La crisi del calcio italiano se fossimo in Giappone
Noi parliamo solo di potere e battaglie per le poltrone, loro di accettazione e cambiamento. Loro cercherebbero risposte strutturate, noi un modo per non cambiare nulla

Italian Football Federation (FIGC) President Gabriele Gravina attends a press conference at the team's base camp in Iserlohn, on June 30, 2024, after they were eliminated by Switzerland in a round of 16 match of the UEFA Euro 2024 football championship. (Photo by Alberto PIZZOLI / AFP)
La crisi del calcio italiano se fossimo in Giappone
Sono sempre stato affascinato dalla fierezza giapponese durante il cerimoniale per la scuse pubbliche. Ho fatto uno sforzo mentale, immaginando il responsabile di turno compiere il rituale di contrizione ed inchino (ojigi). Sarebbe esilarante, ma poi ho pensato questo rito che noi “superiori” occidentali, figli di Machiavelli consideriamo stupido, e ho scoperto che fa riferimento a un metodo ben codificato in Giappone (in Giappone, tutto è codificato anche come ci si comporta alla fermata del bus). Così ho scoperto che è un metodo adottato dalle aziende.
Il fallimento dell’Italia non è uno scandalo. È un momento di verità.
Il calcio italiano ha sempre preferito il dramma alla diagnosi.
Quando la Nazionale non si è qualificata ai Mondiali—nel 2018 e nel 2022—la reazione ha seguito un copione noto: indignazione, ricerca di colpevoli, nostalgia e, infine, negazione. Allenatori sotto accusa, giocatori criticati, istituzioni messe in discussione. Eppure, sotto il rumore, una realtà più scomoda è rimasta in gran parte inesplorata: non si è trattato del fallimento di una partita, ma del fallimento di un sistema.
Esiste però un altro modo di interpretare questi momenti—non come catastrofi, ma come chiarimenti. Nella cultura giapponese esiste una disciplina silenziosa nel rapporto con la perdita, la transizione e l’accettazione. Non glorifica il fallimento, né lo drammatizza. Lo considera, piuttosto, una fase necessaria del rinnovamento.
Questo approccio, applicato al calcio italiano, offre qualcosa di raro: un metodo.
1. Shikata ga nai – Accettare ciò che non può essere cambiato
Il primo principio è semplice: accettare la realtà senza distorsioni.
L’Italia non ha mancato la qualificazione per sfortuna, per decisioni arbitrali o per circostanze sfavorevoli. Ha fallito perché, nel tempo, è diventata meno competitiva degli avversari. Non è un giudizio emotivo, ma una lettura dei risultati.
Finché questa consapevolezza non sarà pienamente interiorizzata, difficilmente potranno avviarsi riforme efficaci.
Il calcio italiano deve progressivamente superare il linguaggio degli “episodi” e dei “dettagli”, spesso utilizzato per spiegare risultati negativi, e concentrarsi su dinamiche più profonde. Il tema non è episodico. È strutturale.
2. Gaman – Mantenere la compostezza sotto pressione
Nei momenti di delusione nazionale, la tentazione è agire rapidamente e visibilmente. Ma l’azione visibile non coincide sempre con quella più efficace.
Interventi immediati—come cambiamenti nella guida tecnica e dichiarazioni pubbliche rispondono all’esigenza di ‘accountability’ nel breve periodo, ma non incidono sulle cause di fondo. Qui diventa essenziale la capacità di mantenere lucidità e coerenza nelle scelte.
Il calcio italiano non ha bisogno di reazioni estemporanee. Ha bisogno di idee e qualità nella gestione.
3. Mono no aware – Riconoscere la fine di un ciclo
Ogni sistema sportivo attraversa cicli. L’Italia, forse più di altri, ha beneficiato a lungo della solidità del proprio passato.
La vittoria del 2006 è stata un successo importante, ma conclusiva che, può essere letta come l’ultima espressione di una generazione formata in un contesto diverso, con modelli di sviluppo e riferimenti tecnici che nel frattempo si sono evoluti. Dopo, 20 anni di declino, tecnico, tattico, e ovviamente strutturale.
Nel tempo, alcuni segnali di cambiamento sono emersi, senza essere sempre pienamente interpretati come parte di una trasformazione più ampia.
Il rischio è quello di introdurre ancora correttivi limitati, che incidono solo marginalmente, invece di riconoscere la necessità di un nuovo ciclo.
4. Wabi-sabi – Accettare l’imperfezione del sistema
Il calcio italiano si confronta oggi con un contesto competitivo profondamente cambiato.
I percorsi di formazione presentano livelli di qualità eterogenei. Le opportunità per i giovani italiani nel calcio di vertice risultano talvolta limitate. Le metodologie, pur radicate in una tradizione riconosciuta, si stanno progressivamente adattando a un contesto internazionale in evoluzione.
Allo stesso tempo, il sistema nel suo complesso—dalle infrastrutture ai modelli organizzativi—mostra ambiti di miglioramento già oggetto di discussione.
Ora, non si tratta di attribuire responsabilità come soluzione, ma di riconoscere elementi su cui intervenire.
La riforma, laddove perseguita con coerenza, richiede tempo. Può comportare fasi di transizione e risultati non immediati. Ma il progresso si costruisce su una valutazione realistica della situazione di partenza.
5. Mujo – Accettare il cambiamento come costante
Il calcio moderno evolve continuamente—tatticamente, fisicamente, tecnologicamente—ed è sempre più globale e interconnesso.
Le realtà che riescono a mantenere competitività nel tempo sono quelle capaci di adattarsi, aggiornando modelli e approcci in funzione del contesto.
L’Italia si trova oggi davanti a una scelta simile. Valorizzare la propria tradizione resta importante, ma non sufficiente. Il futuro richiede anche sviluppo atletico, innovazione metodologica, utilizzo dei dati e una visione integrata della formazione.
In questo percorso, il contributo degli operatori tecnici è centrale, ma deve essere accompagnato da una collaborazione più ampia tra istituzioni, governance e contesto economico.
L’adattamento non è più una scelta discrezionale. È una condizione necessaria.
Ciò di cui il calcio italiano ha bisogno oggi è una resilienza diversa: non una reazione emotiva, ma una risposta strutturata.
Serve maturità gestionale, dentro e fuori dal campo.
La mancata qualificazione ai Mondiali non è uno scandalo. È un segnale.
Un momento in cui alcune criticità emergono con trasparenza, offrendo anche l’opportunità di intervenire.
La vera domanda non è solo se il sistema sia in grado di ascoltare, ma se sia disposto a trasformare questa consapevolezza in azione.
Perché, se lo sarà, questo passaggio—per quanto complesso—potrà rappresentare un punto di partenza utile per il futuro del calcio italiano.
Vi saluto con un ojigi, inchino.











