Laboratorio Conte, modella il suo Napoli di partita in partita
Contro la Lazio una lectio magistralis. E’ tornato al 3-5-2 in cui però ogni calciatore ha un ruolo ritagliato su misura. McTominay è la nuova lavatrice

Napolis Italian coach Antonio Conte reacts during the Italian Serie A football match between Lazio and Napoli at The Olympic Stadium in Rome on January 4, 2026. (Photo by Alberto PIZZOLI / AFP)
La lezione di Conte e il Napoli in transizione
La partita tra Lazio e Napoli, vinta brillantemente per 2-0 dalla squadra di Conte, deve essere considerata come una vera e propria lectio magistralis firmata dall’allenatore azzurro. Argomento: la difesa a tre (o a cinque, a seconda dei punti di vista) come fondamento per una squadra aggressiva, creativa, offensiva. In un solo aggettivo: dominante. Non si tratta certo del primo esempio in questo senso, basti pensare all’Atalanta di Gasperini e/o all’Inter di Simone Inzaghi – due squadre che, pur schierandosi con un sistema a tre/cinque difensori, hanno sciorinato calcio di alta qualità.
Il punto è che Conte, con il lavoro svolto in queste ultime settimane, ha dato una svolta all’interpretazione e anche alla percezione della sua difesa a tre: il Napoli che è andato in campo a Roma contro la Lazio, lo stesso che ha vinto le ultime quattro partite tra campionato e Supercoppa senza subire gol, è una squadra mai vista nella carriera dell’allenatore salentino. Per principi, per intensità difensiva e per sofisticatezza offensiva. Ovviamente non parliamo di valori assoluti, sarebbe da stupidi, ma di concetti tattici. Di idee che si traducono in campo.
E il bello è che il Napoli visto all’Olimpico, ancora più che nelle gare precedenti, ha dato l’impressione di essere una squadra ancora in transizione. Di non aver ancora raggiunto la sua forma definitiva. Come vedremo, infatti, ci sono numerosi indizi che vanno dritti verso una nuova metamorfosi. Verso un nuovo assetto, un assetto che potrebbe rivelarsi molto utile in vista dei rientri di alcuni giocatori-chiave. E che, naturalmente, ha già portato e porterà a un aumento delle alternative: come detto chiaramente da Conte, il Napoli è atteso da un mese davvero infuocato. Da oggi al primo febbraio, infatti, gli azzurri affronteranno Verona, Inter, Parma, Sassuolo, Copenaghen, Juventus, Chelsea e Fiorentina. Tutte d’un fiato
I dati e le motivazioni di un dominio
Ma torniamo a Lazio-Napoli. L’aggettivo che più calza alla prestazioni che il Napoli ha offerto all’Olimpico, lo ripetiamo, è dominante. Ma cosa intendiamo? Partiamo dai dati: gli azzurri hanno chiuso la partita con 14 tiri tentati, il 65% di possesso palla, appena 5 conclusioni concesse agli avversari. Di cui una, soltanto una, nei primi 45 minuti di gioco. Milinkovic-Savic non ha dovuto compiere neanche una parata, e gli unici 2 tentativi che si possono definire pericolosi, da parte della Lazio, sono arrivati al minuto 75′ (tiro deviato di Isaksen) e al minuto 90′ (colpo di testa di Guendouzi finito sulla traversa). Ci sarebbero tanti altri numeri significativi da snocciolare, ma forse è più importante capire come, dove e perché il Napoli sia stato così dominante.
Dal punto di vista delle scelte di formazione, Conte non ha fatto cambiamenti rispetto alle ultime gare contro Milan, Bologna e Cremonese. Questo, però, non vuol dire che non abbia adattato il suo sistema di gioco alle caratteristiche degli avversari di turno. Nel caso della Lazio, l’idea del tecnico azzurro è stata quella di accentuare il posizionamento ibrido di Elmas, trasformando di fatto il 3-4-3 in un vero e proprio 3-5-2. Il fantasista macedone, infatti, rientrava molto dentro il campo per essere cercato e servito tra le linee. In fase di non possesso, invece, il suo compito è stato quello di seguire Cataldi come un’ombra.



Nei primi due frame, vediamo Elmas e Cataldi uno attaccato all’altro (nel cerchio azzurro). Sopra, invece, c’è la mappa di tutti i palloni giocati dal giocatore macedone del Napoli.
In questo modo, con una mossa solo apparentemente semplice, Conte ha soffocato sul nascere la costruzione bassa della Lazio. Cataldi, che di solito è il centro motore della squadra di Sarri, è uscito al 70esimo con appena 24 palloni giocati. Poi è chiaro, non tutto si può ridurre a una semplice marcatura a uomo. Anzi, in realtà l’intensità manifestata da Elmas è del tutto in linea con l’atteggiamento energico e concentrato che ha caratterizzato il Napoli per tutta la gara. Il primo gol, arrivato dopo un quarto d’ora scarso di assoluto predominio, è arrivato proprio grazie a un recupero palla in zona avanzatissima di campo. A un preciso ed elegante anticipo di Di Lorenzo dopo una pressione altissima di Lobotka su Cataldi.
La “marcatura” di Cancellieri su Spinazzola è davvero da censurare
Per il Napoli non è stato difficile trovare i riferimenti difensivi. I duelli uomo su uomo, a seguito dello “slittamento” di Elmas sulle tracce di Cataldi, si sono incastrati in maniera naturale: Hojlund e Neres braccavano Gila e Romagnoli, Pellegrini e Marusic erano seguiti da Politano e Spinazzola. Al centro, Lobotka e McTominay si dividevano la marcatura di Guendouzi e Basic. Dietro, Conte ha accettato il tre contro tre, ovvero i duelli diretti Zaccagni/Di Lorenzo, Noslin/Rrahmani e Cancellieri/Juan Jesus, ma i rientri continui di Politano e Spinazzola hanno permesso al Napoli di non accusare scompensi.


Le marcature a uomo del Napoli sul primo possesso della Lazio
In questo contesto tattico, alla Lazio sono mancate intensità – intesa come frequenza di corsa e aggressività nel pressing, ma anche come velocità nel trasmettere la palla – e pura qualità creativa, mentre al Napoli è bastato ricorrere ai suoi (nuovi) meccanismi più oliati. Ovvero i giochi a tre sulla destra, dove ormai Politano sta continuando a interpretare il ruolo di quinto in maniera estremamente creativa e offensiva. E dove anche Di Lorenzo continua a giocare come se fosse il terzino di una linea a quattro, non il braccetto di una difesa a tre. In questo senso, la mappa dei palloni giocati dal capitano del Napoli è davvero eloquente:

Non proprio la mappa di un braccetto di difesa
Insomma, tornando per un attimo ai concetti che hanno aperto questa analisi: il 3-4-3 del Napoli è un modulo che sta solo ed esclusivamente sulla carta. Perché Di Lorenzo non fa il centrale di destra di una difesa a tre, perché Politano non si muove e non ragiona come quinto di centrocampo ma come esterno offensivo vero e proprio, perché Elmas non è il laterale sinistro di un tridente, piuttosto è una mezzala che può stringere o allargarsi in base alle esigenze. In base alle contingenze.
La situazione cambia quando il Napoli perde la palla e gli avversari superano la prima linea di pressione, a quel punto tutto diventa definito, super-lineare, i giocatori si dispongono in un 5-4-1 compatto e coriaceo. Che però può rimodellarsi e si rimodella in fase di pressing, grazie al baricentro tenuto alto e alla grande aggressività di tutti i calciatori.
McTominay e Politano
Nel nuovo scenario disegnato da Conte, i due calciatori più impattanti – anche perché hanno dovuto trasformare radicalmente il loro gioco – sono senza dubbio Scott McTominay e Matteo Politano. Lo scozzese, che l’anno scorso era stato decisivo come centrocampista di “allungamento” e di inserimento, è diventato una vera e propria lavatrice di palloni, una diga che respinge i passaggi degli avversari – se non gli stessi avversari – e che riconsegna la sfera ai compagni in modo pulito, preciso, molto spesso dopo un’imperiosa progressione palla al piede.
Le statistiche, da questo punto di vista, sono incredibili: McTominay ha chiuso la partita contro la Lazio con 79 passaggi precisi su 82 tentati, 3 lanci lunghi nati a buon fine su 3 tentativi, 5 recuperi difensivi, un fallo subito e anche un passaggio chiave. Sì, ci sarebbero anche 4 tiri tentati, ma quella è diventata una statistica secondaria. E sta proprio qui il gran lavoro di Conte: per quanto l’ex Manchester United si sia dimostrato efficiente in fase offensiva, i gol-scudetto dello scorso anno stanno lì a dimostrarlo, il tecnico del Napoli ha preferito costruire un sistema nuovo, differente. Degli equilibri nuovi. Equilibri che hanno favorito altri attaccanti, David Neres su tutti, ma che sono riusciti a esaltare anche altre (grandi) qualità del gioco dello scozzese.

Adesso McTominay gioca nel cuore di centrocampo, questa heatmap lo dice in modo piuttosto chiaro
Lo stesso discorso vale anche per Matteo Politano. Che ha attraversato dei passaggi più complicati, infatti per alcune partite si è seduto anche in panchina, ma che poi si è riappropriato di un ruolo da protagonista. In questo caso il lavoro di Conte – e del giocatore su se stesso, naturalmente – è stato più raffinato, più legato al contesto: Politano continua a essere il giocatore che era prima, un esterno a piede invertito che gioca soprattutto “d’accumulo”, cioè che incide quando riesce a ricevere e a toccare una grande quantità di palloni. Solo che adesso lo fa accompagnandosi a due compagni perennemente a supporto sulla destra, non più uno e mezzo come ai tempi del 4-3-3/4-1-4-1. Banalmente, vista la presenza di David Neres qualche metro più avanti, adesso su Politano può andare a chiudere un giocatore in meno. Per lui, in questo modo, si apre molto più spazio.
E a Roma, contro la Lazio, Politano questo spazio se l’è preso tutto: a fine partita, oltre ai due assist decisivi, l’ex esterno dell’Inter e del Sassuolo ha accumulato 4 cross precisi su 9 tentativi, un dribbling riuscito su 3 tentati, 3 duelli one-to-one vinti, 3 passaggi chiave, 2 punizioni guadagnate. Numeri da esterno creativo, non certo da quinto di centrocampo. Ed è proprio questo l’aspetto più innovativo, e perciò più interessante, del Napoli di Conte: col suo 3-4-3 fluido sempre più tendente al 3-5-2, e tra un attimo ne parleremo, sta creando nuove attribuzioni per giocatori che sembravano fermi, impantanati nella loro dimensione.
Il viaggio verso il 3-5-2
Lo abbiamo detto all’inizio, lo abbiamo (ri)detto tra le righe in alcuni punti di quest’analisi: il Napoli non ha ancora finito la sua metamorfosi. Anzi, il viaggio della squadra azzurra sembra sempre più diretto verso il 3-5-2, uno dei sistemi più amati – e più utilizzati – da Conte nel corso della sua carriera. In realtà al momento il Napoli non ha ancora abbracciato il 3-5-2 puro, visto che certe spaziature sono frutto di sbilanciamenti, asimmetrie, contingenze tattiche che si manifestano nel corso delle partite. All’orizzonte, però, ci sono i rientri di Anguissa, Gilmour, De Bruyne. E allora è inevitabile pensare che Conte possa “sostituire” Elmas con un centrocampista. A maggior ragione se il gioco sugli esterni continuerà a funzionare così bene.
Da questa prospettiva, la partita contro la Lazio ha dato dei segnali chiari: dopo alcune prestazioni che hanno rasentato l’onnipotenza, David Neres e Hojlund non hanno brillato particolarmente. O meglio: hanno offerto il loro contributo tattico, sono stati importanti nell’economia del gioco Napoli, ma non sono stati decisivi. Ecco, un Napoli che si esprime così bene anche “rinunciando” a due calciatori così forti, soprattutto nel contesto della Serie A, è un Napoli che può permettersi di inserire giocatori come De Bruyne e Anguissa in questo sistema. O anche di far giocare Lukaku al posto di Hojlund, perché no?
Insomma, si può dire: Conte ha trovato una quadra che permette al Napoli di oggi di esprimersi al meglio. E che apre prospettive interessanti anche al Napoli di domani, il Napoli che – idealmente – avrà a disposizione Lukaku, Anguissa, De Bruyne. E che può pensare al 3-4-2-1 con De Bruyne mezzo esterno. Al 3-5-2 puro con Anguissa nel trio di centrocampo. Ovviamente anche al 3-4-3 con Elmas (o Lang, se rimarrà) a sinistra. In questo senso, il fatto che si parli di un possibile ritorno di Raspadori, come dire, significa qualcosa. Significa tanto.
Conclusioni
Conte sta ripercorrendo le orme della scorsa stagione. Il suo Napoli cangiante e camaleontico, quando non viene stritolato dai problemi di infortuni e stanchezze varie, è una squadra efficace e anche bella da vedere. Lo è diventata a seguito degli – e grazie agli – esperimenti del suo allenatore, a intuizioni coltivate nel bel mezzo di una vera e propria emergenza. Sono intuizioni che valgono doppio, quindi. Ora, come ha detto giustamente Conte, bisognerà testare questa squadra dentro un altro tour de force: le pochissime alternative a disposizione in questo momento, così come l’infortunio di David Neres, non sono il viatico migliore per iniziare un mese davvero massacrante. Nonché decisivo.
Rispetto a ottobre e a novembre, però, stavolta c’è la sensazione – confermata dagli ultimi risultati – che il Napoli abbia trovato l’assetto giusto. Quello più congeniale alle caratteristiche della rosa a disposizione di Conte. E che quindi abbia delle certezze cui appigliarsi nei momenti di difficoltà. Momenti che verranno, come sono venute le sconfitte a Udine e a Lisbona non più di tre settimane fa. E allora sarà indispensabile ruotare gli uomini e centellinare le energie di chi non ha sostituti, così come sarà fondamentale recuperare gli infortunati. Sembra banale dirlo, ma le ambizioni del Napoli ora passano essenzialmente da qui. Perché la squadra ha dimostrato di essere forte e di avere un grande allenatore, ancora una volta, ed è un capitale enorme in vista della seconda parte di stagione.











