Grazie a Cristiano Ronaldo, Jorge Jesus ha trovato l’occasione per dimostrare l’esistenza di Jorge Jesus

Ve l'immaginate una scena simile con Ancelotti o Mourinho? Il potere è un formidabile rivelatore di caratteri. Ancora più tristezza fanno quelli che in queste ore sembrano quasi eccitati all’idea che finalmente qualcuno abbia dato una lezione a CR7.

Grazie a Cristiano Ronaldo, Jorge Jesus ha trovato l’occasione per dimostrare l’esistenza di Jorge Jesus

A billboard in support of Portugal’s forward Cristiano Ronaldo reading “Thank you Cristiano Ronaldo for all that you did for Portugal. You will be always our captain” mixed with an adjacent message critical against Portugal’s coach Jorge Jesus reading “Jorge Jesus was not up to the job" and “lack of sensitivity in managing the CR7 asset”, the fact that he “mishandled a captain” is pictured near Luz stadium in Lisbon on October 2, 2026. (Photo by PATRICIA DE MELO MOREIRA / AFP)

C’è qualcosa che fa riflettere nella vicenda tra Jorge Jesus e Cristiano Ronaldo, e non c’entra quasi nulla il calcio. Il neo-ct dei portoghesi ha finalmente avuto il suo momento: far vedere a Cristiano Ronaldo chi comanda. Contento lui. È quella piccola ebbrezza del potere che fa più tristezza che impressione. Come il controllore che trova l’immigrato senza biglietto e improvvisamente si sente investito dell’autorità dello Stato. Può farlo scendere, certo. Ha persino ragione. Ma se prova piacere nel mostrargli chi comanda, la scena comincia a raccontare molto più di lui che del passeggero.

Jesus può lasciare Ronaldo in panchina, può non farlo entrare, può anche decidere che il suo tempo in Nazionale sia finito. È l’allenatore, lo abbiamo capito. Ma è proprio il bisogno di farcelo capire a fare tenerezza. “Decido io”. “Convoco chi voglio”. “Non devo chiedere scusa”. Sì, Jorge. Sei il commissario tecnico del Portogallo. Abbiamo capito. Nessuno stava pensando di mandare il foglio formazione a Cristiano Ronaldo per la firma.

Il potere è un formidabile rivelatore di caratteri

Jorge Jesus

Del resto il potere è un formidabile rivelatore di caratteri. Non cambia necessariamente gli uomini, spesso si limita a dare loro l’occasione di mostrarsi. C’è chi, appena ne riceve un po’, quasi se ne dimentica e chi invece passa il tempo a controllare che tutti se ne siano accorti. Andreotti diceva che il potere logora chi non ce l’ha. A volte viene il sospetto che faccia danni ancora maggiori a chi finalmente riesce a metterci le mani sopra.

Ci sono uomini che entrano in una stanza e non hanno bisogno di spiegare chi sono, e altri che appena entrano sentono il bisogno di stabilire immediatamente chi comanda. È la differenza tra autorità e autorevolezza, che sembrano sinonimi soltanto a chi non possiede la seconda. L’autorità te la consegnano: con un contratto, una nomina, una divisa, un grado, un voto, un ufficio. L’autorevolezza no. Quella non si nomina, non si decreta e soprattutto non si può pretendere. Puoi costringere qualcuno a obbedirti, non puoi costringerlo a riconoscerti. Il potere ottiene obbedienza; la leadership, quando esiste davvero, ottiene seguito.

Forse è proprio per questo che gli uomini meno autorevoli sono spesso quelli più innamorati dell’autorità. Ne hanno bisogno, la esibiscono, la ricordano agli altri, cercano continuamente la piccola prova che dimostri che sì, possono ordinare qualcosa a qualcuno. Succede negli uffici con il dirigente che gode nel negare un permesso che potrebbe concedere, nelle famiglie con il padre che confonde l’essere rispettato con l’essere temuto e succede, naturalmente, in politica. Ci sono leader che costruiscono consenso e altri che hanno bisogno di mostrare continuamente chi sta sopra e chi sta sotto.

L’uomo autorevole, al contrario, può perfino permettersi il lusso della gentilezza. Può cambiare idea, chiedere scusa, riconoscere il valore di chi ha davanti. Non teme che ogni concessione venga interpretata come debolezza, perché non ha bisogno di dimostrare continuamente di essere forte.

E qui possiamo tornare a Jorge Jesus e Cristiano. Inutile dire che con Ancelotti o Mourinho una rappresentazione così provinciale del comando sarebbe difficile persino immaginarla. Perché quella è la differenza tra avere personalità e recitarla, tra gestire un campione e avere bisogno di ridimensionarlo per sentirsi grande. Ancelotti non avrebbe avuto bisogno di spiegare pubblicamente che Ronaldo dipendeva dalle sue decisioni. Mourinho avrebbe potuto anche litigarci per una settimana, ma il conflitto sarebbe stato tra due personalità enormi. Non la scenetta del professore supplente che entra in classe e come prima cosa pretende il silenzio per dimostrare che adesso comanda lui.

C’è quasi qualcosa di liberatorio, per alcuni, nel vedere cadere i grandi

Cristiano Ronaldo in Nazionale per i Mondiali

Ma più tristezza di Jesus fanno quelli che in queste ore sembrano quasi eccitati all’idea che finalmente qualcuno abbia dato una lezione a Ronaldo. Finalmente la panchina, finalmente il collettivo, finalmente il grande ego messo al suo posto. Fermi. Ma avete capito chi è Cristiano Ronaldo? Non chi era. Chi è. L’esultanza di Hojlund, classe 2003, basta quasi da sola a ricordarlo: una generazione intera di ragazzi, prima ancora che di calciatori, è cresciuta con il mito di Cristiano Ronaldo davanti agli occhi.

C’è quasi qualcosa di liberatorio, per alcuni, nel vedere cadere i grandi. Se persino Cristiano Ronaldo può essere messo all’angolo da Jorge Jesus, allora per qualche minuto il mondo sembra più orizzontale. Quello troppo bello, troppo ricco, troppo famoso, troppo vincente viene finalmente ricondotto alla nostra dimensione. E infatti qualcuno gode. Non della scelta tecnica, ma della mortificazione. È diverso. Ma quanto è triste.

Riconoscere la grandezza degli altri è forse una delle prove più difficili per gli uomini piccoli. Perché la grandezza altrui non li ispira: li diminuisce. È lo stesso meccanismo per cui certi capi non vogliono collaboratori troppo bravi e certi politici si circondano di figure che non possano oscurarli. Il grande non ha paura del grande. Il piccolo sì.

Cristiano Ronaldo può anche essere diventato un problema tecnico, può essere ingombrante, può persino sbagliare, come ha sbagliato ad andarsene dal ritiro. Ma è Cristiano Ronaldo. Cinque Palloni d’Oro, tutto il resto. Non serve nemmeno fare l’elenco, diventa volgare.

Ed è forse proprio questo a rendere la scena così piccola. I grandi allenatori gestiscono i grandi campioni. Non hanno bisogno di usarli come sgabello per sembrare più alti. Jorge Jesus, invece, sembra aver trovato in Ronaldo l’occasione per dimostrare l’esistenza di Jorge Jesus. E questa riflessione può utilmente fermarsi qui.

30 anni, laureato in Giurisprudenza. È cresciuto in un tempo in cui gli idoli eri costretto a cercarteli da un’altra parte. Il suo, poco ortodosso per un napoletano, era Andriy Shevchenko. Forse anche per questo è grato a chi ha restituito il sogno ai bambini della sua terra. Crede nel fattore umano, nelle relazioni e nell’idea che, nel calcio come nella vita, siano le persone a fare la differenza.

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