Facciamocene una ragione, ha vinto De Laurentiis

Folgorato da Aurelio, dall’inno, dalle cheerleaders, dalla bandiera americana con logo partenopeo incorporato? Non proprio. Però il presidente mi ha fatto riflettere. Ho letto anche il pezzo di Andrea Manzi qui sul Napolista, comprendo umanamente i suoi pensieri e ne condivido anche una parte del contenuto. Però Andrea ha torto, pure marcio.
L’inno è cantabile. Venerdì mi sono rifiutato di ascoltarlo, l’ho fatto ieri su internet. È un’offesa bestiale al nostro repertorio musicale, è uno sconquasso culturale, è orrendo. Però piace ed è quanto serve in uno stadio per fare “burdell”. Insomma Aurelio mi ha fatto capire che allo stadio non si fa cultura, anzi è sbagliato. Affanculo i valori educativi dello sport, le minchiate sul valore sociale e di aggregazione del calcio. Insomma vada a farsi benedire pure Lotito con i suoi sermoncini inascoltabili sull’etica, la correttezza, l’ammaestramento delle folle. Il nostro presidente vuole intrattenere i suoi consumatori. Frizzi e lazzi, maglie mimetiche, tamarrate di gran pregio: così si fanno i soldi, il resto non conta.
E noi di cosa stiamo a lamentarci? Del surdato nnammurato stravolto, della maglia, delle guagliuncelle danzanti (tutte rigorosamente ricalcanti un certo modello femminile alla “Anna Tatangelo style”, che va per la maggiore in città)?
Ha ragione Aurelio. Ha vinto. I nostri panegirici filosofico-culturali sulla bellezza, le emozioni, i ricordi, le tradizioni possono finire pure dove immaginate. Ci butto pure i miei articoli, tutte le cazzate che ho scritto in questi anni. Ha vinto lui, avevo torto io e chi la pensava e pensa come me.
Quando andrò allo stadio non mi emozionerò più come capitava da bambino. Ne prendo atto e forse non ci andrò neppure più al San Paolo. Finirei per fare il saputello snob che si sente in diritto, dall’altRo dei suoi studi, di fare l’analisi sul fenomeno sociale del pubblico festante. Il mood odierno, vedi twitter o facebook è proprio il contrario: si prende dalla gente e si porta alle aziende per commercializzare quello che la gente vuole e pensa. Ah no, ci sto ricascando… Affanculo tutto.
Hai vinto Aure’. E stasera se esco non cercherò più la ragazza che mi piace o che mi affascina. Ma, se ne avrò la possibilità, andrò con la prima vrenzola disponiblie che mi capita a tiro. Tanto il risultato, il finale, quello è. C’hai ragione tu preside’. Il risultato, il risultato, il profitto! Che ce ne fotte come ci si arriva. Se ti coglie un’emozione, un ricordo, una fantasia non importa. Serve l’atto finale, il risultato vincente. Presidè, spero farai così pure sul campo di calcio. Io ho avuto torto, rimescolo tutta l’educazione sentimentale dei miei trent’anni e parto daccapo. Perché mi hai fatto riflettere e hai ragione tu. Hai vinto tu. E non mi voglio neppure beare, come i vinti professionisti (style PD), di aver perso la mia battaglia onorevolmente nel nome di valori, principi ecc. Ho perso, tu hai vinto. E questo volevi. Ti applaudo pure io. Senza emozione. Tanto a te serve solo il gesto, quello che è sotteso dietro so’ boiate per filosofetti con la puzza sotto al naso. Gente triste presidè. C’hai raggione! Con due “G”. Tanto chi se ne fotte.
Valentino Di Giacomo

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