Cazzullo torna su Sal Da Vinci (stavolta senza camorra): “Come Mario Merola, rappresenta uno stereotipo”
Al Corsera: "La sua Napoli rappresenta uno stereotipo che con la cultura napoletana non ha molto a che fare. È un’attitudine strappacore, enfatica, consolatoria: l’amore per sempre, ti prometto davanti a Dio… Mi sembra un passo indietro non solo rispetto a «Quanno chiove»"

Roma 24/01/2019 - trasmissione Tv 'Povera Patria' / foto Samantha Zucchi/Insidefoto/Image nella foto: Aldo Cazzullo
Cazzullo torna su Sal Da Vinci (stavolta senza camorra): “Come Mario Merola, rappresenta uno stereotipo”
Nella sua rubrica delle lettere, Aldo Cazzullo torna per il secondo giorno di fila di Sal Da Vinci. In genere si fa quando si ha l’impressione di aver pestato una merda, come dicono a Stoccolma. E stavolta Cazzullo dice la sua da un punto di vista artistico-culturale, senza accenni a matrimoni di camorra.
Questa la risposta a un lettore che gli chiede di un suo eventuale pregiudizio nei confronti di Napoli.
È vero il contrario. Io amo Napoli e i napoletani. Sal Da Vinci è la Napoli che pensano e che vorrebbero coloro che la detestano. Siccome io la amo, non mi piace Sal Da Vinci. Adoro invece la grande tradizione della canzone napoletana, portata in tutto il mondo dall’orchestra italiana di Renzo Arbore, ma prima ancora elevata ai massimi livelli da Caruso e da altre tra le più belle voci che non solo l’italia ma l’umanità abbia mai avuto. Amo Tullio De Piscopo, Tony Esposito, la Nuova Compagnia di Canto Popolare di Eugenio Bennato, suo fratello Edoardo, James Senese. Amavo soprattutto il più grande di tutti, Pino Daniele (avevo 14 anni quando sentii cantare da un ragazzo con la chitarra «Quanno chiove» in un campeggio di Praia a Mare, e mi dissi che nella vita avrei voluto ascoltare musica così). Allo stesso modo amo il cinema di Totò e il teatro di Eduardo. Artisti che affondano profondamente le loro radici nella Napoli popolare, ma che hanno saputo parlare a tutti, in ogni tempo e in ogni luogo. Cinquant’anni fa, il napoletano Alan Sorrenti aveva grande successo con canzoni che sono rimaste. Ho qualche dubbio che rimarrà «Per sempre sì». Geolier oggi, come Nino D’angelo ieri, possono piacere o meno, ma sono voci originali, interessanti. La Napoli di Sal Da Vinci oggi, come la Napoli di Mario Merola ieri, rappresenta uno stereotipo che con la cultura napoletana non ha molto a che fare. È un’attitudine strappacore, enfatica, consolatoria: l’amore per sempre, ti prometto davanti a Dio… Mi sembra un passo indietro non solo rispetto a «Quanno chiove», ma anche rispetto a «Nel blu dipinto di blu». Modugno era pugliese, anche se passava per siciliano, ma era comunque un artista del Sud; e la canzone con cui vinse Sanremo nel 1958 era molto popolare e molto moderna. Purtroppo non possiamo dire lo stesso di Sal Da Vinci.









