Quando il gioco si fa duro, Lautaro scompare. McTominay chiamatelo Piotominay, anche lo storytelling è importante
McTominay domina la scena con una tale forza narrativa che avrebbe persino la capacità di far risorgere Shakespeare, solo per concedergli il tempo di dedicargli un’opera

Db Milano 11/01/2026 - campionato di calcio serie A / Inter-Napoli / foto Daniele Buffa/Image Sport nella foto: esultanza gol Scott McTominay
C’erano in campo palloni d’oro annunciati, fenomeni da copertina social, attaccanti da reel e difensori da slogan. Ma il calcio vero, quello che non ha bisogno di filtri, ha scelto un solo protagonista: Scott McTominay, anzi Piotominay, perché a certi livelli non basta giocare bene, bisogna anche avere il nome giusto per sembrare leggenda. Corre, lotta, segna, trascina. Fa il centrocampista come una volta, quando il ruolo prevedeva sudore e non storytelling. Attorno a lui, Lautaro ancora una volta latitante nella partita che pesa – non pervenuto, come da abitudine nelle serate che chiedono grandezza – mentre Højlund fa girare Akanji come una banderuola e Juan Jesus, dato mille volte per finito, risponde presente con l’immortalità dei difensori che non sanno di dover morire. Inter-Napoli ovvero il matchball annunciato rimanda al futuro le sentenze.
E poi c’è il Var. Protagonista non invitato, ma ormai titolare fisso. Come in casa con il Verona. Quando l’Inter fino a quel momento non aveva superato la metà campo, quando il Napoli comandava gioco, ritmo e idee, ecco la lente d’ingrandimento che diventa leva. Decisione forzata, vantaggio regalato, partita riscritta. Non corre l’Inter, corre il protocollo. Non spinge la squadra, spinge la tecnologia. Chivu ringrazia, il Napoli incassa, il calcio prende nota. Finisce 2-2, sì. Ma resta la sensazione che senza quel fischio teleguidato, la partita avrebbe avuto un solo padrone. E non era quello vestito di nerazzurro. Era netto? No. Amir tocca la palla e poi il piede. Andiamo con ordine, che il calcio serio non ama il montaggio veloce.
La sblocca Dimarco con un sinistro preciso, pulito, quasi didattico. Forse Milinković poteva almeno tuffarsi, allungare una mano verso l’orgoglio. Ma sono dettagli, e il tabellino non li contempla. L’Inter passa e San Siro pensa di aver capito la serata. Il Napoli sembra alle corde, ma solo per chi guarda il calcio come una fotografia. Solo se in panchina ci fosse un altro allenatore lo si potrebbe pensare davvero. Con Conte no. Con Conte si sa esattamente dove andare, quando soffrire e quando colpire. L’attesa è parte del piano. E così il cucciolo macedone – la Novalgina degli anni ’80, buona per ogni malanno, utile sempre – sistema il pallone giusto per Scott McKing, che entra nell’area con la naturalezza di chi sa che quello è il suo tempo. Pareggio. Uno a uno. Equilibrio ristabilito prima ancora che numerico, morale.
Nella ripresa l’Inter prova a spingere, ma più con l’ansia che con le idee. Rasmus si divora il possibile vantaggio, Di Lorenzo fa lo stesso poco dopo. Il pressing nerazzurro viene sistematicamente saltato dal piede di Milinkovic Savic. Occasioni chiare. La partita resta sospesa, viva, vera. Dal nulla, contatto dubbio tra Rrhamani e Mykitharian che tocca il piede ma prima il pallone con la punta. Doveri lascia correre, il Var no. Non chiarisce, interpreta. Non corregge, indirizza. Vantaggio nerazzurro che sa di regalo mal incartato, arrivato quando l’Inter non aveva più campo né gioco. Tecnologia al posto del coraggio. Ma questo Napoli, anche con la rosa ridotta all’osso, non muore. Conte guarda la panchina e fa l’unica cosa possibile: un solo cambio, non per gestire, ma per cambiare davvero l’inerzia. Entra Lang. La rimette dentro con personalità.
E chi se non lui, ancora lui, Scott McTominay, a farsi trovare dove il calcio chiama. Pareggio. Due a due. Giustizia poetica, prima che sportiva. McTominay domina la scena con una tale forza narrativa che avrebbe persino la capacità di far risorgere Shakespeare, solo per concedergli il tempo di dedicargli un’opera. Tragedia per chi lo subisce, epica per chi ama il calcio che non ha bisogno di schermi per essere spiegato. Finisce 2-2. Ma non è un pareggio: è un promemoria. Al calcio, prima ancora che alla classifica. Questi ragazzi amano la maglia che indossano e la stringono forte come si stringe l’amore su un divano o tra la gente, con la stessa intensità. Il campionato è ancora lungo ed il Napoli è uscita imbattuta dal doppio scontro-diretto giocando con ciò che resta a Castel Volturno. A completo non ci sarebbe stata, forse, partita o stagione per nessuna.











