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Voi rafaeliti commettete gli stessi errori del 1799: non capite il popolo

Io lo sapevo che non dovevo esplicitare il mio disagio interiore! Perché poi può nascere un dibattito, e per seguirlo e prendervi parte si finisce per non riuscire più a lavorare. Sono stato, almeno in parte, mal capito. E forse l’equivoco nasce dal titolo che Max Gallo ha dato al mio pezzo, cambiando il mio, che era questo: «I perché del disagio di un tifoso ‘malato’».
Le festività natalizie lasciandomi un po’ più di tempo, avevo voluto provare ad esternare – anche solo per far chiarezza con me stesso – le cause del malessere del mio ‘intimo’ mentale e passionale di tifoso ‘malato’ del Napoli.
Carlo Pontorieri richiama, con grande eleganza ed efficacia, i temi fondamentali sottostanti alla mia riflessione, che ho proposto – lo ripeto – essenzialmente per spiegare il mio disagio interiore di tifoso ‘malato’.
Non amavo Brera, ma se devo esprimere la mia preferenza fra lui e Sacchi, non ho alcun dubbio: scelgo il primo, nonostante spesso il suo pensiero si manifestasse ai confini del razzismo. E sebbene riconosca la veridicità di gran parte della ricostruzione di Pontorieri, devo però rispondergli. Io non penso affatto, né mi pare di aver scritto, come lui mi attribuisce, che «la “ideologia di Pulcinella” sia quella difensivista». Men che meno avverto «complessi di inferiorità da sublimare con difese e contropiedi». Provo a spiegare perché.
Non credo che sia corretto identificare il calcio alla italiana soltanto col catenaccio. È cosa assai più sofisticata e complessa. E quanto alle mistificazioni su Sacchi e sul ‘sacchismo’, rinvio al contributo de “Il ciuccio” di ieri, che sottoscrivo in pieno (pur dandomi sui nervi chi scrive nascondendosi dietro uno pseudonimo).
Vede Pontorieri, quel modello di calcio ha vinto poco o niente. E quello più bello che si è visto a Napoli fu – non quello di Vinicio, garibaldino e avventuriero, sì, ma perdente, bensì – quello di don Ottavio e don Albertino, perché ebbero la capacità di sfruttare sapientemente la straordinaria ventura che la vita gli riservò, di trovarsi qui nel momento in cui Iddio consentì ai napoletani di godere della più perfetta simbiosi fra un calciatore e la loro antropologia.
La grandezza di quelle vittorie – come provò a spiegare il Te Diegum – fu che finalmente, grazie a Lui, si era potuto coniugare bellezza e genio con vittoria. Quel Napoli sconfisse il saccente calvinismo sacchiano. Del resto al Milan – come ha correttamente ricordato il ‘Ciuccio’ –, dopo Sacchi, e grosso modo con gli stessi giocatori, Capello vinse assai di più.
Ecco, io preferisco un calcio ‘meridiano’, quel calcio che meglio mi sembra capace di tradurre nel gioco il pensiero di Cassano (Franco, naturalmente, non Antonio, anche se la fantasia di questo ben si combina con la ricostruzione di quello!). Sia perché lo trovo esteticamente più godibile. Sia perché è quello che ha dimostrato di essere di gran lunga il più vincente. Sia perché, psicologicamente, lo percepisco come più coerente col modo in cui continuo a sentirmi orgogliosamente napoletano. Né plebeo infingardo, né borghese illuminato. Non parassita (come un romano papalino), ma operoso: e tuttavia, al tempo stesso, nella prospettiva di chi opera restando capace di godere della bellezza della vita, in una dimensione, dunque, che non sia necessariamente ‘produttivistica’, ma possibilmente, semplicemente, ‘contemplativa’, come quella degli antichi greci e latini.
Quei napoletani che nel ’700 sognarono di «fare come in Europa» fallirono miseramente, proprio perché non seppero capire il popolo, e gli parlarono una lingua per esso incomprensibile (rileggere oggi Il resto di niente di Striano farebbe molto bene): è proprio per non voler lasciare agli odierni ‘aristocratici’ il vantaggio di capire quel popolo meglio di noi che bisogna provare ad entrare nel futuro senza appiattirsi su una cultura che non ci appartiene!
Io credo che con i giocatori che ha oggi il Napoli, Mazzarri avrebbe un minor distacco dalla Juve, e forse si sarebbe qualificato in Champions. Perché? Perché il suo modo di intendere il pallone è più umile, meno presuntuoso, e perciò alla fine più capace di vincere. E, forse sbagliando, avverto quella umiltà come un elemento costitutivo della ‘napolitudine’, che – diversamente da quelli che sembrano volerlo rinnegare – continua per me ad essere ben rappresentata da Pulcinella.
Come ho concluso nel pezzo di ieri, vorrei tanto veder mortificata la mia intelligenza di quanto accade. Ma temo fortemente che non sarà così. E la ragione, nella congerie attuale, s’intreccia col disagio emotivo che avverto: perché tifo per una squadra che sembra giocare tradendo il mio modo di essere e di sentire la vita: da vecchio – e, se proprio soddisfa chi pensa che lo sia, pure ‘folkloristico, ma – fiero partenopeo!
Guido Clemente di san Luca

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