Berruti, Berruti, Berruti, la voce di Paolo Rosi aprì una stagione di rinascita

L’Olimpiade romana sembrò dare la stura ad un inarrestabile progresso di cui lo sport era soltanto un magnifico pioniere. Furono anche le Olimpiadi di Fritz Dennerlein

Berruti, Berruti, Berruti, la voce di Paolo Rosi aprì una stagione di rinascita

Berruti, Berruti, Berruti

Non il solito coccodrillo ma una testimonianza che sa di storia, cultura, civiltà politica. La scomparsa di Livio Berruti ci riporta infatti ad un’epoca lontana ma che resta fondamentale per capire il nostro tempo con le aspirazioni, i sogni e anche le delusioni che si sono succedute. Era il 1960 quando Berruti vinse l’oro e prossimamente saranno 66 anni (era il 3 settembre). Era quella una stagione di rinascita umana e civile; l’Olimpiade romana certificava per così dire la conquista di un nuovo traguardo, quello dell’avvenuta ricostruzione post bellum segnata dall’avvento del boom (basta vedere in proposto la fortunata e straordinaria stagione cinematografica). L’oro di Berruti valeva una certezza che andava oltre l’evento sportivo.

Le parole con cui il telecronista del tempo Paolo Rosi accompagnò gli ultimi cinquanta metri del nostro campione (Berruti, Berruti, Berruti) valevano come il sigillo di una ritrovata e definitivamente acquisita autorevolezza che andava ben oltre il risultato sportivo. Del resto l’Olimpiade romana sembrò dare la stura ad un inarrestabile progresso di cui lo sport era soltanto un magnifico pioniere. Non a caso infatti quella fu anche l’Olimpiade del Settebello e di Nino Benvenuti. E per noi napoletani giova forse ricordare che fu anche quella di Fritz Dennerlein che gareggiò nella finale dei duecento delfino e fece un’impresa pur non riuscendo a salire sul podio in quanto arrivò quarto malgrado il record europeo della specialità e che noi scugnizzi del tempo seguimmo con l’orecchio alla radio poiché la televisione non aveva all’epoca la copertura della diretta per quella gara.

Altri tempi ovviamente, ricchi di desideri e speranze che oggi non sappiamo più riconoscere e apprezzare; ma se come sostiene J.L. Borges “noi siamo la nostra memoria”, potrebbe essere utile per una volta un “ripasso” di quello che siamo stati anche di fronte alla perdita di valori e ideali che sembra essere diventata ormai la cifra più caratterizzante del nostro tempo.