Sicuri che Hojlund sia più forte di Lukaku? Rasmus è bravo ma non è ossessionato dal gol

Aziendalmente, la scelta di cedere Lukaku non si discute. Ma in campo è un'altra storia. La squadra ha bisogno di gol. Meglio affiancare al danese un calciatore che sia un vero concorrente per lui, che lo sproni a "incattivirsi"

Sicuri che Hojlund sia più forte di Lukaku? Rasmus è bravo ma non è ossessionato dal gol

Dc Castel di Sangro 08/08/2026 - amichevole / Napoli-Celta Vigo / foto Domenico Cippitelli/Image Sport nella foto: Car Starfelt-Rasmus Hojlund

L’addio a Lukaku terribilmente sottovalutato

Alla fine Romelu Lukaku se n’è andato davvero. Il Napoli lo ha ceduto al Fenerbahçe, incassa qualcosa, soprattutto si libera di uno stipendio enorme e consegna definitivamente il centro dell’attacco a Rasmus Hojlund.

Dal punto di vista aziendale, difficile obiettare. Lukaku ha 33 anni, guadagnava tantissimo, veniva da una stagione tormentata dagli infortuni. Hojlund ne ha 23, dieci in meno, il Napoli ha investito circa 50 milioni tra prestito e riscatto e rappresenta contemporaneamente presente, futuro e patrimonio. Se il calcio fosse un foglio Excel, potremmo anche chiuderla qui.

Per fortuna (o per sfortuna) il calcio ha il brutto vizio di giocarsi ancora sul campo.

E sul campo rimane una domanda che forse a Napoli ci si sta ponendo troppo poco: siamo proprio sicuri che oggi Hojlund sia un centravanti migliore di Lukaku?

Non più giovane, non più futuribile, non più rivendibile. Migliore. O, ancora più precisamente: siamo sicuri che dia oggi più garanzie quando bisogna fare la cosa per cui esistono i centravanti, cioè segnare?

Conte Lukaku

Lukaku appartiene a quella curiosa categoria di calciatori che hanno trascorso buona parte della carriera dovendo dimostrare di essere forti nonostante avessero già provveduto a dimostrarlo. Troppo grosso, non abbastanza elegante perché gli esteti glielo perdonassero, decisivo ma non abbastanza nelle partite in cui qualcuno aveva preventivamente deciso che avrebbe dovuto esserlo. Ogni stagione sembrava aprirsi un processo a Lukaku. E quasi ogni stagione lui rispondeva nella maniera meno sofisticata possibile: facendo gol.

I numeri, quando non vengono torturati per fargli dire quello che vogliamo, sono piuttosto maleducati. In carriera Lukaku ha superato quota 300 gol, ne ha segnati 121 in Premier League, 85 in Serie A e 21 in Champions League. È il miglior marcatore della storia del Belgio. A Napoli, nel campionato dello scudetto 2024-25, ha chiuso con 14 gol e 10 assist in Serie A. In totale, nelle sue 41 presenze di campionato con il Napoli, ha prodotto 15 gol e 10 assist. Al Mondiale, al 40% della forma, ha segnato tre gol.

Non sono i numeri di uno da accompagnare alla porta con l’aria di chi sta liberando un posto.

Hojlund è sempre nel vivo del gioco ma non ha ancora il gol nel sangue

Poi è arrivato l’infortunio, è arrivata una seconda stagione quasi cancellata, ed è arrivata inevitabilmente l’anagrafe. Tutto vero. Come è vero che liberarsi del suo ingaggio consente al Napoli di fare altre operazioni. Non è la cessione di Lukaku a essere incomprensibile. È pensare che la sua cessione possa non lasciare un vuoto tecnico specifico.

Perché Hojlund è forte. Molto probabilmente diventerà ancora più forte. E sarebbe altrettanto sciocco trasformare questa discussione in un processo al danese: non lo è, davvero.

Nella scorsa stagione ha segnato i suoi 16 gol in 44 partite complessive con il Napoli. In campionato è arrivato a 12 reti e soprattutto ha dimostrato una qualità che non va sottovalutata: spesso segna quando il peso specifico della partita aumenta. Ha segnato una doppietta alla Juventus. Ha segnato in Champions, tre volte già nella prima parte della competizione, compresa una doppietta allo Sporting. Ha segnato contro il Pisa nella partita che ha consegnato matematicamente al Napoli la qualificazione in Champions. Non stiamo parlando, insomma, di un attaccante che sparisce quando si alza il volume.

Il problema è un altro.

E cioè che Hojlund non ha ancora il gol nel sangue.

Che è una frase terribilmente antiscientifica e probabilmente farà inorridire chi misura il calcio soltanto attraverso gli expected goals. Ma chi guarda i centravanti da abbastanza tempo sa esattamente cosa significa.

Ci sono attaccanti che partecipano all’azione e attaccanti che partecipano al gol. Lukaku, con tutti i suoi difetti, appartiene alla seconda categoria. Vive pensando a dove finirà il pallone. Può giocare male per settanta minuti e restare comunque dentro la partita perché gli basta che una palla cada nel posto giusto. Il centravanti vero non aspetta l’occasione: in qualche modo la riconosce qualche secondo prima degli altri.

Hojlund questa ferocia la mostra a intermittenza.

Anche ieri sera, contro l’Aris Salonicco, modesta squadra greca, il Napoli ha organizzato il suo piccolo festival estivo del gol e lui non ha partecipato. Naturalmente non sarà un’amichevole di agosto a emettere sentenze su un attaccante da 50 milioni. Sarebbe ridicolo sostenerlo.

E però è una piccola conferma, un piccolo indizio.

L’importanza di avere un rivale in squadra

Hojlund corre, strappa, combatte, apre il campo, attacca la profondità. Ha una struttura fisica impressionante e margini evidenti. A 23 anni può diventare uno dei centravanti più importanti d’Europa. Però il salto che gli manca non è atletico. E forse nemmeno tecnico.

È diventare ossessionato dal gol.

Non semplicemente essere capace di segnare. È voler segnare sempre. Sentire che una partita in cui la squadra ne fa quattro e tu zero è una partita che ti ha fatto un torto personale.

I grandi numeri nove sono persone abbastanza sgradevoli da questo punto di vista. Vedere il vocabolario alla voce Pippo Inzaghi. E chiedere a Simone Barone per conferma. Possono vincere 5-0 ed essere irritati perché non hanno segnato il quinto. Hanno una relazione quasi patologica con la porta. Hojlund, per ora, sembra ancora un eccellente attaccante che segna. Il Napoli ha bisogno che diventi un goleador che, incidentalmente, sa anche giocare molto bene a calcio.

La distinzione sembra semantica. Non lo è affatto.

Anche perché il Napoli che vuole crescere non può limitarsi a chiedersi chi sarà il centravanti nel 2029. Deve chiedersi chi farà gol nel 2026, soprattutto nelle serate in cui McTominay non arriva, De Bruyne non inventa e la partita si sporca. Quelle in cui non serve il centravanti del futuro. Serve quello del minuto 87.

Per questo l’eventuale arrivo di Gabriel Jesus assumerebbe un significato molto più interessante di quello della semplice riserva di lusso.

Il brasiliano ha 29 anni, ha giocato per anni nel Manchester City di Guardiola, ha vinto Premier League in serie e nel campionato inglese conta 76 gol e 40 assist in 229 presenze. All’Arsenal gli infortuni ne hanno spezzato continuità e centralità e nell’ultima Premier ha giocato appena 14 partite segnando tre gol. Non sarebbe dunque un acquisto senza interrogativi. Anzi.

Ma sarebbe esattamente il tipo di interrogativo che una squadra ambiziosa dovrebbe permettersi.

Perché Gabriel Jesus può giocare con Hojlund, al posto di Hojlund, partire largo, muoversi tra le linee. Soprattutto aggiungerebbe al reparto qualcosa che con l’addio di Lukaku rischia di scomparire: esperienza, mestiere offensivo e concorrenza vera.

Ed è proprio la concorrenza il punto che rischia di sfuggire.

Hojlund non ha bisogno che il Napoli gli consegni le chiavi dell’attacco e gli dica che prima o poi diventerà un grande centravanti. Ha bisogno possibilmente di qualcuno che ogni domenica gli ricordi che quel posto va conquistato. Lukaku avrebbe potuto farlo nel modo più ingombrante possibile. Gabriel Jesus potrebbe farlo in maniera diversa e probabilmente più compatibile con il nuovo progetto.

Perché i giovani crescono giocando, certo. È diventato uno dei comandamenti del calcio contemporaneo.

Qualche volta crescono anche sapendo che se non segnano gioca un altro.

Il Napoli ha fatto una scelta perfettamente razionale: ha rinunciato a un centravanti di 33 anni, costosissimo e reduce da problemi fisici, per puntare su uno di 23 acquistato a peso d’oro. È difficile contestare la logica.

Ma il calcio è pieno di decisioni logicamente impeccabili che poi hanno avuto bisogno di un gol.

E Lukaku, quella cosa lì, l’ha sempre saputa fare.

30 anni, laureato in Giurisprudenza. È cresciuto in un tempo in cui gli idoli eri costretto a cercarteli da un’altra parte. Il suo, poco ortodosso per un napoletano, era Andriy Shevchenko. Forse anche per questo è grato a chi ha restituito il sogno ai bambini della sua terra. Crede nel fattore umano, nelle relazioni e nell’idea che, nel calcio come nella vita, siano le persone a fare la differenza.

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