Vergara col sangue dal naso per la gomitata e l’arbitro che dice “non c’è contatto” è la fotografia perfetta

Il Napoli arriva incerottato, rattoppato come una vecchia giacca buona che non si butta mai. La Fiorentina mena dall'inizio alla fine

Vergara

Vergara col sangue dal naso per la gomitata e l’arbitro che dice “non c’è contatto” è la fotografia perfetta

C’è una sera, al Maradona, in cui il pallone pesa come un macigno e la vittoria non vale solo tre punti ma un sussulto di resistenza. Napoli-Fiorentina finisce 2-1, ma potrebbe finire anche “anima contro necessità”, perché il calcio, quando è vero, non chiede il tabellino: pretende il racconto.

Il Napoli arriva incerottato, rattoppato come una vecchia giacca buona che non si butta mai. La Fiorentina lo sa, lo intuisce subito, e fa quello che può fare chi deve salvarsi: picchia. Non per cattiveria, per sopravvivenza. È un calcio primordiale, più istinto che idea. L’arbitro, in mezzo, è una figura triste: non tanto cattiva, quanto inconsapevole. Scarso, forse. E il vero problema è proprio non saperlo.

Pronti via, e c’è ancora l’effetto Vergara. Il nostro ciondolo — così leggero da sembrare fuori posto e così pesante da decidere le partite — stravince contro il peso della scena. Segna, ancora. Gol che non chiede permesso. Corre sotto la curva, non sorride: stringe i denti. Cazzimma più che gioia. È un abbraccio al capitano, al nostro capitano, che è anche un abbraccio a un’idea di Napoli che non arretra.

Poi il palo di Piccoli, la paratona di Alex Magno, e lì il dolore: Giò Giò si arrende. Il calcio è crudele soprattutto quando non fa rumore. Entra Olivera, e con lui entra il panico. Mischia sulla linea viola, Comuzzo respinge con tutto: piedi, schiena, forse mano. Forse. Non è dato sapere. Non si verifica. La Penna nicchia, come se il dubbio fosse una scusa per non decidere.

Nella ripresa il Napoli non gioca: resiste. E mentre resiste, Miguel de Miguel disegna calcio. Pennella un sinistro che solo chi scrive editoriali per rendita di posizione poteva non conoscere. Gol meraviglioso. Due a zero. È il tipo di rete che non alza la voce, ma mette a tacere tutti.

La Fiorentina continua a menare, Dodo rompe il raddoppio e accorcia. L’ansia sale, come una marea che conosciamo bene. L’arbitro fischia senza senso, sembra l’ambulante che vende borghetti: passa, strilla, confonde. Vergara cade dopo una gomitata di Parisi — terzino modesto, pugile discreto, ex Avellino — e l’arbitro fa un ampio gesto, quasi teatrale: “non c’è contatto”. Intanto c’è sangue al naso, giramenti di testa, ma nessuna tutela. E ancora una volta il calcio sembra un affare per pochi.

Il Napoli difende come può, come sa, come deve. Manca l’ossigeno per il colpo del ko, ma non manca l’orgoglio. La partita si porta a casa così: con coraggio, con fatica. E ora resta la rabbia, quella buona, quella che non si sfoga ma spinge: la rabbia di provarci fino all’ultimo.

Siamo sempre il Napoli. Siamo sempre noi. Sempre un po’ soli contro il fato e contro tutti. Ulisse ci capirebbe: l’Odissea, in fondo, non è mai stata una passeggiata. È un viaggio fatto di urti, di ingiustizie, di arbitri distratti. Ma resta un viaggio a lieto fine.
E chi ama, davvero, non aspetta altro.

Scrittore, giornalista e autore teatrale, con una passione profonda per la musica e il calcio, tifoso del Napoli.

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