Proteggiamo Insigne dal pubblico di Napoli

Diciamo la verità, a noi ha dato fastidio la faccia di Marsiglia. A me, tanto. Da quell’ombra sul viso abbiamo capito tante cose. Quello sguardo un po’ così, l’aria di chi crede di aver subito un torto e d entra in campo malmostoso. Era così Lorenzo Insigne martedì sera al Velodrome. Per la prima volta Rafa Benitez lo aveva lasciato fuori in una partita importante. Perché il turn over è importante, anzi la gestione della “rrosa”, ma le gerarchie vengono fuori quando il pallone scotta, quando vai in campo per una partita che non è come le altre.

Aveva giocato titolare contro il Borussia, aveva giocato titolare a Milano, aveva giocato titolare all’Emirates Stadium, aveva giocato titolare a Roma. A Marsiglia è rimasto fuori. E a Marsiglia il migliore in campo è stato Mertens. Il risultato? Lo sguardo torvo in occasione della sostituzione.

Ieri è tornato titolare, Lorenzo. Ed era nervoso. Lo si è capito quasi subito. Ha avuto l’occasione buona sul sinistro, nel primo tempo, ma ha voluto rifugiarsi nella solita finta e l’azione è sfumata. Ne ha avuta una ancor più clamorosa dopo l’uscita a vuota del portiere del Torino e si è fatto intercettare il pallonetto da un difensore. Brusio del San Paolo, doppio brusio, quasi qualcosa in più. Lorenzo ha scagliato il pallone in curva per la rabbia. Il Napoli era già sull’1-0, ma non per merito suo. Grazie a un rigore conquistato proprio da Dries Mertens.

Ha scritto bene il napolista rionale, “non mettiamoli contro”. E, aggiungo, non cominciamo a mangiarci un altro napoletano. Crescere comporta fatica. Affermarsi implica applicazione. E bisogna avere voglia di imparare, di migliorarsi. Non è facile. Non è facile per chi ha sempre potuto contare su un talento straordinario. Non è facile per chi all’esordio in Champions League calcia una punizione da quasi trenta metri e manda il portiere a sbattere contro il palo nel vanto tentativo di evitare il gol. Non dimentichiamolo. Stiamo parlando di un calciatore che ha tutte le carte per giocarsi la convocazione ai Mondiali in Brasile.

Ieri Rafa Benitez gli ha evitato i fischi. Se lo avesse sostituito, gli ingenerosi del San Paolo lo avrebbero fischiato. Ingenerosi sì. Perché Lorenzo a volte è indisponente, perché – questa è la verità – tutti abbiamo capito che cosa nascondesse lo sguardo di Marsiglia. Ma Lorenzo corre, Lorenzo si applica, Lorenzo si sacrifica. A Milano corse fino all’ultimo minuto. A Roma tutti ricordano il gol sprecato – e qualcuno gli imputa persino di non essersi buttato dopo la spinta di Maicon -, in pochi ricordano che fu lui a lanciare Pandev verso un gol fatto.

Quello sguardo, lo sguardo di chi sa di essere più forte e fa il bulletto, non può essere una colpa. La condanna non può essere lombrosiana. E lo dico io che quello sguardo l’ho interpretato al volo. Ci vuole tempo per crescere. E noi questo tempo a Lorenzo lo dobbiamo garantire. Vi ricordate quanto tempo impiegò Carnevale prima di capire che non avrebbe mai potuto fare il centravanti classico? Almeno due anni. E Carnevale poteva contare su un altro fisico.

Proprio perché è in grado di riconoscere quello sguardo – e forse anche perché c’è un virus in noi che ci impedisce di gioire pienamente per l’affermazione di un napoletano -, il pubblico del San Paolo rischia di diventare impietoso con Lorenzo. Così come lo è stato con altri napoletani: l’ultimo della lista è Paolo Cannavaro. Il pubblico, si sa, è ingovernabile. Vorrebbe vincere ogni partita cinque a zero. Ieri mugugnava sul due a zero, roba da chiamare la neuro. Forse è il caso che anche il pubblico provi a maturare. Non si può giocare calcio champagne ogni domenica e non si possono mettere all’incrocio dei pali tutte le punizioni calciate da trenta metri.

Insigne è un patrimonio. Va tutelato anche da noi. Rafa è una certezza, saprà come gestirlo al meglio. La speranza è che il procuratore non segua le orme di quello di Cannavaro. Però anche il pubblico deve recitare la sua parte. Come ha detto Antonio Conte, sì Antonio Conte, sabato in conferenza stampa: «Una volta allo stadio i tifosi della Juve facevano sentire la loro voglia di vincere, te la trasmettevano; oggi è come se andassero a teatro». Ecco, sembriamo un po’ quelli con la mangiatoia bassa. E, in tutta onestà, non abbiamo proprio dove poggiarlo.
Massimiliano Gallo

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