Demme sullo scudetto del Napoli: “Avendo giocato poco, non lo sentivo come un mio successo. A casa avevo anche il broncio perché non giocavo”
Il centro sportivo di Castel Volturno? "Forse come una terza serie qui in Germania". Si è ritirato dopo due commozioni cerebrali e pensa a una pizzeria a Tbilisi con Kvaratskhelia.

Diego Demme del Napoli applaude i tifosi al termine della partita di Serie A TIM tra Napoli e US Salernitana allo Stadio Diego Armando Maradona di Napoli, Italia, il 13 gennaio 2024. (Foto di Franco Romano/NurPhoto) (Foto di Franco Romano / NurPhoto / NurPhoto via AFP)
Diego Demme ha vinto con il Napoli la Coppa Italia del 2020 e lo scudetto del 2023. Due settimane fa ha annunciato il ritiro e oggi gestisce due pizzerie a Berlino. L’ex centrocampista ha raccontato i suoi anni in azzurro al podcast tedesco Behind the Athletes.
Demme e lo scudetto: “Forse me lo sono un po’ rovinato”
Il terzo scudetto del Napoli è stato il punto più alto della sua carriera, ma lo ha vissuto ai margini:
“Eravamo, credo, in 25 in rosa, e io c’ero quando, dopo 33 anni, dopo Maradona, abbiamo vinto lo Scudetto. Ma avendo giocato poco, non lo sentivo come un mio successo. A casa avevo anche il broncio perché non giocavo”.
“Forse a volte me lo sono un po’ rovinato, ci ho pensato troppo, al fatto di non giocare, invece di godermi semplicemente il fatto di esserci”.
Gli è rimasta più dentro la coppa vinta con Gattuso: “La Coppa Italia per me è stata emotivamente più bella, perché la finale l’ho giocata”.
Di Spalletti, però, conserva un buon ricordo:
“Nella stagione dello Scudetto non ho giocato molto, ma Spalletti mi ha sempre fatto sentire una parte importante della squadra. Mi parlava spesso, a volte erano solo due, tre frasi, tipo che in allenamento ero stato bravo”.
Il centro sportivo: “Tre campi, una palestra piccolissima”
Demme arrivò a gennaio 2020 dal Lipsia. L’impatto con Castel Volturno fu questo:
“Rispetto a Lipsia era mini. Forse come una terza serie qui in Germania, direi. Tre campi, una palestra piccolissima, uno spogliatoio piccolissimo, ma era tutto davvero calcio. Non c’era tutta la struttura intorno, dovevi organizzarti da solo. Arrivavi mezz’ora prima dell’allenamento, in Germania sempre un’ora e mezza prima”.
Sei anni dopo il Napoli il suo centro sportivo non lo ha ancora: a Qualiano c’è da risolvere l’ipoteca sui terreni.
Gattuso, “il mio idolo d’infanzia”
A volerlo fu Gattuso. Demme racconta la telefonata del procuratore il 3 gennaio: lui pensava a un trasferimento in estate, la risposta fu “No, no, deve succedere subito. Gattuso è carico, ti vuole a Napoli”. Accettò, “ma ho anche pianto, perché non volevo lasciare Lipsia”. C’era però il nome che gli ha dato suo padre, in onore di Maradona.
“Credo che Gattuso abbia visto in me quello che lui stesso incarnava da giocatore: la mentalità senza palla, la voglia di aggredire l’avversario nei contrasti. Credo che a Napoli allora mancasse proprio questo”.
Sul Napolista ce lo siamo chiesti di recente: Gattuso non era quello che preferiva Demme a Lobotka? L’allenatore, oggi alla Lazio, ha detto di sé: “Sono ostaggio del personaggio”.
Kvaratskhelia, il latte d’avena e il ritiro
Di Kvaratskhelia ricorda il primo allenamento: “È partito in dribbling, ne ha saltati tre e l’ha messa nell’angolino”. I due sono rimasti legati: “Forse quest’anno apriamo con lui e i pizzaioli italiani una pizzeria in Georgia, a Tbilisi”.
A Napoli Demme arrivò da vegano. Durò poco: “Al primo bar ho ordinato latte d’avena e mi hanno guardato come per dire: ma che vuole questo? Dopo una settimana con il vegano avevo chiuso”.
Il ritiro, infine, è arrivato per motivi di salute: “Due commozioni cerebrali che mi hanno messo completamente fuori gioco, non solo nel calcio, ma anche mentalmente e nella vita privata”. Senza quelle, dice, forse giocherebbe ancora all’Hertha. Lo Spalletti di cui parla è lo stesso che oggi, alla Juventus, dello scudetto dice “non ce ne frega proprio niente”.