Ma la guerra nel calcio non l’ha inventata Aurelio

Ha aperto un infuocato dibattito la maglietta mimetica “ingegnata” dal presidentissimo De Laurentiis, fresco di ovazioni da parte della stampa nazionale e internazionale (oggi anche Il Fatto Quotidiano dedica una pagina ad Aurelio I con un ritratto molto ben fatto di Malcom Pagani).
La maglia per essere tamarra, è tamarrissima. Certo, non distante dal gusto di tanta parte dei tifosi che frequentano gli stadi d’Italia e, comunque, come diceva Totò “De gustibus non disputandum sputazzellam”, c’è a chi piace e chi no. La mimetica “da guerra”, così come l’ha ribattezzata il Generale Aurelio, è indubbio che sia un’ottima mossa markettara a giudicare dalle vendite. E’ una divisa da acquistare anche soltanto per conservarla come pezzo unico a futura memoria. Una maglia da guerra che riesce a dare un aspetto più “cazzuto” alla squadra, non più da cenerentola d’Europa. Anche se poi la maglia camouflage non dà certo una mano a quell’immagine abbastanza diffusa nel mondo di una Napoli violenta, tutta camorra, scippi, pistole e munnezza.
Ma la guerra nel calcio non l’ha inventata Aurelio, semmai la scelta delaurentiisiana è solo la logica conseguenza di un linguaggio che da sempre vede il campo di calcio come un campo di battaglia. Non ce ne rendiamo conto, ma la guerra vive, oltre che nei ruoli (“attacco”, “difesa”) anche nelle parole dei telecronisti, persino di quelli più compassati. Senza accorgercene sono 60 anni che ascoltiamo dire: “Arrembaggio in area”, “Porta presa d’assalto”, “Fortino in area di rigore”, “Partita della vita”, “Salvataggio sulla linea”, “Lotta con il coltello fra i denti” e potremmo continuare per righe e righe. Senza parlare dei cori da stadio che anche al San Paolo presagiscono “Città in fiamme”, “Superare gli ostacoli”, “Lotteremo fino alla morte”…
De Laurentiis in fondo non è un innovatore, semmai un assecondatore del gusto prevalente. È così del resto che, magari non passando alla storia, si fanno i soldi. Raccogliendo consensi giornalieri e mutando visioni e progetti a seconda di come cambia il sentire collettivo.
*Solo per ricordare le ragioni dei colori sociali del Napoli:
Azzurro borbonico, della Real Casa.
Bianco, mutuato forse dal colore dei pantaloncini.
Giallo e Rosso, dai colori dello stemma del Comune di Napoli (“troncato d’oro e di rosso”).
Non pervenuti nè il grigio (di due anni fa) nè il verde… ma in fondo non fa male ogni tanto innovare un po’. E poi voglio vedere se il Napoli vince la Champions con la mimetica se qualcuno i prossimi anni avrà ancora qualcosa da ridire.
Valentino Di Giacomo

ilnapolista © riproduzione riservata