Professor Trombetti, De Laurentiis (con tutti i suoi meriti) è antropologicamente altro dal Napoli

Caro professor Trombetti, voglio partire anch’io da una suggestione da cinephile impenitente: la scena di “Casablanca” in cui Victor Laszlo, interpretato da Victor Henreid, riesce a zittire i gerarchi nazisti e a sovrapporre La Marsigliese al loro inno. Com’è universalmente noto, qualche anno prima che fosse girato il capolavoro con Bogart e la Bergman, alla medesima scena ebbero la ventura di assistere, dal vivo, gli avventori della birreria Löwenbräu di piazza Municipio, con il sommo Renato Caccioppoli al posto di Laszlo-Henreid e un gruppo di alticci fascisti in luogo dei loro sodali germanici (la vulgata vuole che Caccioppoli abbia replicato con l’inno francese a “Faccetta Nera”: ho i miei dubbi che fosse proprio “Faccetta Nera” considerato che, nell’inverno del 1938, la canzone che tre anni prima aveva accompagnato l’Italietta in orbace, fez e stivaloni nella campagna di conquiste in Africa Orientale era stata già accantonata dal fascismo, perché poco compatibile con i contenuti del Manifesto della Razza: ma questa è un’altra storia).

Fu un gesto dettato dall’emotività, quello di Caccioppoli, poi replicato pari pari dal suo alter ego di celluloide? Ho motivo di dubitarne: avesse reagito emotivamente, il grande matematico, che seppur eretico sempre comunista era, avrebbe intonato l’Internazionale. O Bandiera Rossa (per inciso, venendo linciato e arrestato seduta stante). Invece no: la Marsigliese. Lo fece, è ovvio, opportunisticamente (per le ragioni esposte nell’inciso precedente). Ma, probabilmente, il meccanismo che scattò fu un altro: voglio dire che lo fece soprattutto per affermare un principio. Per contrapporre due mondi troppo diversi tra loro perché si potesse anche lontanamente ipotizzare un punto, anche il più piccolo e insignificante, di convergenza.

L’ho presa alla lontana perché questa suggestione m’ha colto leggendo l’intervento di Max Gallo su De Laurentiis e la Sua replica. Max muove da un assunto che non mi convince del tutto, ma poi sviluppa un ragionamento che non ho alcuna esitazione a sottoscrivere. E’ ipotizzabile, con ragionevole margine di certezza, che i vuoti sugli spalti di mercoledì sera siano stati solo un effetto del meteoterrorismo che ha impazzato per una settimana sui media, preannunciando catastrofi climatiche che, almeno a Napoli, si sono materializzate, in parte, solo in questo fine settimana.

Alle corte: basterà anche un pareggio a Milano per rivedere il San Paolo pieno. Ed è questa l’esca alla quale non mi sento di abboccare: non ho il benché minimo indizio che i napoletani abbiano cominciato a sentirsi mucche da mungere. Dal tenore di molti post lasciati all’articolo di Max, si ha anzi contezza del contrario. E qui casca l’asino, avrebbe detto quel tale. Io condivido integralmente tutta la seconda parte dell’analisi di Gallo, che contrappone due mondi. De Laurentiis è ontologicamente incapace di provare passione, laddove essa è praticamente il fondamento unico, oserei direi scientifico, della fede azzurra.

Si dirà: dal punto di vista strettamente psicanalitico anche la ricerca dell’utile è catalogabile tra le passioni. Verissimo. Tuttavia, oggi questa parola, passione, viene nel 90% dei casi usata del tutto impropriamente. Basterebbe risalire all’etimo (greco: pathòs, sofferenza; latino: passiònem, da pàssus, participio passato di pàtire, soffrire) per accorgersi di quanto il presidente sia distante da noi amanti del Ciuccio, afflitti fin dalla nascita da una nemmeno tanto rara sindrome masochistica irreversibile, su cui si sono innestate rivendicazioni, frustrazioni ancestrali, sensi di “separatezza” e, di converso, di “appartenenza” politico-territoriali che, forse, con il calcio avrebbero poco da spartire, ma così è. Tant’è vero che la sindrome di cui parlavo è diventata la conditio sine qua non perché si possa essere definiti tifosi del Napoli: a tutt’oggi, non ho ancora conosciuto un tifoso azzurro “tiepido”, ma solo il “malato”: la categoria dei “simpatizzanti”, tra le nostre fila, praticamente non esiste. E questo è un fatto.

Ci sono poi i segni e i simboli, che confermano la perfetta aderenza del presidente ad un modello (di vita, di società, di “sentire” nel senso più pregno del termine) che a me, ma mi sembra di capire anche a Max, non piace per niente, ma questo è un fatto nostro. Però. Se da un punto di vista antropologico De Laurentiis è sempre più assimilabile ai film che produce (sbaglierò, ma già il solo tirare ossessivamente in ballo l’apparato riproduttivo maschile in interventi pubblici e conferenze stampa a me fa venire in mente i personaggi interpretati da Christian De Sica) la massima espressione del suo “essere” non è, e non potrà mai essere, il Calcio Napoli.

In questo senso, con lui si determina una frattura netta nella storia del club: perfino Lauro, che di pallone non capiva un accidente e anzi cercava di usarlo solo come potente mezzo di aggregazione del consenso elettorale, “era” il Napoli. Almeno, veniva percepito come tale. Per non parlare di Corrado Ferlaino (quello dei due scudetti, di due Coppe Italia, una Supercoppa Italiana e una Coppa Uefa). Potrei continuare con i segni e i simboli ricordando che l’ultima produzione della casa era ambientata a Cortina, simbolo ipernegativo in tempi di lotta senza quartiere all’evasione fiscale. I segni e i simboli ci dicono infine che, in un momento in cui mezza Europa stringe la cinghia, i prezzi dei biglietti per una partita di Champions (gli ottavi) assumono proporzioni oscene, e mi fermo qui per carità di patria. E’ ovvio che tutte queste (amarissime) considerazioni non sminuiscono i meriti del presidente. Continueremo a riconoscerglieli, naturalmente, a patto che si ricordi (e qui cito Claudio Botti) che in Tribunale, nel settembre del 2004, rilevò solo un titolo sportivo, non la storia del Ciuccio. E nemmeno l’anima: per accaparrarsela, i soldi non bastano. Forza Napoli, sempre.

Mi consideri suo,

Massimiliano Amato

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