Abete, Malagò e la terza età della “rivoluzione”: la gerontocrazia italiana ci prende in giro

Il lutto per le dimissioni di Gravina è imbarazzante, ma le candidature per la sua successione in Figc lo sono di più: rappresentano un sistema chiuso implacabile. Ha ragione Dagospia: hanno rotto il… calcio

Malagò

Db Milano 24/11/2023 - Lombardia 2023 World Summit / foto Image nella foto: Giovanni Malago’

Basterebbe filmare – per un documentario alla Sergio Zavoli – la processione luttuosa che fuoriusciva dalla Figc, a dimissioni di Gravina ancora calde. Un coro pressoché unanime di facce contrite, smorfie dolorose e dichiarazioni sofferte: “Avevamo tutti fiducia in lui, eravamo molto legati, giornata triste”. Non ci risulta che Gravina sorridesse sempre, ma la grammatica era proprio quella da Tg delle 20, coi vicini di casa straniti per il morto dirimpetto. Basterebbe questa rappresentazione dissonante dello status quo a respingere la speranza che il terzo Mondiale mancato dell’Italia innescherà una rivoluzione. Che tenerezza applicarla al calcio italiano, la “rivoluzione”. Ma la verità è che basta molto meno: basta il titolo che Dagospia dedica a questa tiritera già ruminata, un deja-vu patologico. Il titolo è “La gerontocrazia ha rotto il cazzo”.

Ovviamente non sarebbe solo una questione anagrafica. Magari lo fosse. Ma la semplificazione del dato aiuta a contestualizzare questo drammone generazionale che (non) stiamo vivendo: dopo le dimissioni del 72enne Gravina, per la Figc circolano i nomi del 75enne Giancarlo Abete e del 67enne Giovanni Malagò, scrive Dagospia. E i quarantenni che fine hanno fatto? Tutti a giocare al fantacalcio, stanno?

Secondo un dato della Stampa (ripreso dalla newsletter Lo Slalom), nel 2025 due terzi dei presidenti federali italiani avevano più di sessant’anni. Il 30% aveva superato i settanta. Agli ultimi rinnovi del Coni, gli otto candidati alla presidenza avevano un’età media di 71,3 anni. È un manifesto politico.

Da queste parti siamo sempre stati un po’ gerontofili per repulsa del movimento opposto: il nuovo che avanza non è detto che sia meglio dell’esperienza. E’ un bias anche quello. Ma in questo caso l’età rappresenta, strutturalmente, un sistema che non riesce a riprodursi, se non per designazione riflessa e vicendevole. E’ un circuito chiuso, se non un cortocircuito.

Come può essere davvero Abete la risposta che produce il calcio italiano dopo la (ennesima) collera di massa che ha trascinato via (a forza) Gravina? Quale sarebbe il messaggio della sua rielezione? Che la crisi è solo nostra, mica loro. E che in fondo l’autoreferenzialità è la vera cifra del potere. Il cambiamento è un’istanza da adolescenti imberbi. Ora fate giocare i grandi.

Lo stesso concetto può declinarsi per Malagò, seppur in una versione più mondana, forte del successo di Milano-Cortina. E’ una stasi endemica, così profonda che, anche sforzandosi, non si riesce a tirar fuori un nome davvero “altro”. Almeno non sospendendo l’incredulità. Uno l’ha fatto proprio Dagospia, lanciando Paolo Maldini come candidato di rottura. Ci sarebbe Demetrio Albertini, anche. Poi basta. Nessuno ha ancora detto “Velasco”, e a questo punto lo facciamo noi. Perché Velasco ha 74 anni, ha il requisito minimo. Sta pensando di candidarsi Rivera, anni 82.

Provocazioni a parte, non resta che mettersi lì buoni, ad aspettare la fumata azzurra come si fa per il Papa (c’è un gabbiano vicino al comignolo della Figc?). Dentro riunita la meglio-vecchiaia della politica sportiva italiana, sempre la stessa, solo rimescolata un po’. Ché, si sa, i settant’anni sono la terza età della rivoluzione.

Il Napolista è un giornale on-line di opinione, nato nel 2010, che si occupa prevalentemente di calcio e di analizzare quel che avviene dentro e soprattutto attorno al Napoli.

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