I personaggi dell’Europeo: la Francia di Griezmann, Payet e Kanté

I personaggi dell’Europeo: la Francia di Griezmann, Payet e Kanté

Padroni di casa, ma anche favoriti d’obbligo. La rosa a disposizione di Didier Deschamps, ct francese, non lascia spazio a dubbi: i Blues devono disputare un Europeo importante, sono al livello di Spagna e Germania. Oggi, ma soprattutto domani. Sì, perché l’età media è di 26 anni, ma con soli tre calciatori oltre i 30: Evra, Mandanda e Sagna. Il resto è tutta roba giovane, fresca, futuribile. Tra i calciatori che vogliamo raccontare, però, abbiamo pescato un po’ qui e un po’ lì. Perché di Pogba conosciamo vita, morte e miracoli, mentre sappiamo poco, ad esempio, dell’altra grande stella Griezmann. Vale a dire, il primo della nostra lista.

Antoine Griezmann

È stato il protagonista assoluto della stagione, nel bene (soprattutto) e nel male (il rigore sbagliato nella finale di Champions). Ha letteralmente trascinato l’Atletico di Simeone fino alla sua seconda finale di Champions League, interpretando al meglio il gioco di Simeone e i movimenti che questo richiede ai suoi attaccanti. O per meglio dire, uomini offensivi. Sì, perché Griezmann avrà anche segnato tantissimo (32 gol stagionali in tutte le competizioni), ma non è un vero e proprio centravanti. Anzi, è addirittura un trequartista esterno che il Cholo ha riveduto e corretto secondo una chiave posizionale nuova, quella dell’uomo di movimento accanto a una punta unica (solitamente Fernando Torre, più raramente Vietto).

La sua evoluzione in campo, sicuramente particolare, fa il paio con una formazione a sua volta singolare: francese di Mâcon, cittadina della Borgogna, Griezmann inizia in una squadra del suo paese, per poi essere notato e acquistato subito dalla Real Sociedad. Dalla Francia alla Baskonia a 14 anni, una storia bellissima di calcio giovanile internazionale. Il lancio in prima squadra è graduale, a partire dalla stagione 2009/2010. È un crescendo, fino alla grande stagione 2012/2013 e alla qualificazione in Champions League raggiunta con la formazione di San Sebastian. Due anni fa l’acquisto da parte dell’Atletico, e la trasformazione tattica pensata da Simeone. E accolta con un sorriso grande così da Deschamps, ct francese che lo chiama per i Mondiali di due anni fa e poi non si separa più da lui. Fino alla serata di Milano, per Griezmann si parlava addirittura di Pallone d’Oro. Chissà, perché se avesse segnato quel rigore (e l’Atletico avesse vinto la Champions) non sarebbe una bestemmia parlarne ancora, con una certa dose di serietà. Ora c’è un’altra grande occasione, un Europeo casalingo da vivere come protagonista assoluto in una squadra fortissima. Forse, non tutto è perduto.

Dimitri Payet

Dimitri Payet è come uno di quei protagonisti dei film americani, dove dieci minuti prima sei un signor nessuno e dieci minuti dopo sei il re della terra. Strana la parabola di questo calciatore, un 29enne “nato” come grande promessa, scomparso dai radar per qualche anno e poi tornato improvvisamente alla ribalta con la miglior versione di se stesso.

Payet è un réunionnais, ovvero un francese proveniente dal dipartimento d’oltremare di Riunione, un’isola dell’Oceano Indiano. Cresce nel suo paradiso naturale, poi si sposta in Francia nel Le Havre e diventa subito un’attrazione del calcio giovanile francese: driblling, gran tecnica di base, un tiro preciso e potente con entrambi i piedi. Insomma, un baby fenomeno. Che si rivela nel Nantes, poi nel Saint-Etienne, infine nel Lilla di Rudi Garcia. Arriva un anno dopo l’incredibile titolo vinto dai Mastini, pre giocare la Champions. Non demerita, ma intanto perde il posto in nazionale e si perde un po’ pure lui. Fino all’incontro della vita, che avviene a Marsiglia. Payet arriva insieme a Marcelo Bielsa, allenatore cult d’Argentina. I due si scoprono a vicenda, ed è un belvedere: Payet rinasce, diventa anima e simbolo dei marsigliesi e torna di nuovo a far parlare di sé, dalla Francia fino a tutto il calcio europeo. Quando il maestro argentino saluta e se ne va, Dimitri è pronto a sfruttare la grande occasione inglese: il West Ham di Bilic, che lo acquista per 15 milioni di euro e ne fa il leader tecnico della squadra. È un colpo di fulmine, Boleyn Ground si innamora di lui e delle sue punizioni. Deschamps lo riaggrega ai Blues, lui non si fa pregare e ricomincia a giocare a modo suo: benissimo, con veri e propri picchi di classe. L’ultimo appena pochi giorni fa, una splendida punizione contro il Camerun. Decisiva, vicino al 90esimo. Sarà un’arma importante per questi Europei, anche a 29 anni e dopo una carriera che ha saputo reinventarsi all’improvviso. 

N’Golo Kanté 

La storia di N’Golo Kanté è quella del Leicester City, forse ancora di più rispetto a quella di Vardy. Perché se Vardy è quello che uno su mille ce la fa, Kanté è invece il calciatore scelto e seguito, acquistato bene e messo dove serve a fare quello che sa fare meglio. Se Vardy è zucca e topolini, Kanté è la razionalità del mercato, pure quello fatto senza i sette zeri. 

Origini maliane e carriera onesta, prima nel Boulogne e poi nel Caén. Nulla da segnalare, nemmeno l’interesse della nazionale d’origine. Ovvero, una di quelle selezioni africane molto interessate a strappare francesi con origini non transalpine e trascinarseli nei loro organici (una roba alla Koulibaly, per intenderci). Kanté gioca nel più totale anonimato fino all’ultima estate, quando arriva un’offerta dalla Premier League. È il Leicester City di Ranieri, che ha visualizzato i dati riferiti alla Ligue 1 e si è accorto che Kanté è uno di quelli che corre di più. E che corre meglio. Esattamente quello che serve nel centrocampo delle Foxes, che hanno appena acquistato Inler dal Napoli (!) e cercano uno coi polmoni d’acciaio che corra anche per lo svizzero. Kanté arriva e fa esattamente quello che gli viene chiesto. Solo che lo fa dannatamente bene, ha i sette spiriti, è funzionale al gioco diretto della squadra. Alto appena 169 centimetri, è un’anima di corsa e tattica. Tanto da vincere il titolo da protagonista (37 presenze) e di richiamare l’attenzione della nazionale. Quella di Francia, però, altro che Mali. Deschamps lo fa esordire nell’amichevole di marzo contro i Paesi Bassi, e se ne innamora perdutamente. Non salta più nemmeno una partita, è sempre in campo. Segna addirittura, contro la Russia nella sua seconda presenza in nazionale. Ma prima pensa a correre, come nel Leicester e partendo da Boulogne. Anche se tutti non se l’aspettano. Tutti, tranne uno scout o un team di scouting che fa bene il suo lavoro. 


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