Il Napoli non ha gli strumenti per andare in modalità gestione

Non possiede la solidità difensiva ma soprattutto mentale, che serve in certe circostanze. Dall'1-1 14 cross nell'area avversaria. Questo Napoli ha problemi strutturali

Napoli

FC Copenhagen's Danish midfielder #36 William Clem and Napoli's Dutch forward #70 Noa Lang vie for the ball during the UEFA Champions League, league Phase - day 7 football match between FC Copenhaben and SSC Napoli in Copenhagen, Denmark, on January 20, 2026. (Photo by Liselotte Sabroe / Ritzau Scanpix / AFP) / Denmark OUT

Questo Napoli non può andare in modalità gestione

Se la partita tra Napoli e Sassuolo si poteva/doveva analizzare guardando primariamente alle energie a disposizione, poche per non dire pochissime, della squadra di Conte, quella di Copenaghen va sviscerata partendo da altri aspetti: la psiche, l’emotività. Perché, per dirla in modo crudo, il Napoli ha subito una rimonta di testa, prima che di campo. Gli azzurri si sono messi a gestire la gara – il vantaggio di un gol e di un uomo, il possesso palla, il tempo che scorreva – senza avere gli strumenti per farlo. Senza possedere la solidità, difensiva ma soprattutto mentale, che serve in certe circostanze. In fondo, per quanto meritato e apparentemente blindato, uno 0-1 può essere cancellato con un soffio di vento. Ecco, a Copenaghen è andata esattamente così. Il vero problema è che non è una prima volta, in questa stagione. Anzi.

Il soffio di vento che ha deciso la partita è stato un rigore causato da Alessandro Buongiorno con un fallo a dir poco scriteriato. Certo, come vedremo l’azione del Copenaghen era molto pericolosa, Elyounoussi era penetrato in area dopo una combinazione intelligente e fortunata e avrebbe potuto battere a rete da posizione comoda. Ma l’intervento del difensore del Napoli è stato davvero ingenuo, concettualmente sbagliato e anche eseguito male.

Ed è proprio in virtù di quello che è successo a Buongiorno, un calciatore lontanissimo dagli standard di rendimento che ha avuto a Napoli, che torniamo al discorso iniziale. Quello sull’impossibilità, da parte della squadra di Conte, di gestire le partite. Ai giocatori azzurri, come ha giustamente scritto Massimiliano Gallo nel suo commento a caldo, manca la capacità di restare concentrati ed essere solidi per un’intera partita.

I problemi del Napoli (al di là della stanchezza)

Alla base di questa condizione ci sono problemi d’organico e di stanchezza, certo, ma anche di ordine tecnico-tattico. Nel caso specifico, cioè guardando alla gara di Copenaghen, la verità è che l’errore di Buongiorno deve essere considerato per quello che è: un episodio casuale all’apice di una delle poche manovre offensive costruite dagli avversari. E quindi il vero problema della squadra di Conte sta nella condizione in cui si trovava al momento di quell’errore. In soldoni: il Napoli doveva già essere sullo 0-2, almeno sullo 0-2. E doveva avere almeno due gol di vantaggio proprio perché non è (più) una squadra solida dal punto di vista difensivo e mentale, perché non è (più) in grado di mettersi lì a difendere un gol solo gol di margine. Per quanto meritato

Dal punto di vista statistico, prima ancora che tattico, i numeri sottolineano la scarsità di palle gol veramente nitide costruite dal Napoli: dei 19 tiri tentati dalla squadra di Conte, solo 5 sono finiti nello specchio della porta. Se scorporiamo questo dato dal punto di vista temporale, scopriamo che dal minuto 46 al minuto 72, ovvero l’inizio della ripresa fino al gol del pareggio di Larsson, i giocatori azzurri ha messo insieme solo 3 conclusioni. Poche, davvero troppo poche.

Ma perché il Napoli si è ingolfato così? Risposta semplice: perché ha abbassato il ritmo e l’intensità del suo gioco. Come già detto più volte: si è messo a gestire la partita senza avere lo spessore per farlo davvero. La squadra di Conte avrebbe dovuto continuare a giocare come nel primo tempo, durante il quale ha offerto una prestazione di buon livello. Anche grazie ad alcune novità interessanti.

In questi due frame, Di Lorenzo si allarga tantissimo e attacca la metà campo avversaria. Davanti a lui, Gutiérrez e Vergara si alternano tra posizione interna ed esterna

Come si vede in questi frame, già nei primi minuti della gara il Napoli ha assunto delle spaziature abbastanza fluide. Il giocatore che ha determinato questa variabilità perenne è stato Giovanni Di Lorenzo, autore di un’interpretazione molto ambiziosa del ruolo di braccetto. La sua posizione, in fase di possesso, è stata quasi sempre ampia, larga sulla fascia, in modo che si venissero a formare dei triangoli con Gutiérrez e Vergara.

Lo spagnolo, schierato sorprendentemente a destra, avrebbe dovuto “sostituire” Politano anche nei movimenti, nell’approccio, nel gioco a convergere col sinistro. In realtà le cose non sono andate benissimo, nel senso che l’ex Girona e Real Madrid ha avuto un impatto debole sulla partita. A differenza di Vergara, evidentemente a suo agio nel ruolo di trequartista esterno che, da destra, viene a convergere dentro il campo portando palla sul piede forte (il sinistro). I dati, in questo senso, non mentono: l’ex giocatore di Pro Vercelli e Reggiana ha perso solo 5 dei 37 palloni che ha giocato, ha messo insieme 2 dribbling riusciti (su 2 tentativi), 3 occasioni create e altrettante conclusioni tentate.

Il Napoli funziona solo se ad alto ritmo

Il Copenaghen ha risposto a questo assetto con un 4-4-2 abbastanza scolastico, compatto ma non schiacciato nella sua area di rigore. La difesa tenuta in blocco medio, anche se il pressing non era intenso o accentuato, è servita a togliere profondità a Hojlund. A evitare che il centravanti danese, per altro un ex della partita, potesse scappare alle spalle dei centrali.

La difesa in blocco medio del Copenaghen

E così il Napoli si è orientato verso un altro tipo di manovra offensiva: quella legata alle combinazioni per tracce interne, in modo da sfruttare le posizioni ibride di Elmas e del già citato Vergara per poi allargare la palla verso l’esterno. Una strategia che ha funzionato fin quando gli azzurri sono riusciti a tenere alto il ritmo, a incalzare il Copenaghen. E cioè fino al gol del vantaggio, arrivato sugli sviluppi di un calcio d’angolo guadagnato dal Napoli pochi minuti dopo l’espulsione di Delaney, autore di un’entrata davvero pericolosa su Lobotka.

Il gol del vantaggio, col senno di poi, è come se avesse spento il Napoli. Perché, di fatto, ha portato la squadra di Conte ad abbassare i giri del suo motore. A vivere la partita in modo meno intenso, come se fosse solo da controllare e da condurre in porto. Una scelta anche saggia, almeno in teoria, visto il calendario fittissimo affrontato finora, la gara contro la Juve all’orizzonte, le tante assenze per infortunio. Come detto, però, questo modo di approcciare la partita non è quello giusto, per questo Napoli. Al quale sono bastati pochi minuti sotto pressione per andare in confusione.

Il pareggio del Copenaghen

Dal punto di vista tattico, non c’è molto da dire sul cambio di verso della partita. Lo stesso Copenaghen, dopo l’espulsione, si è semplicemente disposto con un 5-3-1 iper-compatto e strettissimo. Un sistema su cui il Napoli ha sbattuto il muso per tutta la ripresa. Prima che Larsson segnasse il gol del pareggio, infatti, la squadra di Conte si è messa ad accerchiare la difesa avversaria esasperando il palleggio (66% di possesso palla dal minuto 45′ fino al minuto 72′), raramente ha forzato la giocata e/o ha portato molti uomini in area di rigore.

Poi però il tecnico danese Neestrup ha inserito Larsson e Clem al posto di Achouri e Cornelius, aggiungendo un pizzico di sprint e dinamismo in più alla sua formazione. E sono bastate due ripartenze subite per convincere Conte a inserire Lang e Olivera al posto di Vergara e Spinazzola, e poi per mandare nel panico la squadra azzurra. Che si è fatta infilare con clamorosa facilità al termine di un’azione iniziata con una palla persa dentro l’area del Copenaghen, sviluppatasi con un lancio lungo e poi trasformatasi in una manovra d’accerchiamento dell’area di rigore azzurra. Un’azione in cui tutti i giocatori di Conte sono stati poco reattivi, fino all’entrata nonsense di Buongiorno:

L’azione da cui nasce il rigore fischiato a Buongiorno

Alla luce di quello che abbiamo detto finora, è facile spiegare un’azione del genere. Se il Napoli avesse difeso in maniera più intensa e aggressiva, a partire dall’intervento mancato di Juan Jesus e dall’ampia distanza tra il difensore brasiliano e Buongiorno, il Copenaghen non avrebbe avuto la possibilità di aprirsi il campo così rapidamente: i giocatori della squadra danese sarebbero stati bloccati prima, con un anticipo secco e/o con un fallo tattico. Anche il rinculo di tutti i giocatori avanzati è stato lento, infatti sia Lang che McTominay non riescono a seguire bene i loro avversari. E così Buongiorno si ritrova uno contro uno con Elyounoussi.

Confusione finale

Il grande problema del Napoli, almeno in queste ultime settimane, si è manifestato di nuovo negli ultimi 20 minuti di gioco. Perché la squadra guidata da Conte, spinta dall’urgenza di segnare, è riuscita ad alzare di nuovo l’intensità della sua spinta offensiva, ma si è ritrovata completamente priva di giocatori creativi. L’unico contributo, in questo senso, è arrivato da Noa Lang: l’esterno olandese, stando ai dati rilevati da SofaScore, ha messo insieme 5 dribbling riusciti in mezz’ora di gioco. Il problema, però, è che la sua porzione di campo preferita, l’unica dove sembra potersi esprimere, è troppo larga, troppo isolata sull’esterno.

Tutti i palloni giocati da Noa Lang

E poi c’è anche una questione di qualità: sempre secondo SofaScore, Lang ha perso 10 palloni su 33 tocchi, ha tentato per 6 volte il cross e gliene sono riusciti soltanto 2. Insomma, si può dire: è stato impreciso e fumoso nelle sue giocate. Certo, va anche detto che tutto il Napoli ha giocato in modo confuso e monotematico: dal minuto 72 fino al minuto 96, la squadra di Conte ha messo insieme addirittura 14 cross tentati, di cui addirittura 12 dalla fascia destra. Al Copenaghen, di fatto, è bastato difendere bene il centro dell’area per evitare di concedere occasioni nitide. E nell’unico caso in cui un cross – ovviamente servito dalla destra – ha trovato una buona sponda aerea, quella di Lucca che ha servito Olivera, ci ha pensato il portiere Kotarski a disinnescare il pericolo.

La confusione è stata tale che Conte è riuscito a inserire Ambrosino e il già citato Lucca, passando così a una sorta di 4-2-4. Anche questa mossa non ha pagato, ed è inevitabile fare una digressione su Lorenzo Lucca. Che, come detto, è stato importante nella costruzione del colpo di testa di Olivera, vale a dire dell’unica azione manovrata davvero pericolosa confezionata dal Napoli dopo il gol di Larrson, ma che poi si è divorato il gol della vittoria – su un’azione molto casuale – a pochi metri dalla linea di porta. Per quanto fosse defilato, un centravanti ha l’obbligo morale di segnare quel gol. Soprattutto se deve riscattare un inizio di stagione a dir poco sotto tono.

Conclusioni (e una constatazione su Lang e Lucca)

Nella notte di Copenaghen, il Napoli ha dimostrato di essere ripiombato in una spirale da cui sarà complicato uscire. Anche perché, al momento, le uniche risorse alternative a disposizione – almeno in attacco – sono proprio Lang e Lucca. Vale a dire due calciatori che sembrano destinati all’addio, e che in Danimarca, per l’ennesima volta, hanno dimostrato di non essere spendibili nella squadra di Conte. Per incompatibilità tecnico-tattica, ma forse anche per valore assoluto. È una constatazione importante da fare e da registrare, in vista degli ultimi giorni di mercato.

Al di là di tutte queste valutazioni a medio termine, come detto, resta la sensazione che il Napoli 2025/26 abbia dei problemi strutturali. Ovvero dei difetti che, vuoi o non vuoi, finiscono per ripresentarsi in maniera ciclica. Poi, lo abbiamo visto e raccontato, Conte è riuscito a trovare delle soluzioni che permettessero alla sua squadra di venire fuori dalle crisi, dalle emergenze, da un’evidente regressione. Ma quando la problematica è anche – se non soprattutto – mentale ed emotiva, un allenatore può impattare fino a un certo punto. Specie se, come nel caso del Napoli, di fatto non ha giocatori da poter pescare per poter cambiare le cose. O per provarci, quantomeno.

In ogni caso, però, la partita di Copenaghen poteva e doveva essere vinta. Per la differenza di valori in campo, per il modo in cui si era messa dopo l’espulsione di Delaney e il gol di McTominay. Come ha detto giustamente Conte nel postpartita, il Napoli stavolta non ha alcuna possibilità di rifugiarsi nelle attenuanti. L’ultima volta che il tecnico azzurro aveva parlato in questi termini, dopo la sconfitta di Bologna, la sua squadra era ripartita bene. Sarà interessante capire se – e come, eventualmente – succederà anche questa volta.

È nato a Napoli, si è fatto adottare anche dalla Sicilia e adesso vive a Milano.

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