Il letame e la lavatrice davanti agli uffici di Lotito: la Procura porta in Cassazione la scalata degli Irriducibili alla Lazio
Per l'accusa la sentenza d'appello ha dato una "motivazione apparente ed incongrua" e non ha valutato a fondo le dichiarazioni del presidente biancoceleste.

A banner of Lazio's ultras group Irriducibili in honour of their former leader Fabrizio Piscitelli known as Diabolik killed in a Rome park weeks ago. Serie A match AS Roma v SS Lazio at the Olimpico Stadium in Rome, Italy on September 1, 2019 (Photo by Matteo Ciambelli/NurPhoto) (Photo by Matteo Ciambelli / NurPhoto / NurPhoto via AFP)
La storia della scalata alla Lazio non è finita. La Procura generale presso la Corte d’Appello di Roma ha presentato ricorso in Cassazione contro la sentenza di maggio che aveva assolto tutti gli imputati dall’accusa di tentata estorsione. La formula era stata “perché il fatto non sussiste”.
I fatti risalgono al 2005-2006. Secondo l’accusa alcuni capi degli Irriducibili, il gruppo che per anni ha guidato la curva biancoceleste, avevano appoggiato una cordata nata intorno a Giorgio Chinaglia. L’obiettivo era spingere Claudio Lotito a vendere la società con le minacce, in cambio di posti nella futura gestione. In primo grado, nel gennaio 2015, erano arrivate condanne da 4 anni e 2 mesi a 2 anni e 2 mesi. In appello sono stati assolti tutti: Yuri Alviti, Fabrizio Toffolo, Paolo Arcivieri, Guidocarlo Di Cosimo, Giuseppe Bellantonio e Fabrizio Di Marziantonio. Per Fabrizio Piscitelli, Diabolik, il capo ultrà ucciso nel 2019, i giudici hanno dichiarato il non doversi procedere.
“Una motivazione apparente”
Il ricorso attacca la sentenza d’appello su due punti. Il primo è il modo in cui i giudici hanno trattato il gruppo ultrà. Secondo il procuratore generale, la decisione:
“si limita a una descrizione meramente anagrafica del gruppo e non individua il ruolo assunto dai singoli imputati nel direttivo, né spiega perché le specifiche acquisizioni probatorie siano prive di rilievo ai fini della valutazione della loro forza intimidatoria”.
Il secondo è il ribaltamento del primo grado, che secondo l’accusa non è stato spiegato. La sentenza, si legge nel ricorso:
“non ha dato conto in modo esauriente dei motivi per i quali ha ritenuto di sovvertire la sentenza di condanna emessa in primo grado, omettendo di confutare tutte le ragioni che sorreggevano l’iniziale valutazione del Tribunale e fornendo una motivazione apparente ed incongrua”.
Le lettere, il letame e la lavatrice
Per la Procura i giudici d’appello non hanno valutato a fondo le dichiarazioni di Lotito e di Cristina Mezzaroma. Il presidente della Lazio aveva collegato le due lettere minatorie a due episodi avvenuti nel settembre 2005 nei suoi uffici. Nel ricorso si legge:
“Lotito aveva collocato temporalmente la ricezione delle due lettere minatorie indicate nel capo di imputazione nel contesto di due episodi verificatisi nel settembre 2005 presso i suoi uffici: lo scarico di un camion di letame e lo scarico di una lavatrice”.
La sentenza di primo grado, ricorda il ricorso, aveva collegato quegli episodi agli imputati:
“il secondo episodio era stato pubblicamente rivendicato dagli Irriducibili e quanto al primo, gli accertamenti di polizia giudiziaria avevano evidenziato che il furgone utilizzato per trasportare il letame era stato noleggiato da Yuri Alviti”.
Per la Procura, infine, le proteste degli Irriducibili avevano soprattutto motivi economici: il gruppo aveva perso i vantaggi che aveva con la gestione precedente. Su questo, secondo il procuratore generale, le prove erano “decisive e inscalfibili”.
Vent’anni dopo, la scalata alla Lazio torna davanti a un giudice proprio mentre Lotito parla di nuovo di minacce: “Andavo in giro con due pistole”, ha raccontato oggi. Quelle che a Roma per anni sono state chiamate proteste dei tifosi, per la Procura erano un tentativo di estorsione. Ora deciderà la Cassazione.