Dialogo tra Compagnone e Arpino su Napoli che minacciò di fischiare la Nazionale

L’8 febbraio del 1978 la nazionale italiana gioca un’amichevole al San Paolo contro l’emergente Francia della nuova stella Michel Platini. Mancano quattro mesi ai Mondiali di Argentina. Intorno agli azzurri tira aria di contestazione. Napoli minaccia di fischiare l’Italia per due motivi. Uno: la mancanza di calciatori del Napoli fra i convocati, grosse polemiche per le esclusioni di Savoldi (che ambiva a un posto fra i 22 per i Mondiali) e di Bruscolotti. Due: l’antipatia per Romeo Benetti, che tre giorni prima in Juventus-Napoli di campionato aveva commesso un brutto fallo, proprio su Bruscolotti, costringendolo a uscire in barella. Con pesanti accuse di Bruscolotti alla fine: “Lo ha fatto apposta”.
Alla vigilia della partita, il quotidiano torinese La Stampa pubblica un dialogo fra due scrittori, Giovanni Arpino e Luigi Compagnone, sull’eventualità che Napoli fischi la nazionale. Lo abbiamo recuperato in emeroteca. Eccolo.

Compagnone: “Dove sono gli azzurri?”
Arpino: “All’albergo Paradiso”.
Compagnone: “E’ un piccolo albergo. Mi stupisco. E’ anche ricercato per incontri amorosi: almeno questa è la fama. Credevo che alloggiassero nello sfarzo”.
Arpino: “Le solite leggende sportive. E invece: camere a due letti, filetto con riso in bianco. Ma dimmi, piuttosto: ho già incontrato diverse persone che continuano a ripetermi: domani andiamo allo stadio a fischiare l’Italia. Ho ribattuto: non la fischiamo abbastanza quasi tutti i giorni? Mi ripetono: questa partita e la mancanza di giocatori napoletani ci offendono”.
Compagnone: “Il fatto è che ai napoletani basterebbe essere convocati. Giocare no. A giocare rischi anche di farti male. Ma convocati sì, perdio. La convocazione è come la commenda, il titolo di cavaliere”.
Arpino: “C’è stata quella storia, abbastanza montata ad arte, sul fallo domenicale di Benetti a spese di un giocatore napoletano. Adesso stanno smentendo tutto, ma forse è tardi”.
Compagnone: “Benetti Romeo, quello dei canarini? Non mi dire. E pensa che sarebbe un formidabile personaggio, qui. Ve ne sono stati, della sua taglia, in anni lontani nella mia Napoli. Il duro, quello che picchia, quello che non teme gli scontri: è un protagonista sportivo, nelle nostre terre. Lo chiamano “’o carnefice”. E tutti gli sono grati perché vendica torti autentici o ipotetici sul campo. E poi come riusciranno i napoletani a fischiare Benetti? Alleva canarini, Romeo. E questa è la madrepatria dei canarini”.
Arpino: “Eppure vogliono sommergere lui e gli altri azzurri ululi e sibili. Sembra quasi che sia corsa voce di popolo da un angolo all’altro della città”.
Compagnone: “Vecchie frustrazioni, vecchie miserie, vecchi motivi di rivincita e di ansia disperata. E poi c’è la Francia. I napoletani hanno simpatia per i francesi, anche se la parola più insultante che si possa rivolgere rivolgere a una donna è proprio di radice francese. Suona: zandraglie. Sai cosa vuol dire? Si riferiva a quelle poverette che facevano cuocere le interiora di pollo (« Ies entrailles ») mille anni fa per venderle ai soldati d’Oltralpe”.
Arpino; “A me sembra che marchi male. Berazot deve sostituire alcune pedine, il campionato pesa, Bettega ha i reumi, Maldera è un terzino grande e grosso ma si stupisce se l’avversario diretto gli sputa in faccia (succede normalmente: a lui accadde a Madrid e per poco non scoppiò in singhiozzi). Insomma: bisogna far fuoco con legna avara, anche se rispettabile. Oggi fischi, però domani la pretesa che si vinca in Argentina”.
Compagnone: “E’ l’età dei compromessi storici. Una palude di compromessi, che significano reticenze, ambiguità, tradimenti, patti occulti. Hai ragione tu quando scrivi che questi calciatori sono già superiori alla media italiana: data la nostra economia, dato il calo di prestigio, dovremmo competere nei campionati nepalesi, non in Argentina”.
Arpino: “Troppo buono. Perché adesso non mi anagrammi i nomi di qualche protagonista di domani? Da Bearzot a Platini, nuova stella franciosa, da Hidalgo a Bobby-gol. Sei o non sei il maestro degli anagrammi, che a volte, ribaltando le lettere, diventano di un’atrocità senza pari?”.
Compagnone: “Mi ci vorrebbero ore. Peccato, ad ogni modo, che da Berazot non si riesca a passare a tazebao. C’è una erre di troppo e una a di meno, maledizione. Se lo meriterebbe per il suo onesto senso missionario”.
Arpino: “E così sentiremo l’urlata dello stadio. Sarà la prima volta che una nazionale di calcio, fiore all’occhiello della nostra povera quotidianità, verrà fischiata all’inizio e non dopo una partita”.
Compagnone: “Ma i fischi sono anche risanatori. Possono creare ondate di fiducia per misteriose crisi di rigetto. Non si sa mai, coi napoletani. Adesso devo andare. Prendo quel tassì là davanti, lo guida un mio amico, un uomo di straordinaria simpatia, che scrive lettere a tutti, ai capipartito, ai sindaci, ai vescovi, e si firma uomo di sangue socialista. Sai come lo chiamano? Miezzo babbà, perché è piccolo e dolce”.
Arpino: “Più o meno è alto come Hidalgo., l’allenatore francese. Chissà che non esca dallo stadio ribattezzato anche lui miezzo babbà, almeno auguriamocelo”.
Compagnone: “Auguriamoci anche di non contestare tutto e sempre. Continuando così finiremo chiusi in casa, ciascuno a contestar se stesso davanti a uno specchio”.

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