio alla Krol” rimane ancora nel gergo del calcio moderno.
«Era una mia caratteristica. Alzavo la testa e vedevo Claudio (Pellegrini, ndr) scattare in avanti. Allora io facevo quello che meglio sapevo fare: provavo a mettergli il pallone davanti alla porta per farlo segnare».

Le piace Mazzarri?
«Non conosco come lavora durante la settimana, non posso giudicarlo. Adesso conta parecchio la psicologia. Ma se l’uomo va capito, la ”macchina sportiva” deve sempre essere oliata».

La sua difesa a tre è una bella novità?
«Sinceramente credo che non si veda una cosa nuova, sul piano tattico, dai tempi della mia Olanda. L’unica rivoluzione ora sarebbe giocare con cinque attaccanti».

Lei ha ispirato generazioni intere di difensori: quali consigli dà agli azzurri?
«Quelli che mi dava il mio maestro Michels: lavora sodo, sempre, anche durante la giornata di riposo e le vacanze. Anche quando stai male perché sul campo il lavoro paga».

Come giudicò Michels la sua esperienza al Napoli?
«Era entusiasta dell’idea che io potessi confrontarmi con altri metodi».

C’è un nuovo Krol?
«No. Il calcio è cambiato. Io ero un libero, un ruolo che non c’è più. Non saprei neppure io dove mettermi in difesa».

Un’ultima cosa: lì in Sudafrica le mancano le mozzarelle?
«Da impazzire. Ne mangiavo da star male. Il primo anno feci indigestione durante il ritiro in Toscana e non riuscii a giocare neanche l’amichevole in programma la sera».

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