Il tiki-taka di De Laurentiis e de Magistris sullo stadio (fatti, pochi; progetti, tanti)

La Dichondra repens è un’erba molto particolare, gentile ma implacabile. Germoglia molto lentamente ma quando attecchisce, più che soffocare il resto della vegetazione, l’avvolge dolcemente facendosi largo tra erbacce e gramigna, fino a creare un manto uniforme piacevole alla vista, come di un’onda appena increspata dalla brezza.Ha un difetto, però: si rovina subito al calpestìo, il che la rende decorativa ma poco utile al passeggio, al pic nic, al gioco. Ho pensato molto alla Dichondra del mio piccolo giardino in questi giorni, mentre gioivo per il Napoli che trionfava con il Chelsea e con l’Inter al San Paolo. Ho pensato soprattutto a quella maledetta zolla che aveva messo a rischio le nostre coronarie provocando l’errore di Cannavaro contro i londinesi: quanto ho sofferto per le critiche dei commentatori Mediaset sulla qualità del prato napoletano, quanto ho riflettuto su quelle macchie che anche contro l’Inter davano al terreno l’effetto di un calzino rattoppato.

Per fare un buon campo di calcio in genere si utilizza un mix di Lolium e Festuca, ciò che volgarmente viene definito prato all’inglese, un tipo di manto resistente a tutto ma che a sua volta nasconde un tratto di fragilità caratteriale: ha bisogno di assistenza continua, è come un Mike Tyson che se la fa sotto se non trova la mamma all’angolo a dargli conforto. Ciò che occhio e croce è mancato negli ultimi tempi alla nostra amata erbetta, che si lascia sfrucoliare e massaggiare dai tacchetti di Lavezzi e Cavani ma che s’incazza e si vendica – liberando al gol lo spagnolo Mata – come una donna delusa quando non le diamo il bacetto della buonanotte. Quello di mercoledì sera, a mio avviso, più che un gol del Chelsea è stato un autogol di De Magistris, su assist di De Laurentis, campioni di “tiki-taka” quando c’è da spendere soldi per il San Paolo. Ecco perché ho avuto un sussulto quando ho letto che a fronte delle critiche sul nostro stadio, piovute giustamente dalla stampa inglese, i due gemelli della Tribuna d’onore hanno rilanciato alla grande: che problema c’è, nei prossimi anni faremo uno stadio nuovo!

In questa logica del “benaltrismo” futurista ritrovo antichi vizi dei politici italiani che, a fronte di questioni urgenti di facile risoluzione, svicolano affidandosi all’effetto annuncio sine die. I nostri amati Gigi e Aurelio, in questo senso, se la intendono a meraviglia. Da mesi giocano al torello con il tifoso su chi debba cacciare qualche soldino per ridare dignità all’impianto, dall’attesissimo tabellone, ai bagni, alle tribune, fino all’erba: ma quando c’è da farci sognare con la promessa dell’Allianz Arena in salsa napoletana, partono al galoppo in contropiede. Leggendo le loro dichiarazioni mi è tornato in mente un episodio di qualche anno fa, quando seguivo da cronista il Comune di Napoli. Era la prima giunta Bassolino, ’94 credo, e all’assessorato alla Viabilità era stata chiamata la bravissima urbanista veneziana Ada Becchi Collidà. Un giorno l’andai a trovare al secondo piano di Palazzo San Giacomo: sotto di noi, traffico impazzito in piazza Municipio e davanti al porto. Le chiesi se avesse intenzione di potenziare i vigili, organizzare meglio i semafori, proteggere a dovere le preferenziali. Lei mi sorrise: «Maurelli, ma che dice! Faremo un lungo sottopassaggio che dal Chiatamone arriverà alla fine di via Acton. Ma le pare che un vigile in più risolva il problema?». Il problema, alla fine, lo risolse lei: si dimise. Però rimase agli atti: lei il tunnel sottomarino lo voleva fare…

Luca Maurelli

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