Il Napoli di Allegri non ha un’identità

La squadra intensa di pochi giorni fa, si è invece liquefatta in Champions. Questo Napoli tende a perdere distanze e sicurezza e a commettere errori banali, per non dire stupidi, ogni qual volta finisce – o comunque si percepisce – sotto pressione

Il Napoli di Allegri non ha un’identità

Napoli's Belgian midfielder #11 Kevin De Bruyne (R) and Villarreal's Senegalese midfielder #18 Pape Gueye fight for the ball during the UEFA Champions League, league phase, matchday 2, football match between Villarreal CF and SSC Napoli at La Ceramica Stadium in Vila-real on October 13, 2026. (Photo by JOSE JORDAN / AFP)

Gli azzardi di Allegri non hanno pagato

Se molti dei meriti della vittoria contro il Frosinone dovevano essere attribuiti alle mosse a sorpresa – o comunque di rottura – di Massimiliano Allegri, è inevitabile parlare in termini simili della sconfitta incassata a Vila-Real. Ovviamente, però, con esiti e percezioni esattamente opposti. Sì perché il Napoli, dopo un buon inizio e il gol di Rrahmani, si è ritrovato in svantaggio in modo (quasi) casuale – e questo può succedere, il calcio è davvero uno sport imprevedibile. Solo che poi gli azzurri non hanno proprio saputo rimettere in piedi la partita. Ed è esattamente in quel punto che gli azzardi fatti da Allegri non hanno pagato. La squadra intensa vista pochi giorni fa allo stadio Maradona si è liquefatta progressivamente, non ha più trovato soluzioni e così, di fatto, si è consegnata al Villarreal. Al quale è bastato rimanere ordinato per soffrire poco, quasi nulla, e per portare a casa la vittoria.

Ma, esattamente, di quali azzardi stiamo parlando? Intanto la conferma del modulo di gioco 3-4-3 con interpreti completamente diversi: rispetto a Napoli-Frosinone, gli avvicendamenti sono stati Politano per Di Lorenzo sulla fascia destra, Di Lorenzo per Spinazzola sulla fascia sinistra, Gilmour per Lobotka e McTominay per De Bruyne al centro, De Bruyne per Neres e Giovane per Lang dietro la prima punta.

Da questi cambi è venuta fuori una disposizione (ancora più) ibrida, una sorta di 3-2-4-1 in cui i laterali erano Politano (a destra) e Giovane (a sinistra), con De Bruyne e Di Lorenzo che si muovevano alle spalle di Hojlund – ma ovviamente il capitano azzurro tendeva ad allargarsi si di più dal suo lato, ovvero a sinistra, rispetto al belga.

In alto, due frame in cui si vede chiaramente il 3-2-4-1 del Napoli in fase offensiva. Sopra, invece, i posizionamenti medi della squadra di Allegri secondo le rilevazioni di WhoScored.

Nei primi minuti di gara questo sistema ha anche avuto un buon impatto, nel senso che il Napoli ha dato l’impressione di poter controllare il flusso di gioco e di rendersi pericoloso sfruttando soprattutto le catene esterne. Fatalmente e anche inevitabilmente, come anticipato, la squadra di Allegri si è messa a costruire gioco soprattutto a sinistra, dove Giovane e Di Lorenzo riuscivano a muoversi e a sovrapporsi in maniera più varia rispetto a quanto non succedeva sull’altra fascia. Il punto, però, è che alla fine il Napoli è ristagnato in questa dinamica. Lo dicono i dati: secondo Whoscored, i calciatori di Allegri hanno costruito addirittura il 42% delle loro azioni sulla fascia mancina. Sulla destra, invece, la quota si attesta al 32%.

Basta fare una semplice sottrazione per notare che solo il 24% delle manovre del Napoli è passato per vie centrali. E quindi, un po’ come successo nelle prime gare di questa stagione contro Genoa e (soprattutto) Como, agli avversari degli azzurri è bastato chiudere gli esterni per limitare i danni. Nel primo tempo, la squadra di Allegri è riuscita a rendersi pericolosa, anche dopo essere andata sotto, nelle azioni in cui ha alzato il ritmo, l’intensità, la sofisticatezza delle giocate. Anche passando dalle fasce. Nel secondo tempo è mancato esattamente questo: la capacità di accelerare la manovra, dal punto di vista tecnico prima ancora che fisico. Poi nel finale il Napoli ha costruito un paio di occasioni anche abbastanza nitide, ma – come vedremo – si è trattato di momenti estemporanei. Si può dire anche casuali.

I numeri e il tempo (e l’errore di Politano)

Da questo punto di vista, leggere le statistiche in relazione al cronometro è la cosa più interessante in assoluto. Perché, come detto, nel primo tempo il Napoli è stato all’altezza del Villarreal, è andato subito in vantaggio e avrebbe potuto raddoppiare, poi ha avuto delle chance significative anche dopo essere andato sotto nel punteggio. Il totale complessivo dei tiri è stato di 8-7 per la squadra di casa, mentre la sfida dei tiri in porta è finita in parità (3-3). Gli azzurri hanno anche colpito una traversa con Hojlund, ma soprattutto hanno vinto più duelli aerei (6-1), più contrati in senso assoluto (8-6), hanno tentato più dribbling (9-4).

Nella ripresa tutti gli indicatori sono passati dalla parte del VIllarreal (tiri 9-4, duelli aerei vinti 7-4, contrasti 12-5, dribbling riusciti 5-4). E lo sono rimasti anche dopo i cambi di Allegri, che hanno portato il Napoli a disporsi prima con lo stesso sistema visto al Maradona contro il Frosinone, poi nel finale con il 4-2-4 (con De Bruyne e Lobotka davanti alla difesa, Lang e David Neres esterni, Lucca e Hojlund in avanti).

Ma allora, viene da chiedersi, com’è possibile che il Napoli abbia chiuso un primo tempo discreto, per non dire positivo, in svantaggio? Tutto può essere ricondotto alla crisi emotiva e psicologica insorta dopo il passaggio sbagliato di Politano e il pareggio di Mikautadze? Sì e no. Perché, come ha spiegato giustamente Allegri dopo la partita, la sua squadra è come se si fosse disunita completamente dopo aver regalato il gol agli avversari. Allo stesso tempo, però, il gol del 2-1 realizzato da Mouriño nasce da una palla giocata malissimo dagli azzurri. O meglio: da un’azione costruita in modo non solo maldestro, ma anche prevedibile:

Come imbastire male una manovra offensiva

Il Napoli prova a impostare dal basso, ma il pallone gira come una mosca sotto un bicchiere. Il Villarreal allora sente di poter alzare la pressione, e così molti giocatori in maglia gialla si spostano nella metà campo e poi anche nella trequarti campo della squadra di Allegri. Le rotazioni per muovere il pressing avversario portano prima Gilmour e poi McTominay ad abbassarsi, con Rafa Marín che di fatto si trasforma in un terzino destro.

In questo modo, però, il centrocampo si svuota completamente – al punto che addirittura Giovane va a supplire all’assenza di McTominay – e così la pallaccia scodellata da Rafa Marín per non perdere il possesso diventa facile preda dei giocatori avversari. A cui bastano tre tocchi per liberare l’inserimento di Mouriño, perso completamente da De Bruyne, che poi indovina un gran tiro.

Ecco: se il Napoli avesse avuto meccanismi di uscita più oliati, più efficienti, quindi meno prevedibili, non avrebbe giocato così quel pallone. È chiaro che siamo solo all’inizio di un progetto nuovo, che magari ci vuole tempo per lavorare su determinate situazioni, che magari il lancio sballato di Rafa Marín ha dato il via a tutta una serie di errori a cascata – un’uscita fuori tempo di Badiashile, una mancata lettura difensiva di De Bruyne, una pressione in leggero ritardo di Di Lorenzo. Però, però, i giocatori del Napoli devono e possono fare di più in certe circostanze. Oppure, se non sono in grado di giocare la palla in modo sofisticato, devono farlo in modo più basico. Più elementare.

Il Napoli di Allegri sente troppo la pressione

Insomma: al di là del discorso di Allegri sulla debolezza psicologica dei suoi giocatori, giusto e quindi condivisibile, c’è anche una questione tecnico-tattica. Quella per cui il Napoli 2026/27 è una squadra che tende a perdere distanze e sicurezza, e a commettere errori banali per non dire stupidi, ogni qual volta finisce – o comunque si percepisce – sotto pressione. Nel caso della partita Villarreal-Napoli, questa condizione è maturata dopo un episodio negativo ma totalmente randomico, ovvero il pareggio di Mikautadze. Il problema è che, dopo quello sbandamento, gli azzurri non sono più riusciti a uscire dall’angolo. Nel senso che non ci sono riusciti per tutto il resto della partita.

Anche in questo senso ci sono dei numeri eloquenti: tra il minuto 23 (ovvero quando è arrivato il gol di Mikautadze) e il minuto 75, quindi in più di 50 minuti di gioco effettivo, il Napoli ha prodotto soltanto 3 tiri. Di cui 0 dentro lo specchio della porta. E sotto, qualora non vi bastassero queste cifre significative, trovate la mappa di tutti i passaggi effettuati dalla squadra di Allegri in questo segmento di gara: intorno all’area di rigore del Villarreal, soprattutto in zona centrale, c’è un vuoto pneumatico a dir poco inquietante.

In questo campetto, ovviamente, il Napoli attacca da destra verso sinistra

Questi numeri devono essere un segnale anche per Allegri. Che, dopo la partita, ha inevitabilmente e opportunamente rimproverato ai suoi calciatori di “non aver giocato da squadra”. Ma è vero pure che il suo Napoli, almeno per quanto visto finora, non ha ancora una reale identità. Contro il Frosinone, il passaggio alla difesa a tre e un atteggiamento più aggressivo in fase di non possesso sembravano aver dato il via a una svolta interessante, dopo un inizio di stagione rallentato.

La trasferta in Spagna, però, ha praticamente cancellato questa sensazione di crescita, di evoluzione. Anche perché il Villarreal è una squadra di buona qualità, ben organizzata e che è sembrata fisicamente più brillante rispetto a quella di Allegri, ma non può – non deve – essere considerata superiore al Napoli, almeno non dal punto di vista dei valori tecnici. E anche dal punto di vista tattico, in realtà, il tecnico Iñigo Pérez non ha fatto nulla di particolarmente visionario: il 4-4-2 fluido del Submarino Amarillo si basa infatti sull’atletismo massiccio di Gueye, sul dinamismo illuminato di Comesaña, sulla regia offensiva di Gerard Moreno. E su Mouriño, vero e proprio stantuffo della fascia destra.

Come vedremo tra poco, però, è bastato che il Napoli tornasse ad alzare – anche solo leggermente – il suo ritmo di gioco per mettere in difficoltà il Villarreal. I cambi fatti da Allegri e il passaggio al 4-2-4 hanno infatti generato alcune occasioni “di confusione” che, nel finale, avrebbero potuto portare anche al pareggio. Solo che però non sono state concretizzate.

Il 4-2-4 come soluzione d’emergenza

Con l’ingresso di Lang, Spinazzola e Neres, al minuto 61, Allegri ha riproposto la stessa squadra che ha battuto il Frosinone (solo con Gilmour al posto di Lobotka). Dieci minuti dopo, però, il cambio Lucca-Rafa Marín ha determinato il passaggio a un sistema 4-4-2/4-2-4, con Di Lorenzo e Spinazzola esterni bassi e il tandem Lucca-Hojlund in attacco.

Il 4-2-4 del Napoli (su un pallone a campanile)

Risultato? Dopo 50 minuti di totale abulia offensiva, il Napoli ha messo insieme 4 conclusioni tentate, tutte dall’interno dell’area di rigore, un cross di De Bruyne sfiorato da Lucca e Di Lorenzo a pochi centimetri dalla linea di porta e 50 palloni giocati nel terzo offensivo di campo. In soldoni: anche se non ha proposto/offerto niente di trascendentale, niente di particolarmente sofisticato, la squadra di Allegri è parsa di nuovo in grado di costruire delle occasioni da gol. Anche solo potenziali.

Certo, gli azzurri non avrebbe meritato il pareggio. Anzi, alla fine il 3-1 firmato da Oluwaseyi deve essere considerato come un premio alla buonissima prestazione del Villarreal. Però c’è da registrare il fatto che una mossa di Allegri, per quanto pensata e fatta come pura soluzione d’emergenza, abbia dato al Napoli un impulso, una piccola scossa tellurica. È davvero l’unico aspetto positivo di una serata da dimenticare, soprattutto per quanto visto nel secondo tempo. E a maggior ragione dopo i segnali incoraggianti registrati in occasione di Napoli-Frosinone.

Conclusioni

In un postpartita ricco di parole e smorfie sibilline, Massimiliano Allegri ha parlato di “mancanza d’equilibrio”. L’ha detto in chiave difensiva, dopotutto è evidente come il suo Napoli sia una squadra che fatica a restare compatta. Che proprio non riesce a non concedere campo e occasioni agli avversari. Allo stesso tempo, come detto in precedenza, è però inevitabile pensare che queste difficoltà siano legate anche a una fase di possesso ancora da sgrezzare, ancora da definire e rifinire.

Il fatto che quella giocata a Vila-Real sia solo la seconda partita con un nuovo sistema di gioco, e per altro la formazione iniziale era molto diversa rispetto a quella schierata contro il Frosinone, può essere considerata come giustificazione. Il punto, però, è che il tempo stringe. Soprattutto in Champions, anche per il valore degli avversari (il Napoli, da qui a Natale, affronterà Bodo/Glimt in casa, Porto in trasferta, Manchester City in trasferta e Club Brugge in casa), non c’è più margine per fare esperimenti. O per aspettare di trovare l’abito giusto da far indossare a questa squadra.

In virtù di tutto questo, anche Allegri non ha più tutto questo margine. Dal punto di vista puramente tattico e finanche filosofico, quindi al di là dei calciatori che manda in campo, il suo Napoli ha bisogno di un’identità chiara, forte. Di appigli solidi su cui fare affidamento nei momenti difficili. Sta all’allenatore trovarli, oppure inventarseli e costruirli, anche se adesso resta da capire se potrà farlo partendo dal lavoro sul campo o dovrà intervenire prima sulla testa dei suoi calciatori. La partita di Vila-Real ha evidenziato proprio questo ritardo, questa mancanza di chiarezza, nel nuovo progetto degli azzurri. Nei prossimi dieci giorni, in cui si giocheranno quattro gare decisive tra Serie A e Champions, scopriremo se Allegri riuscirà a metterci una pezza.