Il Napoli visto contro il Chelsea non è per niente da buttare
Una cosa è il percorso Champions e un'altra la partita di ieri. La differenza in campo tra le due squadre è stata minima

Napoli's Danish forward #19 Rasmus Hojlund celebrates scoring his team's second goal during the UEFA Champions League - league phase day 8 football match between Napoli and Chelsea at the Diego Armando Maradona stadium in Naples on January 28, 2026. (Photo by Andreas SOLARO / AFP)
Il miglior Napoli possibile (fino a quando non va in riserva)
Al di là delle aspre critiche – circostanziate, giustificate, meritate – che vanno rivolte al Napoli e a Conte per il percorso fatto in Champions League, la partita contro il Chelsea non è affatto da buttare. O meglio: la squadra azzurra, fin quando ha avuto l’energia per (r)esistere, per stare in campo e attuare il suo piano-gara, ha anche offerto una prestazione positiva. Come vedremo i Blues hanno “contribuito” ad alimentare questa sensazione con delle giocate maldestre e con un atteggiamento rivedibile, ma ci sono anche i meriti del Napoli. Lo stesso Napoli, però, è letteralmente evaporato nel secondo tempo. E così Rosenior, manager del Chelsea, non ha dovuto fare altro che aggiustare la sua squadra e premere un po’ sull’acceleratore – attraverso i cambi, grazie ai cambi – per portare a casa la vittoria.
Dal punto di vista tattico, la gara si è svolta ed è finita in modo del tutto coerente con i valori e con la condizione dei giocatori scesi in campo al Maradona. Per dirla brutalmente: il Napoli, in questo momento, ha una squadra non all’altezza del Chelsea. E di certi palcoscenici. Soprattutto se guardiamo alla quantità e alla qualità delle alternative a disposizione.
Ed è per questo che la prestazione, come detto in precedenza, non è da buttare. In una situazione di assoluta emergenza, numerica e quindi energetica, Conte e i suoi giocatori sono riusciti a far vedere qualcosa di buono. Solo che l’hanno fatto per poco tempo, o comunque per un tempo insufficiente per raggiungere un risultato positivo. Al momento, in attesa dei rientri e/o di qualche colpo sul mercato, quello visto contro il Chelsea è il miglior Napoli possibile. Ed è (anche) per questo che Conte, nel postpartita, ha detto che a condannare la sua squadra è stato il pareggio di Copenaghen.
Alla pari col Chelsea
I dati confermano tutte queste considerazioni: Napoli e Chelsea hanno concluso la gara con lo stesso numero di conclusioni finite nello specchio (5), con una quota di xG sostanzialmente pari (0.98 e 1.20) al netto del rigore di Enzo Fernández e con il portiere Sánchez che ha compiuto una parata in più rispetto a Meret (3-2). Si può dire: la differenza in campo tra le due squadre è stata minima, il Napoli ha dato l’impressione di giocare alla pari con il Chelsea fino a quando ha avuto la forza per farlo. Anzi, va anche aggiunto che gli azzurri si sono ritrovati sotto di un gol dopo poco più di un quarto d’ora a causa di un rigore a dir poco casuale. Fino a quel momento, infatti, la gara era stata equilibrata anche se intensa, per merito soprattutto del pressing aggressivo praticato da entrambe le squadre.
In questo senso, Rosenior ha fatto anche delle scelte un po’ particolari: pur di far accoppiare i suoi giocatori con quelli del Napoli, si è schierato con una sorta di 3-3-4 asimmetrico, con James, Fofana e Cucurella in difesa, con Malo Gusto e Pedro Neto che supportavano Estevão e João Pedro, con Enzo Fernández, Santos e Caicedo nel cuore del centrocampo. L’idea, come detto, era quella di andare ad aggredire alto la costruzione bassa del Napoli e di pressare uomo su uomo mantenendo la parità numerica nelle zone nevralgiche del campo. Si vede chiaramente in questi frame:


Il pressing alto del Chelsea con quattro uomini che entrano fin dentro la trequarti difensiva del Napoli
Conte ha risposto come poteva. E cioè con il 3-4-3/3-4-2-1 ormai diventato d’ordinanza, con Vergara ed Elmas schierati da trequartisti esterni alle spalle di Hojlund. E, stavolta, con Spinazzola a destra e il rientrante Olivera a sinistra. Dal punto di vista dei principi di gioco, il Napoli non si è snaturato: è andato in pressione alta, ha cercato spesso di “appoggiarsi” su Hojlund per risalire velocemente il campo e poi ha allargato quasi sempre il pallone sugli esterni (il 74% delle manovre azzurre sono state costruite sulle fasce) per costruire la sua manovra.
La sensazione di efficacia e fluidità trasmessa dal Napoli dopo il gol di Fernández, mentre andava alla ricerca del pareggio, va fatta risalire anche all’atteggiamento del Chelsea. Allo spazio/campo che la i giocatori di Rosnior hanno concesso alle spalle dei difensori e dei centrocampisti. Fin dall’inizio della gara, insomma, la sensazione era che le due squadre fossero piuttosto lunghe, per non dire slabbrate. Solo che il Napoli ha accorciato e ha mosso meglio la palla, il Chelsea ha commesso molti errori in fase di rifinitura e così si è determinato un 2-1 tutto sommato meritato, per la squadra di Conte.
I gol del Napoli
Il pareggio di Vergara, al di là della grandissima giocata personale del trequartista del Napoli, nasce proprio dall’atteggiamento della squadra di Conte. Dalla sua capacità di pressare bene, di comprimere gli spazi in campo, di azzannare gli avversari con la convinzione e i tempi giusti. La palla, infatti, finisce tra i piedi di Vergara dopo un anticipo secco di Olivera su Caicedo al di qua della linea di centrocampo: una giocata coraggiosa, “europea”, una prova provata dell’aggressività manifestata dalla squadra di Conte fin dai primi minuti.
Un gol da Champions League, in tutti i sensi
Come già anticipato in precedenza, c’è anche da sottolineare come il Chelsea abbia tenuto un atteggiamento che ha finito per agevolare il Napoli. La squadra di Rosenior, dopo il vantaggio e fino all’intervallo, ha messo insieme solo 3 conclusioni tentate (di cui 2 nella stessa azione), ha perso ben 9 palloni (5 in seguito a un contrasto e 4 per una giocata sbagliata) e ha verticalizzato pochissimo (appena 24 passaggi diretti nel terzo di campo offensivo), pur accumulando il 50% di possesso palla. In virtù di questi dati, si può dire: al netto dei meriti del Napoli, che ha saputo imprimere un certo ritmo alla partita, il Chelsea è stato fin troppo superficiale e facile da ingabbiare. Ha dato la sensazione di “sedersi”, di mettersi a speculare sul vantaggio e sulla sua (altissima) qualità.
È in questo contesto che è maturato il 2-1 di Hojlund. L’azione del Napoli è stata martellante ma al tempo stesso lineare, anche banale se vogliamo: dopo un cross dalla destra risputato fuori dalla difesa del Chelsea, Juan Jesus segue João Pedro fino nella sua trequarti e lo induce all’errore. A quel punto Lobotka difende benissimo la palla con il corpo, lo stesso Juan Jesus la smista sulla sinistra verso Elmas. Sovrapposizione veloce di Olivera, il terzino uruguaiano non viene seguito da un Estevão a dir poco svagato, per non dire pigro, serve un cross basso che premia il perfetto movimento di Hojlund ad anticipare il suo marcatore.
L’azione del Napoli (ri)parte ancora con un anticipo a metà campo
Non abbiamo visto nessun meccanismo trascendentale o particolarmente sofisticato: solo un Napoli che sta dentro la partita, che ha la forza per aggredire. Che aggredisce e buca un Chelsea non irreprensibile bella copertura degli spazi in area, ma soprattutto nel modo in cui ha provato a venir fuori dalla pressione avversaria. Ecco, nella ripresa tutte queste condizioni sono completamente sparite. Perché il Napoli è calato, e così la sua pressione è diventata molto più tenera, molto meno intensa. E perché Rosenior è corso ai ripari, disegnando un Chelsea solo leggermente diverso e più qualitativo. Tanto è bastato, al tecnico inglese, per portarsi a casa la vittoria.
João Pedro, Cole Palmer e il sovraccarico sulla fascia destra
La ripresa è iniziata con una novità, per il Chelsea: l’ingresso di Cole Palmer al posto di Pedro Neto. Dopo un quarto d’ora di nulla, da parte di entrambe le squadre, Rosenior ha capito di poter forzare ulteriormente il contesto attraverso i cambi. E così sono entrati Gittens e Chalobah al posto di Santos e Malo Gusto, determinando il conseguente passaggio al 4-2-3-1: James si è spostato sulla fascia destra, Fernández e Caicedo hanno preso possesso del centrocampo. In avanti, mentre Gittens restava larghissimo a sinistra, Palmer ed Estevão hanno iniziato a duettare spartendosi la fascia centrale e quella destra.
Proprio questa mossa ha mandato in tilt il Napoli. O meglio: una volta che la squadra di Conte, sfinita, ha smesso di aggredire in zona avanzata, di rimpicciolire il campo difensivo, di inibire il palleggio del Chelsea con il pressing, il Chelsea non ha dovuto fare altro che trovare i passaggi tra le linee in una zona di campo in cui aveva una netta superiorità. Ovvero sulla destra, dove – come detto – orbitavano due giocatori offensivi più James, decisamente più a suo agio come esterno di una linea a quattro che come braccetto di una difesa a tre. Per capire cosa intendiamo, basta guardare il gol di João Pedro:
Tutto (fin troppo) semplice
Al netto della percussione, delle finte e del tiro meraviglioso João Pedro, quello che colpisce è la facilità con cui il Chelsea trova due uomini liberi a cui affidare la palla prima dell’appoggio che “accende” i talenti dell’attaccante brasiliano ex Brighton. Insomma, lo spazio – ampio – che João Pedro si “apre” con il suo controllo orientato e il suo dribbling è una diretta conseguenza di un meccanismo innescato da Rosenior con le sue sostituzioni. Un meccanismo neanche così complesso, in verità. Il punto, come anticipato più volte, è che il Napoli del secondo tempo non aveva minimamente la forza di continuare a giocare/difendere in un certo modo. Nel modo che serviva. E allora è bastato un semplice sovraccarico di uomini in una certa zona del campo per determinare uno scompenso.
Certo, poi ci vogliono la qualità e la fortuna, nel senso che João Pedro ha indovinato una conclusione fulminante che molto spesso – diciamo sei o sette volte su dieci – non finisce nemmeno nello specchio. E su questo punto, francamente, Conte e la sua squadra potevano fare poco. Stesso discorso per il gol del 2-3, arrivato pochi secondi dopo l’ingresso di Lukaku e nato dalla stessa dinamica tattica. L’unica differenza è che il Chelsea ha risalito in campo in fase di ripartenza, non di possesso, ma la sostanza non cambia: João Pedro viene incontro sbilanciandosi verso il mezzo spazio di centrodestra, riceve il pallone tra le linee, scambia con Palmer e davanti a lui si apre una prateria:
Come una lama nel burro
È evidente: l’ingresso di Cole Palmer al posto di Pedro Neto ha alzato, e di molto, la qualità assoluta del Chelsea in fase di possesso e di rifinitura. In questi due gol, i tocchi del centrocampista offensivo inglese – pur rimanendo fondamentalmente semplici – sono dosati nel modo giusto, con i tempi giusti, creano le condizioni perché João Pedro possa essere decisivo.
Il Napoli non ha saputo interpretare al meglio questo cambiamento, si è ritrovato costantemente in inferiorità numerica e posizionale – nel senso che i passaggi del Chelsea finivano tra i piedi di calciatori che stavano dietro le linee di pressione degli azzurri – e alla fine ha subito due gol. A cui poi ha anche reagito, perché nel finale Vergara, Di Lorenzo e Lukaku hanno anche avuto delle occasioni per trovare almeno il pareggio. Ma è stato più che altro un sussulto di cuore, d’orgoglio: l’energia per riprendere a pressare in modo sensato, e quindi efficace era finita. Inoltre l’impatto dei cambi – Gutiérrez su tutti – si è rivelato nullo e la partita è finita con il successo degli avversari. Com’era praticamente inevitabile che fosse, vista la condizione delle due squadre scese in campo allo stadio Maradona.
Conclusioni
Come detto all’inizio: Napoli-Chelsea si è svolta ed è finita in modo del tutto coerente con i valori e con la condizione dei giocatori scesi in campo al Maradona. È per questo che Conte può ritenersi soddisfatto di quanto espresso sul campo, al di là del risultato. Un discorso molto diverso va fatto per il percorso in Champions League, per le sei partite disputate in mezzo a quelle contro Manchester City e Chelsea: il Napoli, di fatto, ha sempre dato l’impressione di essere una squadra poco efficace e poco convincente, avrebbe potuto/dovuto offrire delle prestazioni migliori, ha avuto le occasioni – in casa con l’Eintracht e a Copenaghen – per rimediare a serate balorde e non le ha sfruttate.
Dal punto di vista tattico, gli azzurri hanno pagato gli incastri del calendario – le partite decisive si sono giocate prima e dopo il miglior periodo stagionale, quello del lancio del 3-4-3 e della vittoria in Supercoppa – e naturalmente gli infortuni, le assenze. Ma questo, a livello progettuale e quindi generale, non può essere un alibi. A Conte e ai suoi uomini sarebbe bastato fare uno o due punti in più, per non ritrovarsi in questa situazione.
Detto questo, il Napoli può ripartire dall’intraprendenza e dalla freschezza di Vergara, un profilo nuovo nell’organico di Conte – sia come trequartista che come mezzala in un eventuale 3-5-2. Da Lobotka e da Hojlund, autori di una buona partita anche contro il Chelsea. Ovviamente da McTominay, che però è uno dei giocatori che sta soffrendo di più – almeno in questo momento – l’assenza di alternative. In attesa che qualche calciatore rientri dall’infermeria, Conte non ha altre soluzioni. Oppure dovrà inventarsene di nuove, per l’ennesima volta.











