E se l’azionariato popolare partisse dallo stadio?

Nella gara contro l’Inter a Milano, erano presenti cinquemila tifosi romanisti,con l’orgogliosa certezza, dopo sei partite a punteggio pieno, di un successo della Roma contro la squadra di Mazzarri. Sempre a Milano nel quarto turno di campionato,i napoletani presenti erano stati quindicimila, con la sola ragionevole speranza della vittoria a San Siro dopo un tempo immemorabile.
In questo confronto numerico, apparentemente poco significativo, risiede invece l’elemento centrale di una analisi che voglia esplorare le potenzialità presenti e future del Napoli.
Non è una questione di orgoglio napoletano in vista dell’incontro dell’Olimpico, ma soltanto un elemento che fa riflettere sulla struttura societaria del Napoli nei confronti delle altre compagini professionistiche, al fine di individuare, sia pure astrattamente, non solo nel tempo presente, la vera dimensione che potrà assumere il Napoli nel suo divenire.
Il calcio come è noto è un fenomeno sociale, politico, economico e culturale, che coinvolge milioni di persone di ogni classe sociale, che deve in questo momento passare necessariamente per il fair play finanziario, vale a dire regole uguali per tutti. E’ necessaria quindi una nuova sostenibilità economica, nel momento in cui gli ultimi presidenti mecenati lasciano la scena, nella quale assume valore preponderante il fattore della creatività e soprattutto quello umano, rispetto a quello finanziario. Se questo è vero, possiamo dire senza tema di smentita, che nessuna società del sistema del calcio europeo possiede come il Napoli questo fattore.
L’oro del Napoli è costituito dalla sua grande potenza demografica, un immenso capitale umano,presente in Italia e nel mondo, con milioni di napoletani per i quali quel nome è la metafora di un amore infinito per un città che ti possiede per sempre, perché, come ha scritto Erri De Luca, questa città cancella la geografia, non permette diserzioni. Sai di essere ospite ovunque.
Al confronto la vulgata dei dodici milioni di tifosi juventini, di dubbio fondamento, resta un dato avulso dalla realtà economica e territoriale della società, perché la stragrande maggioranza di quei tifosi, non certo torinesi, amano quella maglia bianconera, come semplici adoratori di un idolo, cioè di un simulacro, in altri termini del nulla, una idolatria generata dalle loro frustrazioni di sportivi senza una patria. Ebbene la constatazione di questa splendida realtà umana che si riconosce nel Napoli, conduce a due fondamentali considerazioni.
La prima, la mia personale ossessione: non è accettabile che milioni di tifosi che avrebbero pieno titolo a possedere la squadra e la società di cui costituiscono l’anima e la fonte esclusiva dei ricavi rappresentino invece soltanto il patrimonio esclusivo della famiglia De Laurentiis, che lo possiede come un portafoglio azionario.
La seconda, anche se in questo momento storico appare azzardato affermarlo: De Laurentiis non ha le idee e le energie del grande imprenditore, capace di gestire in maniera ottimale questo grande patrimonio umano e culturale. Non ha bisogno di dimostrazione infatti che De Laurentiis, fin dall’acquisto del titolo sportivo, ha mostrato la sua avversione alla individuazione di un modello manageriale adeguato ad un grande club, privilegiando la gestione paternalistica e familiare della società, anziché strutturarla in modo pienamente aziendale, al fine di valorizzare al massimo le sue potenzialità, sulla scia di ogni azienda che vuol competere sul mercato.
Questo limite della impostazione societaria esistente, conforme al modello De Laurentiis, incapace di pensare in grande, anche come imprenditore cinematografico, attestato sulla produzione di film di bassa qualità, con un margine di guadagno sicuro, costituisce l’ostacolo maggiore che impedisce al Napoli di acquistare la dimensione di un grande club europeo.
Nella ricerca di una prospettiva nuova, la via da battere per superare questo stallo, l’ha fatta intravedere De Magistris, con tutte le riserve che meritano le dichiarazioni dei politici, che a proposito del nuovo stadio, ha sorprendentemente detto: «Non credo che lo Juventus Stadium sia dei tifosi della Juventus, ma degli Agnelli. Noi invece vogliamo renderlo dei napoletani, che potrebbero diventare azionisti dello stadio».
Ebbene poiché è evidente che nel rapporto di forza tra il sindaco e De Laurentiis,nei rispettivi ruoli, il pallino è nelle mani di de Magistris, questo vuol dire che se egli vuole perseguire questo progetto appena annunciato, ha il potere di condizionare il rilascio della concessione per la gestione proprietaria e redditizia del nuovo stadio, che per De Laurentiis costituisce l’affare del secolo, con lo status di azionisti dei napoletani, nella proprietà dello stadio. Sta di fatto quindi che poiché la legge sugli stadi nel suo iter parlamentare prevede che le società professionistiche siano proprietarie dei nuovi stadi, questo comporta che il binomio stadio-società apra attraverso la partecipazione azionaria dei tifosi napoletani nella proprietà dello stadio, il loro ingresso nel sistema societario del Napoli.
L’obiettivo dell’ingresso dei tifosi napoletani nella società, attraverso l’azionariato dello stadio, non sembra una mera utopia, considerato che per De Laurentiis la gestione di uno stadio polifunzionale, gli assicurerebbe dei ricavi infinitamente superiori a quelli della società di calcio nella sua attuale configurazione.
Questa ipotesi, che apre uno scenario nuovo circa il riconoscimento del diritto dei tifosi ad acquisire una propria legittimazione nel sistema societario del calcio professionistico, costituisce la dimostrazione della storica possibilità di un cambiamento.
Antonio Patierno

ilnapolista © riproduzione riservata