Gravina e l’indignazione del giorno dopo (come Mussolini e Craxi). Ma chi lo ha eletto col 98,7%?

Più di Putin e Lukashenko. Ha creato un sistema di potere come da sempre si fa in Italia: elargendo un piacere a ciascuno. Oggi si dimetterà solo per mantenere il potere. Perché della visione d'assieme non frega niente a nessuno. Serve solo un atto d'imperio, altrimenti il calcio italiano rimarrà questo

italia Gravina

Db Firenze 01/09/2025 - allenamento e conferenza stampa Italia / foto Daniele Buffa/Image Sport nella foto: Gabriele Gravina

Gravina e l’indignazione del giorno dopo. Il tipico modello italiano: da Mussolini a Craxi

Nel 2024, Vladimir Putin è stato rieletto in Russia con l’88,48% dei consensi. È stato definito un risultato plebiscitario, con conseguenti accuse al sistema diciamo con qualche lacuna di democrazia. In Bielorussia, nel 2025, Lukashenko ha ottenuto la rielezione con l’87,48% dei voti. Sempre nel 2025, in un Paese chiamato Italia, una federazione di uno sport definito calcio, il presidente Gabriele Gravina è stato eletto per la terza volta di fila e con il 98,7%. Decisamente più di Putin e di Lukashenko. Più che un’elezione, è stata un’acclamazione. Com’è possibile che quattordici mesi dopo, questo signore sembra essere diventato il mostro del calcio italiano, l’uomo che tiene prigioniero il sistema?

Non è una situazione nuova per l’Italia. Potremmo dire, anzi, che è l’eterna ripetizione dell’uguale. Il 24 luglio 1943 tutta l’Italia era fascista. Il 26 luglio, come per magia, nessuno era mai stato fascista. Accadde più o meno anche nel 1992 quando i vertici dei cinque partiti che avevano governato per oltre quarant’anni l’Italia, ovviamente regolarmente eletti, divennero da un giorno all’altro miserabili da mandare a casa o, all’occorrenza, spedire in galera. Craxi, leader indiscusso per quindici anni, finì sotto il peso delle monetine all’Hotel Raphael. Non è cambiato niente, in Italia anche l’indignazione è questione di convenienza.

Prima di parlare di Gravina e di come la sua presidenza ha ridotto il calcio italiano, va chiarito che al calcio italiano Gravina è andato benissimo. 98,7% dei consensi. Tre elezioni una dietro l’altra. Un sistema di potere creato come – da sempre – si creano i sistemi di potere in Italia. Elargendo piaceri laddove possibile, accontentando ciascuno su temi a loro cari. E poi si passa all’incasso. Avvenne anche con De Laurentiis (che ieri è uscito allo scoperto sponsorizzando Malagò), Gravina prorogò fino al 2028 la norma sulle multiproprietà nel calcio, norma cara a De Laurentiis per il Napoli e il Bari. Il presidente della Figc si sarà comportato allo stesso modo con ciascuno o buona parte di quel 98,7%.

Ma allora che cos’è successo? Perché quest’indignazione diffusa? È successo che l’Italia per la terza volta di fila non è andata al Mondiale. È successo che il calcio italiano arranca, almeno ad alto livello. Perché invece le giovanili vanno forte. E di fronte alla figuraccia di aver mancato il terzo Mondiale di fila, nessuno se la sente di dire: “noi Gravina l’abbiamo votato, ci stava bene, ciascuno risolveva i suoi problemi”. Perché – diciamolo – avere una visione, per giunta d’insieme, non interessa a nessuno in Italia. In nessun campo. Quindi quel che sta avvenendo in questi giorni, è solo l’ennesima messinscena per non fare brutta figura. Il gran ballo dell’indignazione.

Il punto è il sistema calcio. Il punto è quel 98,7%. Più di Gravina. Perché il sistema è molto più difficile da scardinare rispetto a Gravina. È un sistema radicato. È il sistema Italia del “tengo famiglia”, del “mi sistemo i fatti miei”. Vale per i dirigenti ma anche per i tifosi. È l’Italia. Il calcio italiano è l’impietosa fotografia del nostro Paese. Basta leggere i nomi che circolano per l’eventuale post-Gravina. Abete (che si era dimesso dopo l’eliminazione al primo turno ai Mondiali del 2014, sigh). Malagò (che comunque al Coni i risultati sportivi li ha ottenuti eccome). Nessuno che pensi a un manager, a un gruppo dirigente che provi a stendere un programma pluriennale. In questa situazione, il presidente del Coni Buonfiglio ci ha tenuto a ricordare che lui la Federcalcio non può commissariarla solo perché l’Italia non è andata ai Mondiale per la terza volta di fila. Non funziona così. Ci sono gli statuti, i regolamenti, le leggi, le elezioni. Quella roba lì finita con il 98,7% dei voti.

Gravina se ne sta in silenzio. Oggi dovrebbe dimettersi. Ma solo per mantenere il potere. Senza nuove leggi, il processo di nuove elezioni sarà sempre lui a guidarlo. Il papa straniero – in queste condizioni – molto probabilmente rimarrà un’utopia. Del resto, le esportazioni della democrazia in genere finiscono malissimo. Con quei pochi che ci avevano creduto, che si appendono agli elicotteri nella speranza di non essere lasciati lì. Il sistema Italia ahinoi non è scardinabile. Il sistema Italia siamo noi.

Poi, è ovvio, nel mondo che sogniamo, il calcio italiano lo affideremmo a Paolo Maldini e Mauro Baldissoni. Con la certezza che nel giro di qualche anno, raccoglieremmo i risultati. Ma con la stessa certezza che quel corpo elettorale del 98,7% si rivolterebbe rapidamente contro i nuovi. Contro gli stranieri. A meno che non siano dotati di ampi poteri per un bel po’ di anni. Una sospensione del processo democratico. Ci pare l’unica soluzione. Prima che il sistema Italia torni a germogliare e a produrre nuovi Gravina. E a quel punto il calcio italiano sarà bello che finito.

Fondatore del Napolista, ha scoperto di sentirsi allergico alla faziosità. Sogna di condurre il Bollettino del mare di Radio Rai. E di girare – da regista - un porno intitolato “La costruzione da dietro”. Si è convertito alla famiglia: ha una moglie, due figli, un cane. E tre racchette da tennis.

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