Della Nazionale non frega niente a nessuno
Della Nazionale non frega un cazzo a nessuno. Del calcio italiano non frega un cazzo a nessuno. Escluse le onde emozionali degli infracinquantenni tristi ed imbolsiti. Escluso Russell Crowe, che non ha mancato di manifestare il proprio dispiacere. Esclusi i tifosi che soffrono a gradazioni diverse, ma non frega nulla a nessuno di quelli preposti a prendere delle decisioni. Ovvero frega a loro nella misura in cui hanno possibilità di manovra per salvare il loro strapuntino di potere. Non frega nulla a Gravina che non ha smarrito la spregiudicatezza, di quando piccolo imprenditore imperversava, con la sua Porsche Carrera, tra Castel Di Sangro, Roccaraso e Pescocostanzo. E che indomito veleggerebbe verso il quarto fallimento di qualificazione al mondiale. Se non vi fossero spinte da più parti per far sì che si imponga un minimo di dignità sul massimo organo del calcio italiano. E il futuro non sembra radioso, anzi. Il principe di Salina ha già in serbo un colpo proveniente sempre dalle stesse stanze. Che da sempre puzzano di naftalina. Frega poco alle società di calcio che popolano un campionato, che ad oggi non esprime una nazionale degna di partecipare ad un campionato Mondiale, a differenza di Congo, Uzbekistan, Iraq e Bosnia.
Non possiamo ascoltare De Laurentiis, quale promotore di riforme. Una società che in vent’anni è ancora in affitto per il centro sportivo. E che dopo aver completato il “Grand tour” della provincia partenopea alla ricerca del terreno per fare uno stadio, che non ha la dimensione per un progetto di tale portata, finirà per continuare a duellare con il Comune di Napoli per canoni, tornelli e convenzioni centenarie. Ed a parte la pochade di “prima pietra” nulla si è mosso.
Abbiamo sbagliato in passato a promuoverlo quale presidente della Figc. La sua diversità è soltanto di facciata.
Il suo sostegno alla rielezione di Gravina non è mancato, La proposta di Malagò quale nuovo nome per la Figc, suona sempre il ritmo dell’amichettismo. Questa volta alla carbonara, e non più al gusto di nduja ed ossobuco. Dopo aver ventilato Malagò come nuovo presidente della Figc, l’altro cavallo di battaglia di De Laurentiis è il campionato a sedici squadre. Non è pensabile oggi, in Europa, un campionato a sedici squadre come cinquant’anni fa. Liga, Premier ne hanno venti. Bundesliga e Ligue 1 ne hanno diciotto. Collocarsi al di sotto delle diciotto squadre risulterebbe anacronistico ed anzi avvicinerebbe il campionato italiano alla Jupilier League (il campionato belga) e lo allontanerebbe ulteriormente dalla competizione. E renderebbe ancora più profondo il vallo tra la serie A e le serie minori. Dazn non pagherebbe mai gli stessi soldi per ottanta partite in meno. Lo saprà certamente il presidente del Napoli.
Lo stesso discorso fatto per De Laurentiis vale per tutti gli altri diciannove presidenti/proprietà della serie A. Non frega nulla a RedBird ed OakTree del calcio italiano. Non frega nulla del Como ai Suwarso. Agli indonesiani frega di Como, del Lago e di tutto ciò che c’è intorno. Con percentuali bulgare l’opinionismo del pallone registra l’apprezzamento per il tipo di calcio della società lombarda. Ma poi scava scava si capisce che il calcio è solo un utero in affitto per operazioni immobiliari e attrazione di investimenti sul Lario. Gli unici italiani del Como sono solo i vecchi tifosi.
Passata l’onda emozionale ed aver tirato le monetine all’uscente Gravina ciascuno tornerà al proprio orticello. Cairo e Lotito impegnati a subire una contestazione permanente. La Fiorentina cercherà di ricostituirsi. La Juventus, vero centro del calcio italiano sino a dieci anni fa, è in disimpegno.
Sull’onda emozionale qualsiasi proposta, che per visione arriva massimo dopodomani, viene accolta con giubilo. Il ministro Abodi si fa promotore dell’obbligo di un numero fisso di italiani in squadra. Numero variabile da quattro a cinque. Il Rosatellum (legge 165 del 2017), che impone ai partiti l’alternanza di genere in sede di candidature alle elezioni, non sembra abbia riportato nell’agone della politica italiana tante piccole Nilde Iotti. Non si trova in parlamento la nuova Tina Anselmi. Non è utile al calcio italiano esserci e basta. Devi esserci ed essere competitivo, se costi poco meglio ancora. Per amore del “posto fisso” ha rinunciato finanche Checco Zalone, ed il ministro invece pensa che tanti piccoli Checcho Zalone, che giocano al calcio, siano la ricetta per far tornare l’Italia al Mondiale. Insomma ci apprestiamo a vivere altri anni amarissimi, di
Nazionale sempre pesantemente sconfitta, non nel gioco o nei risultati, ma nella percezione del futuro e nella capacità di adattamento ai contesti. Con buona pace dei famosi bambini, che guardano gli adulti, cui è stato tolto il giocattolo del Mondiale, pensando che siano pazzi.