3/11/85: la punizione
che fece la storia

Com’è normale che sia, c’è un giorno, una partita, un episodio in particolare, che nella mente dei tifosi si tatua indelebilmente perchè rappresenta la consacrazione definitiva di un beniamino. I residui dubbi che ancora possono manifestarsi vengono spazzati via lasciando spazio ad una certezza. E’ il momento sublime in cui ci si abbandona ad una fede senza se e senza ma.
In questo giorno speciale, nel tuo giorno, voglio ricordare l’episodio che eliminò ogni possibile e assurda domanda o pizzico di scetticismo insensato che ancora poteva balenarmi nella mente e nel cuore.
Sarò banale ma, quel 3 novembre 1985, tutti ci convincemmo che la nostra storia, il nostro destino, davvero poteva prendere un’altra direzione, opposta a quella che, fino a quel giorno, ci aveva visto solo desiderare. Il sogno grazie a quel mancino poteva materializzarsi.
La Giuve di Platini e Trapattoni proveniva da un filotto record di 8 partite vinte consecutivamente e noi non riuscivamo a batterla ormai da quasi 15 anni.
Il San Paolo era gremitissimo. Una doppia fila (in piedi) in ogni settore non lasciava spazio nemmeno per un altro poroghese, nonostante fosse in corso una burrasca che non aveva dato un attimo di tregua. Il campo era diventato ormai un acquitrino di fango e melma. Dopo un buon primo tempo in cui si era sfiorato più volte il gol, la partita volgeva verso la conclusione con le squadre stanchissime (entrambe in dieci uomini) e con occasioni da gol sempre più rare e casuali. La sensazione era che, anche per quell’anno, lo sfizio di battere la vecchia signora non ce lo saremmo tolto. Forse solo con una magia o con un colpo di genio…ecco, un colpo di genio.
Ventottesimo minuto della ripresa. Lancio in area per Daniel Bertoni. Mentre l’argentino tentava di controllare un pallone che si era alzato, un difensore bianconero compì una mossa di kung-fu ai suoi danni, tanto da far gridare a molti il penalty. Redini, l’arbitro di turno, concesse solo una punizione a due in area considerando l’intervento un semplice “gioco pericoloso”(meglio così,eh). Leggermente spostati sulla destra tra il limite dell’area e quello che delimita l’area piccola. La porta a non più di 15 metri e una barriera nutritissima a poco più di 4. Accadde l’impossibile, l’inspiegabile.
Ricordo il tuo braccio teso ad indicare all’arbitro l’assurda vicinanza del muro bianconero. Eri fermo a mezzo metro dalla palla sporca e attendevi il tocco del mitico Eraldo Pecci. Un solo giro della sfera sull’erba bagnata e…”tac”. Fu un colpo magico, secco e morbido allo stesso tempo, come si vede fare alla stecca che colpisce una palla da biliardo. Il tempo si fermò e i novantamila in assoluta apnea seguirono quella parabola ineseguibile che Piero Angela ancora oggi non sa darne spiegazione. La palla girò su se stessa come una trottola impazzita e in aria disegnò una traiettoria telecomandata al di sopra delle incredule teste giuventine e andò a morire all’incrocio dei pali dove il plurifustigato Tacconi non sarebbe mai potuto arrivare.
Poi, l’esplosione. Un urlo roboante, potente e grande come una città. La corsa verso la bandierina con il tuo inimitabile modo di esultare. Qualcuno per rincorrerti scivolò, qualcun’altro sugli spalti ahimè, ci rimise le penne per l’emozione troppo forte, ma in un attimo, riuscisti a mettere tutti d’accordo. Il panettiere, il fabbro, lo scrittore, l’avvocato, il lattaio, il ladro, l’onesto, la nonna, il nipote, il sottoscritto e perfino il giornalista insieme, idealmente, venimmo ad abbracciarti forte e lì, in quel momento, ti eleggemmo definitivamente nostro indiscusso beniamino. Fu amore vero.
Dopo quella prodezza ci guardammo increduli e senza parlare capimmo che finalmente la nostra storia poteva cambiare e che da quel momento tutto poteva essere possibile, anche l’impossibile, come quel gol… E così fu.

Grazie e auguri nostro invincibile campione.
Gianluigi Trapani

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