C’era una volta il “quarto potere”, poi Infantino ha dimostrato che la stampa non conta niente

Sono mesi che tutti i grandi giornali del mondo lo stanno massacrando (anche a ragione), ma il presidente della Fifa continua a vincere come ha sempre fatto: con la politica

C’era una volta il “quarto potere”, poi Infantino ha dimostrato che la stampa non conta niente

FIFA President Gianni Infantino gestures during a press conference with the World Cup trophy on the eve of the opening match of the 2026 World Cup football tournament at Mexico city stadium in Mexico City on June 10, 2026. (Photo by Alfredo ESTRELLA / AFP)

L’estate italiana è passata – sarà stato il caldissimo – tra l’invidia per chi aveva una nazionale da tifare al Mondiale e la più agonistica delle nostre prassi: l’indignazione. Ci svegliavamo al mattino, controllavamo i risultati delle partite in notturna, e poi con il giusto tasso di perversione arringavamo contro Infantino. Siamo tutto sommato animali basici: Mondiale bene – padrone del Mondiale male. Infantino è narrato come il male assoluto da svariati anni: ha un curriculum dell’ignominia anabolizzato dall’ascesa, crescono di pari passo. Il fatto se lo sia davvero, il Male, non è il punto interessante della questione. Lo è né più né meno dei dirimpettai di Palazzo (a cominciare da quel Ceferin per cui ora tutti tifano, ma di cui abbiamo rimosso l’immondezzaio che riuscì a produrre durante la pandemia). La vera super-skill di Infantino è aver distillato il potere puro, lo ha centrifugato e nella scrematura è andato perso il quarto potere: la stampa. Infantino era, è, e soprattutto resterà Infantino a dispetto della peggiore stampa che mai un oligarca (perché questo è) ha dovuto contrastare. Ha vinto lui. E ha vinto così tanto e così bene che persino lo sconfitto – i mass media, tutti – sta ammettendo la resa.

Scacco matto a Infanti… no, come non detto

Era il 10 agosto quando la Süddeutsche Zeitung (che con la Faz tira il gruppone molto frastagliato di grandissimi giornali internazionali d’opposizione) titolava Scacco matto a Infantino! Non riusciamo per questioni di spazio a farvi l’inventario, seppur sommario, di tutti gli articoli dedicati alla distruzione di Infantino e del suo potentato affaristico. Dentro il New York Times, tutti i media anti-Trump americani, i giornali inglesi all’unanimità – dal Guardian al Telegraph, dem o conservatori – col vessillo della Premier in rotta, L’Equipe e i francesi, persino quei timorati dei giornali italiani (la Gazzetta dello Sport ci ha rimesso gli accrediti per la finale Mondiale, non a caso). Un unico fronte compattissimo, a costruire un muro di suono assordante per abbattere quel colossale despota del calcio Mondiale.

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Non mancavano gli argomenti: Infantino ha lasciato sul suo percorso scandali come le briciole nella favola di Pollicino: i rapporti con la Russia, con il Qatar, i discorsi assurdi – “Oggi mi sento arabo, oggi mi sento africano, oggi mi sento gay, oggi mi sento disabile, oggi mi sento un lavoratore migrante”. Un’altra volta ha paragonato la sua elezione nel 2016 al genocidio in Ruanda – le genuflessioni innanzi a Trump. Hanno scavato, i giornali. Hanno urlato. Hanno montato polveroni e poi soffiato tutti nella stessa direzione. E alla fine eccolo lì, Infantino. Sta per essere rieletto presidente Fifa per manifesta inferiorità dell’avversario, chiunque esso sia. L’unico candidato che è riuscito ad esprimere cotanta opposizione? Un semi-sconosciuto ex giocatore del Cagliari.

Il quarto potere che non lo era

Ecco il punto: è mediologico. Infantino ha scoverchiato, con buona pace di Montesquieu, la debolezza strutturale del quarto potere. I mezzi di comunicazione di massa sono i veri sconfitti di questa dispendiosissima campagna di stampa contro il presidente della Fifa. Non è in discussione qui la sostanza della battaglia, ma è un fatto che il potere – a questi livelli – può evidentemente fare a meno della sua narrazione accessoria. E anzi di più, può palesarla per quel che è: tutto sommato irrilevante, anche se contraria.

Il piano clandestino di vendere i diritti commerciali dei Mondiali a investitori esterni, frettolosamente ideato e abbandonato, è stato tradotto mediaticamente con una gravitas da partigiani sulle montagne. Doveva essere la proverbiale goccia di troppo. Invece la goccia s’è fatta mare, e lui ha preso a navigarlo come ha sempre fatto: distribuendo dividendi alla sua base elettorale. In fondo in politica – diceva Andreotti – quello che si dice non conta, quello che conta è quello che non si dice.