Ho visto Maradona e gli ho raccontato tutto

C’erano le Alfa Sud, le Ritmo e in seconda fila, posteggiate, si potevano scorgere delle vecchie Fiat 132. Cominciavano ad andare in disuso le 5 e le 10 lire e il pedaggio della tangenziale ne costava 500, poco più di un pacchetto di patatine. Al pianoterra di molti palazzi era immancabile una finestra aperta sul marciapiede dove i portinai arrotondavano il salario vendendo caramelle, merendine e sigarette. La macchina del nonno per consuetudine di tutti noi nipoti era la “po po’” dallo scoppiettio della marmitta: ora so che il suo nome era Citroen Gx. Sulle insegne dei negozi si illuminavano parole che oggi quasi non si vedono più: COLONIALI, VINAIO, TORREFAZIONE. Non si era ancora nell’epoca degli “iper” o dei “super”, Napoli frenava l’avanzata dell’America con il più modesto “mercatino”. Ai telegiornali qualche sera si parlava di bombe atomiche, di Russia e Usa. Al cinema Madonna sbancava i botteghini con “Who’s that girl” e fu il mio primo incontro con la sala buia. C’erano le felpe Americanino alle quali (a Napoli) seguirono quelle Mexicanino , i pantaloni della Fiorucci e i cardigan erano di gran moda. Il pallone era giocato in strada ancor prima dell’esplosione dei campi di calcetto. Insieme ai telefilm di super-uomini e super-donne provenienti dall’AMERICA, a Napoli l’eroe veniva dallo stesso continente ma da latitudini diverse: Diego Armando Maradona, colui che quando arrivò disse: “Voglio essere l’idolo dei bambini poveri di Napoli perché loro sono come ero io quando ero in Argentina”. Ci riuscì.
Giorno dell’Epifania, anno 1990, avevo sette anni. Mi svegliai e, oltre alla solita calza, davanti ai miei occhi trovai un bigliardino già costruito, giocattoli e un completino del Napoli con l’immancabile maglia numero 10 a sponsor Mars. Fu una befana stratosferica sia per me che per i miei fratelli dopo un Natale un po’ triste senza regali. Ora so che papà ricevette soltanto a Gennaio la tredicesima e che riparò, per eccesso, a un Natale povero con una Befana ricchissima. La maglietta di Diego fu un dono di nonno e quella fu l’ultima befana che trascorremmo insieme. Il pallone era l’unico “giocattolo” che desideravo da bambino, non mi interessavano giochi elettronici o Voltron e robot di plastica che sparavano missili dalle braccia. I pomeriggi erano trascorsi piazzando sedie su un tavolo in cortile ed io che provavo ad emulare le punizioni di Diego ossessivamente. Se fuori era brutto tempo allora una palla di giornali e nastro adesivo doveva essere calciata verso la porta, quella di ingresso.
Diego non è stato soltanto il più grande calciatore mai esistito. In contrasto alle bizze della sua vita privata, in campo è stato il migliore esempio di come questo sport va praticato. Leale, fedele verso i compagni, se protestava con l’arbitro lo faceva portandosi le mani dietro la schiena, parlava sempre di quanto amasse profondamente il calcio: la sua era una simbiosi d’amore con il pallone. Antichi valori.
Dopo oltre 20 anni sono riuscito a raccontare tutto questo a Diego, a Napoli, al suo ritorno. Il sogno di una vita. Gli ho parlato della maglia del nonno, a lui è venuta in mente la mamma “Tota” che da più un anno non c’è più. Su quella maglietta ora c’è la sua dedica: “Maradona Diego e Tota”. Una firma “In nome della madre” – direbbe Erri De Luca – per me in nome del nonno. Inchiostro azzurro su una Napoli che non c’è più. Ma, a volte, il tempo sa cristallizzarsi e riuscire a non scorrere oltre. L’altro giorno Diego era magro con i capelli folti e neri, io con i riccioli biondi cercavo di far passare il pallone sopra la barriera del tempo e delle emozioni.
Valentino Di Giacomo

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