È il momento di stringersi intorno a Buongiorno, non di isolarlo
Nonostante tutto il Napoli resta vivo. Dovremo sudarci tutto e magari ripensare a quel Napoli-Chelsea 3-1

FC Copenhagen's Tunisian forward #30 Elias Achouri (L) and Napoli's Italian defender #04 Alessandro Buongiorno vie for the ball during the UEFA Champions League, league Phase - day 7 football match between FC Copenhaben and SSC Napoli in Copenhagen, Denmark, on January 20, 2026. (Photo by Liselotte Sabroe / Ritzau Scanpix / AFP) / Denmark OUT
Copenaghen–Napoli finisce 1–1, che è un pareggio vero solo per il tabellino, perché dentro ci stanno molte più cose: un’occasione mancata, un errore che pesa, un gruppo che deve fare quadrato e una Champions che, come sempre, non perdona le mezze misure.
Il Napoli impatta in undici contro dieci e il primo pensiero corre inevitabilmente a quei due punti lasciati lì, sul prato danese, come una moneta caduta dalla tasca senza accorgersene. L’ingenuità è ancora di Buongiorno, inutile girarci intorno. Succede. E adesso è il momento di stringersi intorno al ragazzo, non di isolarlo. Questo Napoli ha bisogno proprio di lui, del centrale forte e affidabile che ha già dimostrato di essere. Siamo pochi, terribilmente pochi, e il Copenaghen lo ha capito subito, menando senza molta poesia e senza pietà, come fanno le squadre che sanno di dover sopravvivere più che brillare.
Eppure il Napoli resta vivo. Il punto lo certifica, ma lo racconta soprattutto la partita, giocata con Gutierrez adattato a destra, con Ambrosino chiamato a misurarsi con un palcoscenico che non concede repliche, e con Lucca che si divora un gol che a questi livelli non puoi permetterti di sbagliare. La Champions non consola, non accarezza: aspetta l’errore e lo punisce. Segna McTominay, che dopo McKing possiamo serenamente battezzare McNapoli, e non è solo una questione di soprannomi buoni per i titoli. È una questione di sostanza, di peso specifico, di uno che certe notti non le attraversa in punta di piedi. Milinkovic fa il suo, para il rigore, ma la fortuna dei danesi è di quelle epiche e crudeli: la palla respinta finisce proprio sui piedi di Larsson, che ringrazia e rimette tutto in equilibrio.
Conte non resta a guardare. Le prova tutte, come si fa quando senti che la partita ti sta scivolando dalle mani. Mette dentro tutti gli uomini offensivi che ha a disposizione, senza calcoli e senza riserve. E l’occasione più grande, a parte quella già citata di Lucca, arriva sulla testa di Mati: colpo pulito, destinato a entrare, ma il portiere danese tira fuori una paratona che vale quanto un gol segnato. È il segnale definitivo che la serata non sarà generosa.
Il vero peccato sta lì, però. Perché dopo il vantaggio e soprattutto dopo la superiorità numerica, il Napoli avrebbe dovuto chiuderla. Invece ha pensato di gestirla, di risparmiare fiato e muscoli, forse con lo sguardo già rivolto al calendario. Ma in Champions anche una squadra mediocre può trovare il colpo del martedì, specie se glielo servi su un piatto d’argento, lucidato per l’occasione.
Forse è così che dobbiamo vivercela. Come le storie che ci piace raccontare a Napoli, quelle senza scorciatoie. Nella settimana che ci porta prima a Torino, sponda Juventus, e poi al mercoledì all-in di Champions contro il Chelsea. Una settimana che, senza esagerare, decide davvero la stagione. Dovremo sudarci tutto, filo d’erba dopo filo d’erba, così come siamo stati concepiti e creati. Senza sottrarci alla dannazione delle difficoltà. Senza proclamarci ingiocabili per poi perderne tre di fila appena si alza il livello.
E in mezzo a tutto questo c’è un’altra partita, meno visibile ma decisiva: quella della chiarezza. Capire chi parte, chi arriva e soprattutto chi recupera ed è davvero utile alla causa. Perché questo Napoli non ha bisogno di illusioni né di proclami, ma di uomini disponibili, presenti, pronti a restare dentro la fatica.
Tutto d’un fiato, da sabato fino a mercoledì. Come le storie che piacciono a noi. Come quella notte contro il Chelsea, quel tre a uno a Fuorigrotta che sembrò aprire il sogno di una nuova era. Ora non resta che crederci di nuovo. Senza promesse. Solo con il campo. Chi ama ci crede anche quando fa male. Anche quando ti manda a dormire incazzato, con la partita che continua a rigiocarsi nella testa. Poi passa la nottata, arriva il mattino, e come succede nelle storie vere ci si ritrova lì, a riabbracciarsi di nuovo. Perché l’amore, quello autentico, non chiede comodità: chiede fedeltà. E il Napoli, nel bene e nel male, è esattamente questo.











