Vasseur, senti Horner: “La Ferrari è il lavoro dei miei sogni, l’unico team che accetterei ora”

L'ex ingombrantissimo Team Principal della Red Bull è a spasso, ma non vuol fare più lo stipendiato. Tranne che in un caso: "In Ferrari andrei anche senza partecipazione azionaria"

Vasseur, senti Horner: “La Ferrari è il lavoro dei miei sogni, l’unico team che accetterei ora”

Spa (Belgio) 30/07/2023 - gara F1 / foto Imago/Image Sport nella foto: Frederic Vasseur ONLY ITALY

Christian Horner ripete come un mantra il suo futuro lavorativo: mai più dipendente, solo comproprietario. Con una sola eccezione: la Ferrari. Ecco, dice che “la Ferrari è il marchio più importante della Formula 1. È il sogno”. L’uomo che quattordici mesi fa veniva descritto come il cattivo di una serie Netflix oggi si racconta come un pensionato riluttante in cerca di redenzione a Maranello. E’ in tour promozionale per il suo libro ma quella per la Ferrari è una vera e propria autocandidatura. Vasseur ha sentito bene. Non promette, non conferma, ma nemmeno smentisce: si limita a far notare che per la Ferrari, e solo per la Ferrari, potrebbe accettare di tornare a fare il semplice stipendiato, dopo ventun anni passati seduto al muretto box a costruire un impero che oggi lo guarda da fuori. Evidentemente ha cambiato idea.

Dice di essere una vittima, ricchissima

Horner -racconta il Times – si descrive come vittima di un processo di cui non conosce ancora bene il verdetto. Sul licenziamento dalla Red Bull, arrivato dopo il calo di risultati della squadra, la morte del co-fondatore Dietrich Mateschitz e un’inchiesta interna sulle accuse di una dipendente per comportamenti controllanti e coercitivi da cui dice di essere stato scagionato due volte, Horner sceglie l’understatement: nessuna spiegazione chiara, gli hanno detto solo che le prestazioni erano calate un po’ e che si voleva cambiare direzione, anche se gli restavano sei anni di contratto. Della liquidazione, stimata tra i 50 e gli 80 milioni di sterline, non conferma la cifra ma ne rivendica il significato: nessuno paga così tanto per liberarsi di chi ha sbagliato, dice, semmai per liberarsi di chi semplicemente non si vuole più avere intorno.

Horner

È nei ritratti degli altri, più che nel proprio, che Horner si toglie qualche sassolino. Helmut Marko diventa il bersaglio più duro: manager scontroso, imprevedibile, sleale, capace di passare ore a casa sua pochi giorni prima del siluramento senza dire una parola di quello che stava per accadere. Adrian Newey, il genio dell’aerodinamica che con lui ha vinto tutto, viene celebrato come ingegnere e liquidato come alleato: al primo corteggiamento della Ferrari nel 2014 avrebbe voluto abbandonare la nave, lasciando Horner con la sensazione di non potersi più fidare fino in fondo. Toto Wolff resta il nemico di sempre, accusato di doppiopesismo e di aver condotto una persecuzione pubblica scorretta contro Max Verstappen; Horner replica con la stessa moneta, notando che il rivale si sta godendo la sua assenza dai box, salvo poi chiedersi retoricamente perché mai dovrebbe volerlo indietro in griglia.

Horner come Darth Vader

Sotto la superficie da manager spietato, il libro lascia intravedere un uomo che misura la propria vita in cose che ha perso mentre inseguiva la Formula 1: non ricorda l’ultima vacanza, l’ultima festa di compleanno, l’ultimo matrimonio a cui ha partecipato in vent’anni di dedizione totale. La compagna storica Beverley Allen, madre di sua figlia Olivia, è morta di cancro l’anno scorso proprio mentre lui stava per lasciare la Red Bull, ed è sepolta a pochi passi dalla villa dell’Oxfordshire dove oggi vive con Geri Halliwell.

Resta il paragone che lui stesso rivendica, tra Darth Vader e Il ritorno dello Jedi: la convinzione che alla fine, tolto l’elmo, tutti lo amerebbero. Il pubblico britannico, che per anni lo ha fischiato considerandolo il ladro del titolo sottratto a Lewis Hamilton ad Abu Dhabi 2021, oggi lo assale di richieste di selfie e domande su un suo possibile ritorno, e Horner ne trae una lettura tutta sua: se a quattordici mesi dal ritiro si parla ancora di lui, forse non era così impopolare come sembrava.

 “Ho sempre cercato di superare i limiti. Perché se è banale, otterrai risultati banali. Devi impegnarti e coinvolgere le persone nel tuo percorso.” Forse è questo l’atteggiamento che gli è costato il licenziamento? “Molto probabilmente. Ma non credo che avrei vinto 14 campionati del mondo e 124 gare se non mi fossi impegnato, se non avessi corso dei rischi.”