Lo sceicco Aurelio viene a dirci che i ricordi nostri non saranno quelli dei nostri figli

Le cheerleaders come la mimetica. Guardare avanti. senza necessariamente piacere a tutti. Con i fischi che contestano l’inno nato da un arrangiamento maldestro. Facce di un Napoli che guarda oltre. Dove eravamo rimasti – con la conservazione stantìa del tifo, striscioni a caratteri inquietanti e immutabilità delle tradizioni – lo sappiamo bene: un totem a cui s’immolano le regole, annullando il bisogno di crescere e rinnovarsi.
Aurelio de Laurentiis ha un pregio, soprattutto. Ci crede, ci mette la faccia e ci prova. Ballerine magari sgraziate o fuori contesto che però significano la voglia di dare disciplina anche all’entusiasmo. Nuova metrica musicale per il “nostro” Surdato ‘nnamurato”, che mai riuscirà a sopraffare il vero “oj vita oj vita mia” che esplode dal cuore. L’indicazione però è precisa: evolvere, crescere, pur se con errori e successive, inevitabili correzioni. Chi non fa non sbaglia e finalmente abbiamo la ventura di avere il “nostro” sceicco, che sa che il pallone è un business, la squadra è un’azienda e la passione ne rappresenta la vera forza propulsiva. Ecco perché l’occhio alle tendenze e gli interventi a quel meccanismo complesso e difficilissimo da gestire qual è il tifo diventano necessariamente oggetto di attenzione e innovazione, non diversamente dallo staff tecnico o dai giocatori che vanno in campo.
Negli anni 80 ricordo quando in formula uno arrivarono i petrodollari degli sceicchi a far vincere le Williams: sul podio si stappava aranciata invece di champagne. Chissà se a Milano, quando arriverà Thoir, l’Inter festeggerà le vittorie al ritmo del Gangnam style. Noi cantiamo ‘o surdato nnammurat’, sempre e comunque. Il nuovo format è un obbrobrio? Cambierà, cambieremo, ma sappiamo adesso che anche sugli spalti, come in panchina e negli spogliatoi, è finita l’era dello star fermi, ubbidendo come soldatini stanchi al ritmo sempre degli stessi che pestano sui tamburi.
L’ho già scritto e lo ripeto: soldini facili lo sceicco Aurelio li avrebbe fatti più in fretta, adesso, con operazioni deja vu sfruttando l’azzurro immortale numero 10. Ma sarebbe stata la sciocca pretesa che i nostri figli vivano calcisticamente di ricordi. Meravigliosi, che però non sono neppure i loro.
Enrico Sbandi

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