“Vede cose che altri non vedono”. De Bruyne certo, ma anche Allegri

Allegri è un estremista, per lui il calciatore viene prima del sistema. È forse il miglior allenatore possibile per questo momento della carriera di De Bruyne

“Vede cose che altri non vedono”. De Bruyne certo, ma anche Allegri

Kevin De Bruyne of Napoli and coach Massimiliano Allegri during a training session on Day of the preseason camp of SSC Napoli at stadio Patini in Castel di Sangro, Italy, on August 7, 2025. (Photo by Ciro De Luca/NurPhoto) (Photo by Ciro De Luca / NurPhoto / NurPhoto via AFP)

La sensazione è che Kevin sia finito nelle mani dell’allenatore giusto

“Vede cose che altri non vedono”. Massimiliano Allegri ha impiegato una giornata di campionato per dire di Kevin De Bruyne quello che, in fondo, sapevamo (e speravamo) dicesse.

Non che deve correre di più. Non che deve trovare una posizione. Non che bisogna capire come inserirlo, come compensarlo, come evitare che la sua presenza alteri gli equilibri cosmici del Napoli. Ha detto che vede cose che gli altri non vedono.

Prima ancora aveva liquidato la questione della convivenza dei Fab Four con una frase che più allegriana non si può: “Basta togliere un esterno e li metti tutti nel campo”. Che detta così sembra quasi una presa in giro in questo tempo in cui sovente ci viene spiegato dall’Adani di turno che il calcio è diventato una scienza troppo complessa per noi poveri esseri umani. No: il calcio è molto semplice.

Il Napoli intanto ha vinto 2-0 a Genova, De Bruyne ha segnato e Allegri ha sottolineato “la cattiveria con cui ha calciato sul gol”. Ma non è tanto il gol. È quello che Max ci ha visto dentro.

È presto, prestissimo. È agosto. E sarebbe abbastanza ridicolo trasformare Genoa-Napoli nella prova definitiva di qualcosa. Però è difficile non avere la sensazione che De Bruyne sia finito nelle mani dell’allenatore giusto per questo preciso momento della sua carriera. Perché possa fare bene lui, e perché quindi possa fare il bene del Napoli.
Soprattutto dopo Conte.

Pagelle Conte De Bruyne e Conte: storia di un rapporto mai nato

E qui bisogna intendersi, prima che cominci il processo retroattivo. Lo scrive un contiano. Nel senso: lo scrive uno che a Conte sarà sempre grato per quello che ha dato al Napoli, per avergli restituito ferocia, ambizione, mentalità. E lo scudetto, soprattutto. Lo scrive uno che non ha alcuna intenzione di partecipare a quella curiosa tradizione calcistica italiana per cui l’allenatore che se ne va diventa improvvisamente un cretino e quello che arriva scopre il calcio.

Nulla contro Conte ma lui e De Bruyne parlavano due dialetti calcistici diversi

Conte resta Conte, insomma. Ma proprio per questo non abbiamo bisogno di riscrivere l’anno scorso. De Bruyne era stato preso per Allegri, lo sapevano anche le pietre. Poi è rimasto Conte e la storia è cambiata. E Kevin è rimasto uno dei grandi punti interrogativi della stagione. La sostituzione, comprensibile, contro il City. Quella, molto meno comprensibile, contro il Milan. Il volto di De Bruyne, le polemiche, la risposta durissima di Conte. Poi l’infortunio, naturalmente, che ha tolto mesi alla storia e impedisce qualsiasi sentenza definitiva. Ma prima che il corpo interrompesse l’esperimento, il problema si era già intravisto: Conte e De Bruyne sembravano parlare due dialetti calcistici diversi. Ne abbiamo avuto la conferma con le dichiarazioni non proprio carine che il belga ha spedito al mister dal ritiro della Nazionale, durante il Mondiale.

Non è accaduto perché Conte non sapesse allenarlo. Sarebbe una sciocchezza, non è così. Conte però ha una religione calcistica. Ed è probabilmente proprio questa la ragione per cui vince. Intensità, disciplina, occupazione degli spazi, lavoro senza palla. Prende undici calciatori e li convince che la sua idea sia più importante di ciascuno di loro. Anche se uno di loro si chiama Kevin De Bruyne.

Allegri è un altro animale. Lo abbiamo capito di nuovo ieri sera. Allegri non parte dal sistema per capire se dentro ci sia spazio per De Bruyne. Parte da De Bruyne e poi, con molta calma, vede chi deve spostarsi.

Perché De Bruyne “vede cose che altri non vedono”. E se hai uno che vede cose che gli altri non vedono, forse il primo problema non è chiedergli di vedere le stesse cose degli altri.

 

È esattamente qui che la storia diventa interessante. Mentre Conte e De Bruyne faticavano a capirsi, Allegri a Milano l’anno scorso prendeva Luka Modric e gli consegnava serenamente le chiavi della squadra. A quarant’anni. Lo scrissero in molti, dopo Milan-Napoli. E la coincidenza oggi è troppo gustosa per ignorarla.

Nel calcio dei duelli, delle riaggressioni, dei centrocampisti che devono percorrere sessanta metri in sette secondi e delle mappe colorate che ormai spiegano anche come allacciarsi gli scarpini, Allegri aveva guardato Modric e deciso che il problema non fosse quanto corresse lui. Doveva correre il pallone.

Allegri è un estremista, per lui il calciatore viene prima del sistema

Ed è una cosa tremendamente allegriana.

Allegri ha sempre avuto questa qualità. Che per qualche ragione, nel calcio contemporaneo, viene raccontata quasi come un difetto: gli piacciono i calciatori bravi. Soprattutto sa che i calciatori bravi, quando invecchiano, non diventano improvvisamente inutili. Al contrario, sa gestirli.

Pirlo aveva 35 anni quando Allegri arrivò alla Juventus. Dani Alves ne aveva 33 e nella primavera del 2017 sembrò nuovamente il terzino più forte del mondo. Mandzukic, superati i trenta, diventò un esterno sinistro da finale di Champions. Khedira veniva centellinato perché il suo fisico andava centellinato.

E poi Cristiano Ronaldo. Allegri non provò a spiegare a Cristiano Ronaldo come essere più funzionale al sistema. Cercò di costruire un sistema che portasse Cristiano Ronaldo dove Cristiano Ronaldo faceva più male.

Sembra una banalità, ma nel calcio contemporaneo è quasi estremismo, visto che abbiamo trasformato il giocatore “funzionale” in una categoria estetica. Principi, codifiche, pressione dopo perdita, occupazione degli spazi, gegenpressing.

De Bruyne

Tutto giustissimo, per carità. Poi arriva il minuto 82 di un quarto di finale, la partita è bloccata, le lavagnette hanno finito le frecce e scopri che sarebbe piuttosto utile avere uno che vede un passaggio che gli altri ventuno non hanno nemmeno immaginato. Uno che “vede cose che altri non vedono”.

Appunto. Ed è qui che Genova smette di essere soltanto la prima partita di campionato. Perché non sappiamo ancora come Allegri gestirà De Bruyne. Non sappiamo quanto giocherà, dove giocherà, quante volte verrà sostituito. Ma abbiamo già avuto un piccolo indizio su come lo guarda.
Ed è forse la cosa più importante.

Kevin ha 35 anni. Non è quello del Manchester City di cinque anni fa e sarebbe piuttosto preoccupante doverlo specificare. Non può giocare cinquanta partite alla stessa intensità. Dovrà essere dosato. Qualche volta protetto. Qualche volta sostituito. Anche su queste pagine è stata palesata qualche perplessità.

Le parole a fine partita più importanti del gol segnato a Genova

Ma gestire un campione di 35 anni non significa ricordargli ogni giorno ciò che non riesce più a fare. Significa organizzarsi affinché possa continuare a fare quello che gli altri non hanno mai saputo fare. E il calcio tanto vituperato di Allegri potrebbe essere perfetto proprio per questo.

Max non pretende novanta minuti di isteria agonistica. Non considera un’offesa personale difendere venti metri più indietro. Non ha bisogno che ogni minuto della partita assomigli al precedente. Accetta che una squadra possa rallentare, soffrire, aspettare. Soprattutto, accetta l’episodio. Anzi, spesso vive per quello. E se pensi che una partita possa essere decisa da un episodio, quando arriva quel pallone è meglio che finisca tra i piedi di Kevin De Bruyne piuttosto che tra quelli di un onestissimo interprete del sistema.

Forse è questa la vera differenza con l’anno scorso: Conte provava a portare De Bruyne dentro la sua macchina; Allegri potrebbe provare a costruire qualche pezzo della macchina intorno a De Bruyne. Non significa che uno sia bravo e l’altro no. Significa che sono profondamente diversi. E arrivato a questo punto della carriera, Kevin potrebbe avere molto più bisogno del secondo approccio. E forse ne può aver bisogno an c è il Napoli.

De Bruyne a Genova ha cominciato con un gol. Ma il gol, paradossalmente, è quasi la cosa meno interessante della serata. La cosa interessante è che Allegri abbia guardato De Bruyne e abbia immediatamente parlato della sua diversità.
Di ciò che ha più degli altri.

E quando a marzo o aprile arriverà una di quelle partite in cui il sistema non basta più, gli spazi saranno finiti e il pallone peserà improvvisamente tre chili, io voglio Kevin De Bruyne in campo. E dopo aver sentito Allegri ieri sera, direi che è confermato che lo vorrà anche lui.

Perché vede cose che altri non vedono.
Kevin, certo. Ma forse anche Max.

30 anni, laureato in Giurisprudenza. È cresciuto in un tempo in cui gli idoli eri costretto a cercarteli da un’altra parte. Il suo, poco ortodosso per un napoletano, era Andriy Shevchenko. Forse anche per questo è grato a chi ha restituito il sogno ai bambini della sua terra. Crede nel fattore umano, nelle relazioni e nell’idea che, nel calcio come nella vita, siano le persone a fare la differenza.

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