Atalanta–Napoli 2-1, ovvero rapina per fischio armato. De Laurentiis, alza un polverone come solo tu sai fare

Atalanta–Napoli 2-1 resta sul tabellino. Ma il tabellino, stavolta, racconta solo una parte della storia. Il resto è nei fischi, nei silenzi e nelle domande che restano sospese

Atalanta-Napoli Hojlund Atalanta–Napoli 2-1, ovvero rapina per fischio armato calvarese

Cm Bergamo 22/02/2026 - campionato di calcio serie A / Atalanta-Napoli / foto Cristiano Mazzi/Image Sport nella foto: Daniele Chiffi

Atalanta–Napoli 2-1, ovvero rapina per fischio armato. Aurelio deve alzare voce e tavoli e far tremare le sedie. Perché qui non è solo una partita persa: è una partita scivolata via tra episodi che gridano, imbarazzanti per quanto evidenti.

Andiamo con ordine. Il Napoli parte bene, benissimo. Ordinato e compatto. Non una squadra isterica, ma una squadra che sa dove stare. Linee strette, idee chiare, passo sicuro. Passa in vantaggio meritatamente con Beukema su assist preciso di Miguel. Non casuale. Gestisce e tiene, con Savic su Sulemana a fare da sentinella. Gli azzurri danno la sensazione di avere la partita in mano, come chi tiene il volante saldo su una strada dritta. Vergara è delicato e Santos crea scompiglio fino all’ingresso del protagonista: il fischietto. Chiffi concede un calcio di rigore per intervento di Hien su Rasmus. Colpo lieve ma impedisce all’attaccante di calciare. Decisione presa, indicazione chiara. Il Var lo richiama e lo revoca. Inspiegabilmente. E in quell’“inspiegabilmente” c’è già molto della serata. Perché il calcio moderno sarà anche tecnologia, ma resta un sentimento. Sarà pure l’enciclopedia degli alibi, ma stavolta è chiara la linea. Gli orobici sono bloccati, il Napoli controlla, mentre i tifosi si dilettano con i soliti cori discriminatori che Palladino finge di non sentire. Mica è fesso? Scene già viste, brutte, stonate. Il calcio italiano continua a portarsi dietro questi rumori di fondo che nessuno riesce o vuole davvero spegnere. Ma andiamo avanti.

Si va al riposo con la sensazione che la partita abbia una direzione precisa. Ma il calcio, si sa, ama le curve improvvise. Nella ripresa, gli azzurri trovano il raddoppio con Gutierrez. Sembra il colpo che chiude i conti, il punto esclamativo su una gara condotta con ordine. Ma incredibilmente il solito Chiffi annulla per un fallo fantasma di Hojlund su Hien. Fantasma, appunto. Il Var questa volta si muta e non lo richiama. Silenzio. Ed è un silenzio che pesa più di un errore. È l’episodio che rimette in partita l’Atalanta e tira la definitiva certezza che forse, oltre il campo, bisogna andare in fondo oltre il prato verde. Perché quando gli episodi si sommano e spostano l’inerzia, non sono più dettagli: diventano trama. Ed è qui che bisogna alzare il volume dei podcast di Saviano. Dunque l’Atalanta, che fino a quel momento era rimasta ai margini, rientra in scena. Pareggia Pasalic, poi raddoppia Samardcic. In pochi minuti si consuma il ribaltone. Il Napoli accusa il colpo, prova a reagire, ma non ha né forza né capacità di avvicinarsi al pareggio. La lucidità si annebbia, le energie si assottigliano, la convinzione si incrina.

È una sconfitta che fa male. E non è una frase fatta. È una sconfitta che lascia il dubbio di non essere stata soltanto tecnica o tattica. È stata, senza esagerare, figlia di clamorosi errori arbitrali che lanciano flotte di ombre su un calcio italiano e su una classe arbitrale davvero imbarazzante. Ombre lunghe, che si allungano oltre i novanta minuti.

Atalanta–Napoli 2-1 resta sul tabellino. Ma il tabellino, stavolta, racconta solo una parte della storia. Il resto è nei fischi, nei silenzi e nelle domande che restano sospese, come palloni mai davvero atterrati. De Laurentiis deve andare ai microfoni ad alzare un polverone talmente copioso da coprire le pagine dei quotidiani di mezzo mondo.

Scrittore, giornalista e autore teatrale, con una passione profonda per la musica e il calcio, tifoso del Napoli.

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