Poi la palla arriva tra i piedi di De Bruyne e tutto cambia
Affidarlo ad Allegri è tutto quel che serviva. Lui non corre, distribuisce lo spazio. Quando riceve la sfera, il tempo si dilata. Lo vedi muoversi e pensi subito a Pieter Bruegel il Vecchio

Ni Napoli 10/10/2026 - campionato di calcio serie A / Napoli-Frosinone / foto Nicola Ianuale/Image Sport nella foto: gol Kevin de Bruyne
Dicono i moderni che il football sia ormai ridotto a una faccenda di chilometri percorsi a testa bassa. Parlano di strappi e di transizioni. Guardano il rettangolo verde con la freddezza calcolatrice di un computer. Poi la palla arriva tra i piedi di Kevin De Bruyne e tutto cambia. L’antico gioco ritrova d’incanto la sua aristocratica dignità intellettuale. Il belga ha la pelle trasparente dei biondi del Nord. Ha il volto arrossato di chi sembra aver appena finito di arare un campo nelle Fiandre sotto la pioggia. Eppure possiede un cervello che pulsa alla velocità della luce.
Lui non corre, distribuisce lo spazio. Quando riceve la sfera, il tempo si dilata. Lo vedi muoversi e pensi subito a Pieter Bruegel il Vecchio, con quella stessa capacità fiamminga di mettere ordine nel caos della vita quotidiana e di dipingere la realtà con dettagli di accecante e spietata precisione. Oppure, a guardarlo bene, è come rincorrere la fantasia mai andata al potere negli anni ’70. Quella genialità anarchica e ribelle che sognava l’impossibile, oggi finalmente tradotta in concretezza assoluta.

Ora sta a Napoli e la città lo tratta come va trattato
Ora Kevin De Bruyne sta a Napoli. Calpesta l’erba del suo stadio e la città lo tratta esattamente come va trattato. A colpi di classe. Senza mezze misure, con l’amore viscerale che si deve ai re dell’immaginazione. A lui, in fondo, non interessa affatto se in quel momento deve inventare per Lucca o se davanti ha Haaland. Non è una questione di nomi o di blasone dei compagni. Lui semplicemente non può fare a meno di giocare in questo modo. È la sua condanna e il nostro privilegio.
Ieri ha dichiarato di sentirsi più un numero otto che un numero dieci. Un modo elegante e definitivo per dire che la sua casa è la mediana, ovunque ci sia il pallone, purché le traiettorie dell’azione passino obbligatoriamente dalle sue parti. Altro che viale del tramonto. Kevin ha cestinato l’intera prosopopea sull’età avanzata. Ha fatto a pezzi i dubbi sul suo stato di salute. Ha ridicolizzato i calcoli scientifici sulla gestione delle forze. Cavolate. Tutte cavolate da passacarte e burocrati del pallone. De Bruyne risponde sul prato con la solida e incrollabile durezza dei grandi pesi massimi. Non possiede la grazia effimera dei poeti del dribbling fine a se stesso. Non ha l’arroganza posticcia dei divi da copertina.
Ogni suo lancio è un puro atto di volontà. I suoi traversoni a rientrare sono parabole tese, feroci eppure dolcissime. Tagliano in due le difese arroccate con il distacco annoiato di un nobile costretto a spiegare l’aritmetica a una classe di ripetenti. È un esteta – pratico – assoluto. Fa le cose più difficili del mondo come l’atto di firmare un assegno al portatore. Impone il proprio ordine al caos della partita e costringe il pallone a piegarsi docilmente alla forza del suo intelletto. Godiamoci questo Kevin affamato, che va a contrasto e si arrabbia per recuperare il pallone, passando da mediano a trequartista e da teorico a manovale. Perché i geni migliori, alla fine, sono quelli che non hanno paura di sporcarsi le mani. Kevin De Bruyne nelle mani di Max Allegri è tutto ciò che serviva per vederlo brillare.