Alisson Santos e l’arte carnale del dribbling: non è vintage, è l’arma più attuale che c’è
Nel calcio dell'iper-collettivismo saltare l'uomo è considerata una pratica emergenziale, da subentro. Conte la usa con maestria. E' stata la mano di Alisson a battere il Milan

Dc Napoli 06/03/2026 - campionato di calcio serie A / Napoli-Torino / foto Domenico Cippitelli/Image Sport nella foto: esultanza gol Alisson Santos
Due corpi si amano per dribblarsi, diceva Carmelo Bene. Due avversari si affrontano e si aggrovigliano per eludersi. Il dribbling è un peccato carnale. Forse è per questo che istintivamente Alisson Santos distoglie lo sguardo – in termini attuali: fa il no look. Perché avverte la scintilla d’invenzione che rende carne la macchina. Lascia guardare noi: trasforma l’umarell che annoiato osserva Napoli-Milan in un voyeur arrapato. Con un gesto, una finta, una mossa, forse un’abilità perduta.
Alisson Santos salta l’uomo, di mestiere. Per andare in superiorità numerica. E come conseguenza sillogistica ha battuto il Milan. L’ha fatto Conte mettendolo in campo al momento giusto, l’ha fatto Politano completando quel suo lavoro di rottura di schemi, aderenze, inerzie che stavano componendo uno 0-0 inutile. Ma sempre a lui torniamo: l’uomo declinato al singolare, l’unità, l’egoismo dei suoi istinti. La bestemmia canzonatoria in un calcio malato di collettivismo. Che la superiorità, nel pallone di oggi, debba essere “numerica” è solo un cliché malinterpretato – i dati, i 4-3-3, gli aspected-qualsiasicosa. Conta il gesto, in tutta la sua schiettezza: punti l’avversario, lo superi, hai un vantaggio.
E quindi Alisson Santos riceve palla, la controlla, e già nello stop predispone il corpo a muoversi in controsenso: di qua, di là, ops, uno scarto. Se non c’è un avversario da superare lo va a cercare. E quando lo trova possono accadere solo due cose: dribblerà l’antagonista o si farà abbattere. La terza via – perderà il confronto – è un’eventualità solo per noi. Lui (come prima Kvaratskhelia, e mille altri ben più epici) non considera l’ipotesi di fallire. E’ un bug di sistema.
Perché il sistema nel frattempo ha preso la deriva del possesso palla e dell’attacco strutturato, e così il dribbling si è ritirato nel dominio degli sfavoriti: i club minori, con più libertà e contropiede (esso stesso un’arte riscoperta da poco, nientemeno che dal New York Times), o in panchina, nell’attesa di poter “spaccare la partita” al momento giusto. Una pratica emergenziale, da subentro. C’è chi la usa con maestria (vedi Conte con il Milan; meno Allegri, che Leao e Pulisic li ha inseriti troppo tardi), c’è chi non può farne a meno.
Ma il dribbling è ingestibile per natura: non è una pratica ripetibile. Fallisce tanto spesso quanto riesce. Non esistono due dribbling uguali perché non esistono due dribblatori uguali. Come la musica – scriveva tempo fa Jonathan Liew sul Guardian – sono tutti costruiti dalle stesse note di base, collo del piede, passo esterno, suola, tallone, ma traggono il loro carattere inimitabile dal contesto e dal ritmo, dalla forma del corpo, dall’inganno, dall’interazione tra movimento e immobilità. Hai detto niente.
Il dribbling è ottimismo. Chi ha paura non dribbla. Chi ha paura non vince.
In ogni caso, porta quasi sempre un vantaggio. Un’immediata chance di bucare la difesa, o un’ammonizione (poi due, poi tre) per appesantire la fedina penale dei difensori opposti. Distribuisci gialli e cambierai l’inerzia tattica della partita, e così l’allenatore sarà costretto a cambiare assetto, ad anticipare i cambi, a perdere equilibrio. Ecco a cosa serve il “genio”, nella sua accezione non inflazionata: a infrangere le regole, a sregolare i piani. A rendere facile una cosa che la maniacalità tattica tenta ormai di riprodurre con schemi complessi, studiati, meticolosamente artefatti. Non è solo un vezzo estetico. E’ funzionale. Ed è in questo senso che Alisson Santos può intestarsi la vittoria sul Milan.
Non è solo l’esecutore con l’arma in mano. E’ lui stesso la forma più immediata di risoluzione del problema: Conte doveva scardinare il Milan, e ha scelto la via per direttissima. Ce l’aveva in panchina (e questo ad un certo punto si spera non diventi un limite) e l’ha sguainato. Il no look non è timidezza, è una sfrontatezza: sposta l’obiettivo, dal campo a noi. Ci dice: “guarda qua!”, mentre vince la partita.











