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Valdano: «La mano de Dios non fu improvvisata, Maradona l’aveva provata in allenamento»

Intervista allo Spiegel: “Il suo mondo era lo spogliatoio, lì si sentiva protetto e proteggeva gli altri. I suoi compagni erano tutto, per Diego”

Valdano: «La mano de Dios non fu improvvisata, Maradona l’aveva provata in allenamento»

Di Diego Armando Maradona è pieno il mondo. Non c’è più un non-detto. Un non-pianto. Un ricordo dimenticato. Un inedito. E poi c’è Jorge Valdano. Che, intervistato dallo Spiegel, dice:

“La “mano de Dios”, Maradona non l’ha improvvisata. Non era la prima volta che faceva gol in quel modo. Ci aveva lavorato in allenamento”.

Il più iconico, geniale, fraudolento, poetico gesto del calcio mondiale non era frutto di una scintilla. Ma era la definizione di un progetto. Il gol all’Inghilterra, Mondiale ’86. La storia. Lo aveva già raccontato Ottavio Bianchi: anche i gol da centrocampo erano una magia sui cui lavorava in settimana. L’abbattimento di un cliché: Maradona era un genio ma anche un gran lavoratore.  Valdano, comunque, descrive così le “prove” di quel gol leggendario:

“Quando provavamo gli angoli in allenamento, lui colpiva, la palla era in porta, qualcuno rideva e chiedeva: “Che è successo?”. E altri dicevano: “Non l’hai visto? L’ha messo con la mano!”. Non mi ha sorpreso che abbia segnato in questo modo contro l’Inghilterra, era una scelta mirata”.

Valdano e Maradona hanno avuto una relazione complessa nello spogliatoio, in campo, nei ritiri, a cena. 40 anni di amicizia e rispetto, anche a distanza.

Ho scoperto dai giornali che Maradona esisteva, probabilmente da El Grafico, non ricordo l’anno, un po’ di tempo prima dei Mondiali del 1978 quando giocavo al Newell’s. Ho letto di Maradona prima di vederlo di persona. Ma è quello che è successo a molti, per i quali era un evento ancor prima di vederlo giocare. E per quanto mi riguarda, ho capito fino in fondo chi fosse nel momento in cui l’ho visto per la prima volta con la palla. Mentre mi allenavo con la Nazionale, qualche anno prima della Coppa del Mondo del 1982, quando la squadra fu messa insieme per il torneo. È stato allora che l’ho conosciuto, personalmente e come giocatore. Non avevo visto niente di simile prima. Un’altra dimensione. Un Diego trionfante, giovanissimo, travolgente. A quel tempo non era ancora il superuomo che sarebbe diventato. Quello che andava d’accordo con tutti e si opponeva a tutto, ma aveva già una grande personalità. Con il pallone era puro calcio, un giocatore pieno di estetica, pieno di creatività e anche di orgoglio. Aveva tutto”.

La vera casa di Maradona era lo spogliatoio.

Lo spogliatoio era il suo mondo. Se c’era una cosa che non aveva mai perso, era il rispetto per gli altri giocatori. Mai. Per Diego il gruppo è sempre stato la cosa più importante. Penso che si sia sempre sentito protetto lì, e lo ha dimostrato dentro e fuori dal campo”.

Era una specie di Babbo Natale del pallone, Diego.

“Diego era una persona meravigliosa e generosa. Migliaia di piccoli doni per il gruppo. Per i suoi colleghi, per tutte le persone intorno a noi. Vedeva che un compagno di squadra aveva problemi a prolungare il suo contratto? Andava dal presidente, lo affrontava e lottava per il suo contratto. Per Diego era importante che i suoi colleghi fossero felici. Ti regalava un orologio con la stessa facilità con cui ti serviva un un assist in campo, facendoti correre liberamente verso il portiere”.

Aneddoti, sparsi.

“Stavamo insieme in Nazionale, sono andato a trovarlo a Napoli, lui è venuto a Madrid. E ricordo che una volta mi ha chiamato lì, io non avevo ancora un cellulare. Diego invece possedeva un Nokia grosso come un mattone. Così mi ha chiamato e non ero a casa, quindi non mi ha beccato alla quarta o quinta chiamata. E quando finalmente ho risposto, ha detto con una risata: “Che succede, Jorge, pensi di essere Maradona?” Quando è venuto a Madrid ha detto: “Porta i ragazzi”. E ci siamo incontrati con Butragueño, Juanito, Gallego, Michel… Li ammirava e gli piaceva incontrarli, ascoltarli. Li rispettava ed era a suo agio con loro. Essere circondato da compagni di squadra mentre stava ancora giocando – e da ex compagni di squadra quando ha lasciato – significava per Diego parlare di calcio. Ed era impareggiabile in questo perché non solo era il migliore in campo, ma anche il migliore nel raccontare storie a cena”.

Maradona si nutriva di pallone.

“Guardava ogni tipo di partita in TV, anche partite che nessun altro vorrebbe vedere. Ma lui le guardava. Ha guardato le partite del Tenerife quando io ero allenatore lì e mi ha sorpreso con i dettagli. Quando ha giocato per il Siviglia, sapeva tutto del campionato spagnolo. E quando era l’allenatore della nazionale argentina, si teneva aggiornato su tutto. Sì, gli piaceva guardare il calcio e capiva il gioco. Ha visto tutto prima di chiunque altro.

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