Caro Aurelio, il tuo inno e le cheerleaders sono pagliacciate indegne dei tifosi del Napoli

Caro Aurelio, ti scrivo di ritorno da Napoli-Benfica, e ovviamente ti scrivo a proposito delle strepitose novità che ci hai dato in pasto stasera: le cheerleaders e il nuovo inno.
Caro Aurelio, qui sul Napolista sei stato spesso criticato perché non ami il calcio, ma sei nel calcio solo in quanto imprenditore scaltro, che nel Napoli ha fiutato straordinarie possibilità di guadagno; perché il calcio ti serve a tirare su i soldi che il cinema non ti garantisce più; perché non sei napoletano e non hai rispetto per la storia di questa città e di questo club, nel quale l’intera città si identifica. Caro Aurelio, sai meglio di me che a queste critiche i tuoi pasdaran hanno sempre risposto con la retorica del “Ricordatevi di quando non c’erano nemmeno i palloni, ricordatevi di Gela e Manfredonia”.
Ora, caro Aurelio, io sono convinto che la verità stia nel mezzo: è vero, te ne frega poco del calcio come lo intendiamo noi tifosi, noi inguaribili e patetici romantici, e per te il calcio è effettivamente solo business; ma è vero anche che sei il presidente migliore che ci potesse capitare dopo i disastri di Ferlaino, Corbelli e Naldi, e dopo che Gaucci agitò i nostri sonni nell’estate del 2004. Ma, soprattutto, sono i fatti a darti ragione: hai preso una società dissoltasi nel nulla e hai mantenuto tutte le tue promesse; nove anni dopo il fallimento siamo in Champions e stiamo vivendo nel migliore dei modi (almeno così la vedo io) la decisiva e delicatissima fase del passaggio ad una nuova dimensione, vincente ed internazionale; oggi siamo una grande realtà nel panorama italiano e una realtà in costante crescita nel panorama europeo. Hai tristemente ragione quando dici che a Napoli funziona solo il calcio, ed è triste dover ammettere che, se tu comprassi la Vesuviana, la Vesuviana tornerebbe finalmente a funzionare.
Caro Aurelio, ti possiamo rinfacciare la mancanza di passione, cioè quel che per noi tifosi veri è il peccato mortale per antonomasia; ma ti dobbiamo essere senza dubbio grati per quello che hai fatto e per quello che potrai ancora fare per noi poveri innamorati della maglia azzurra. Possiamo e dobbiamo perdonarti i tuoi vistosissimi difetti alla luce delle tue innegabili qualità; ma non possiamo perdonarti le schifezze che ci hai propinato in questa estate del 2013.
Caro Aurelio, siamo ad agosto e non voglio avventurarmi in disquisizioni alte perché non ne possiedo i mezzi, quindi lascio ad altri migliori di me i discorsi sulla memoria del nostro popolo, sul significato dei simboli e delle tradizioni, sulla nostalgia di un calcio che purtroppo non ho potuto conoscere, di una Napoli che non ho potuto vivere (sai, non ho ancora trent’anni, e so riconoscere i miei limiti), e quindi mi fermo al lato meramente estetico della questione (perché è pur sempre vero che anche l’occhio vuole la sua parte): mimetica, cheerleaders e inno fanno schifo. Schifo.
La mimetica sarà anche stata una riuscitissima operazione di marketing, ma è tamarra e piace solo ai tamarri, che – ahimè – a Napoli oggi non sono pochi. Anzi. Nei giorni scorsi la questione è stata sviscerata da tutti i punti di vista, e forse si potrebbe ancora aprire un dibattito serio sulla dimensione maoista che dovrebbero assumere blog di menti fini come il Napolista. Io però mi limito a citare un saggio tifoso di lungo corso, mio padre: la mimetica è buona per andare a ballare e fare acchiappanza, ma il pallone è un’altra cosa, il pallone è una cosa seria.
Le cheerleaders sono risultate squallide e fuori luogo il 9 agosto; non oso immaginare quali sentimenti di ripulsa potranno suscitare prima di un Napoli-Juventus o di una partita in cui ci si gioca un’intera stagione. E poi cosa c’entrava quella bandiera americana con su lo stemma del Napoli? I fischi dell’intero San Paolo e il coro “Partenopei, noi siamo partenopei” partito dalla Curva B te li sei proprio andati a cercare.
L’inno è, molto semplicemente, un obbrobrio musicale. La cosa più brutta che io abbia mai ascoltato in vita mia. A paragone, un neomelodico d’accatto, Gigione o Jo Donatello sono ai livelli sublimi di Beethoven, Mozart e Wagner. Sappi che io mi rifiuterò di cantare quella forma abortita di “Oj vita, oj vita mia” e che mai la canterò fino a che manterrò intatte le mie facoltà mentali. E sappi che tutti i veri tifosi la pensano come me, ci metto tutte e due le mani sul fuoco.
Perché, caro Aurelio, c’è un limite a tutto. Anzi, sai cosa c’è di nuovo stasera? Di fronte a cotanto schifo e a cotanta tamarraggine, te la dico in latino: est modus in rebus. Pensa a completare il nuovo Napoli di Rafa, che è meglio: facci divertire, ma sul campo, non con queste insulse pagliacciate spacciate per grandi innovazioni, pagliacciate degne di una triste fiera di paese e indegne di una tifoseria e di una città come le nostre.
Senza retorica, con stima e affetto, un tifoso che a breve festeggerà i vent’anni di San Paolo
Andrea Manzi

ilnapolista © riproduzione riservata