Quando Zico preferì l’Udinese al Real Madrid, e altre storie di quando la Serie A dominava il calciomercato

Il Milan non prese Prosinecki per i denti ma Gullit si fece affascinare da Berlusconi, l'Inter perse Futre e snobbò Platini

Quando Zico preferì l’Udinese al Real Madrid, e altre storie di quando la Serie A dominava il calciomercato

French Luis Fernandez (C) vies with Brazilian Zico (D) on June,21 1986 in Guadalaraja, during the World Cup quarterfinal soccer match between France and Brazil. (Photo by STRINGER / AFP)

Il calciomercato oggi funziona un po’ come l’oroscopo: tutti ci leggono ciò che vogliono finché non arriva una firma a distruggere sogni. E la storia è zeppa di trattative vere mai andate in porto, che magari avrebbero poi cambiato il calcio mondiale. As si è divertito a raccontarne un po’, epocali. C’è l’Italia in quasi tutte, la Serie A che un tempo era il centro del mondo.

Il Milan e Prosinecki, saltata per un problema dentale.

Alla fine degli anni ’80 Prosinecki “stava facendo sensazione in tutta Europa. I più grandi club del continente lo misero subito nel mirino: Real Madrid, Milan, Olympique Marsiglia, Bayern Monaco… Ma il Real Madrid si dimostrò il più determinato. Non fu un acquisto facile, ma alla fine si concretizzò dopo diversi mesi di attesa. L’aspetto più curioso della storia è che il giocatore finì al Bernabéu dopo aver ricevuto un netto rifiuto da un’altra squadra, il Milan. La dirigenza rossonera lo sottopose a una visita medica, durante la quale venne riscontrato un problema. Lo staff medico spiegò alla dirigenza che Prosinecki, con la sua mascella allungata e i denti sporgenti, avrebbe potuto avere problemi muscolari e alla schiena. Decisero quindi di ingaggiare un altro giocatore balcanico, Dejan Savicevic, che si rivelò un grande successo. Prosinecki sarebbe poi passato al Real Madrid, dove subì numerosi infortuni… per lo più muscolari”.

Gullit e il fascino di Berlusconi

Nel 1986, mentre il PSV Eindhoven era impegnato in un ritiro invernale a Tenerife, il Real Madrid tentò di ingaggiarlo. Ramón Mendoza offrì sei milioni di dollari (quasi quattro milioni di euro) al club olandese. Le trattative erano in corso, con Mendoza che si recava spesso a Eindhoven e teneva incontri a metà strada a Parigi con Kees Ploegsma, amministratore delegato della Philips, per finalizzare l’accordo. Ma Gullit aveva ceduto al fascino ammaliante dell’Italia, in particolare a quello di Silvio Berlusconi, il magnate televisivo e presidente del Milan. Berlusconi era rimasto affascinato dalle prestazioni dell’olandese. Quando Gullit arrivò, diffidente e altezzoso, il presidente del Milan gli offrì un contratto molto vantaggioso, insieme a uno dei due regali che aveva in serbo. Gullit prese tutto: il contratto, firmato seduta stante, per sé, e i cioccolatini e il mazzo di fiori per la moglie. Il Real Madrid, dal canto suo, si ritrovò senza il giocatore e completamente sbalordito. Il PSV intascò inoltre quasi 11 milioni di dollari (circa 8 milioni di euro al cambio attuale), quasi il doppio di quanto offerto dal Real Madrid.

Gullit Taveggia

Zico: no al Real Madrid per l’Udinese (erano altri tempi)

“Soprannominato il “Pelé Bianco”, giocava nel Flamengo e il Real Madrid lo considerava una priorità per riconquistare la gloria europea. La dirigenza del Real Madrid credeva che potesse essere la chiave per la conquista della Coppa dei Campioni, ma incontrò la resistenza del padre del giocatore, José, un fornaio portoghese e tifoso del Flamengo, che proibì al figlio di lasciare il paese, figuriamoci di abbandonare il club rossonero. Non scoraggiato, il Real Madrid tentò nuovamente di ingaggiarlo nel 1983. Questa volta, il motivo era radicalmente diverso. Il Real Madrid era arrivato secondo in tutte e cinque le competizioni a cui aveva partecipato (Liga, Coppa del Re, Coppa delle Coppe, Supercoppa di Spagna e Coppa di Lega) e aveva visto il suo principale rivale, il Barcellona, ​​rinforzato dall’argentino Diego Armando Maradona, costruire una squadra vincente. Le trattative iniziarono con il Flamengo, che inizialmente chiese (più o meno) poco più di un milione di pesetas per ogni gol segnato in quella stagione, 42 in totale: il che significava che l’arrivo di Galinho sarebbe costato circa 600 milioni di pesetas. La dirigenza del Real Madrid rimase sbalordita, ma Luis de Carlos era disposto a tutto pur di rimediare al fallimento della stagione precedente, e le trattative con il club brasiliano ebbero inizio. Quando tutto sembrava procedere per il meglio, la dirigenza brasiliana abbassò le proprie pretese economiche. Mentre discutevano di questioni di poco conto, l’Udinese si fece avanti e si aggiudicò il giocatore. Proprio quell’estate del 1983, la prima amichevole del Real Madrid fu un’amichevole in Italia contro… l’Udinese, nello stadio del club italiano, che finirono per vincere (2-1). Riuscite a indovinare chi segnò il primo gol per la squadra italiana? Esatto, proprio Zico”.

Il Milan voleva John Barnes, e prese Blisset

Due giocatori si distinsero nel Watford nella stagione 1982-83. Atletici e dinamici, John Barnes e Luther Blissett furono tra i primi giocatori di colore a esordire nella nazionale inglese. Il Milan inviò un emissario per negoziare l’acquisto di John Barnes, ma prima che l’accordo potesse essere finalizzato, il Watford aveva una partita da disputare. Blissett brillò in modo spettacolare in quella partita, tanto che l’emissario contattò la dirigenza del club italiano e cambiò idea. Per un milione di sterline, Blissett divenne un giocatore del Milan. L’anno successivo, Luther segnò solo cinque gol in 30 partite di campionato. Al termine della stagione, il club italiano non perse tempo a rimandarlo indietro per metà di quanto aveva pagato. Ma i suoi 15 minuti di fama non finirono lì. La sua esperienza nel calcio italiano lasciò il segno su un gruppo di giovani che, nel 1994, formarono un gruppo chiamato The Luther Blissett Project. Il gruppo era composto da Federico Guglielmi, Luca di Meo, Giovanni Cattabriga e Fabrizio P. Belletati, e nel 1999 pubblicarono il romanzo Q. Le idee che esprimevano erano politiche, in particolare anarchiche, anche se in seguito decisero di cambiare nome. Blissett, dal canto suo, ha lavorato come commentatore sportivo e ha persino partecipato al Gran Premio di Silverstone nel 2011. Nel frattempo, Barnes è diventato una leggenda sia al Liverpool che nella nazionale inglese.

Gil strappò Futre all’Inter

Jesús Gil era determinato: voleva diventare presidente dell’Atlético de Madrid a tutti i costi. Aveva già fatto parte del consiglio di amministrazione sotto la presidenza di Vicente Calderón e nutriva un profondo attaccamento ai colori biancorossi. Era il 1987 e quell’anno si tenevano le elezioni presidenziali del club. Non esitò: aveva bisogno di un giocatore di punta, una figura di riferimento su cui i tifosi dell’Atlético potessero contare per riconquistare i fasti del passato. Mentre valutava i nomi, incontrava agenti, rappresentanti e giocatori, arrivò la finale di Coppa dei Campioni. Quell’anno si affrontavano Porto e Bayern Monaco. Notò subito un giocatore agile, veloce e carismatico… Il suo nome era Paulo Futre, e quella partita lo avrebbe catapultato nell’olimpo del calcio. Avrebbe guidato la sua squadra alla vittoria in Coppa dei Campioni, la prima per il club portoghese, e avrebbe realizzato un’azione alla Maradona che è entrata nella storia del calcio: dribblò gli avversari, ma il suo tiro finale finì di poco a lato. Gil capì subito: quel giovane portoghese sarebbe diventato la sua stella. Ma c’era un problema. Il giocatore era praticamente già sotto contratto con l’Inter. Conoscendo le loro intenzioni, Gil prese un aereo, arrivò a Milano e andò direttamente all’hotel dove alloggiavano sia il presidente che il giocatore portoghese, impegnati nella Coppa del Mondo per club. Dalla reception, chiamò Futre nella sua stanza, e Futre scese nella hall indossando una maglietta, pantaloncini e infradito con il suo nome sopra. Stava facendo un pisolino ed era sceso per il rumore. Improvvisamente, un “signore corpulento” (come lo definì lo stesso Futre) gridò: “Ehi, tu sei Futre!”. Cinque ore dopo, quel signore corpulento e quella stella nascente portoghese entrarono nella discoteca Jácara di Madrid, dove circa 5.000 persone gridavano e acclamavano il suo nome. Oh! E Jesús Gil vinse le elezioni”.

Platini era dell’Inter, ma poi…

Alla fine dei Mondiali del 1978 le ottime prestazioni individuali di Platini gli aprirono nuove porte. Due squadre inglesi – o meglio, rivali londinesi – si unirono alla corsa: Tottenham Hotspur e Arsenal. La moglie di Platini, Christelle, lo convinse a rifiutare il Valencia e a tentare la fortuna in Inghilterra. Il problema sorse quando il giocatore, dopo aver consultato i calendari, si rese conto che avrebbe dovuto giocare durante il periodo natalizio. Decise quindi di rifiutare qualsiasi offerta dal calcio inglese, rimase a Nancy e firmò un pre-contratto con l’Inter. Nel 1979 lasciò Nancy per il Saint-Étienne, dove rimase fino al 1982, anno in cui firmò con la Juventus. Inter? Quando la Juve chiese se avesse intenzione di ingaggiare la stella francese, il club milanese rispose di non essere più interessato…”.

mondiale per club

La Juventus perde Eusebio perché è un “bene dello Stato”.

Nel 1964, la Juventus di Torino fu costretta a rinforzare significativamente la propria rosa. Il Milan aveva vinto la Coppa dei Campioni nel 1963 e l’anno successivo l’Inter si era aggiudicata il trofeo. Inoltre, entrambe le squadre vantavano stelle di prim’ordine, come Rivera per i rossoneri e Luis Suárez e Sandro Mazzola per i nerazzurri. Eusébio, attaccante del Benfica, era la stella più brillante d’Europa in quel momento e il club torinese lo considerava il rinforzo ideale. Per questo motivo, presentò un’offerta irrinunciabile, sia per il giocatore che per il Benfica: Eusébio avrebbe guadagnato quattro volte di più di quanto percepiva in Portogallo. L’intero Paese attendeva con ansia la decisione finale. E quando meno ce lo si aspettava, comparve la figura di António de Oliveira Salazar, presidente e dittatore portoghese. Invitò Eusébio a pranzo nella sua residenza presidenziale. Appena il calciatore arrivò, Salazar lo interruppe bruscamente: “Non puoi andare a giocare all’estero. Capisci che sei un bene dello Stato!”. Al che Eusebio rispose: “Se sono un bene dello Stato, perché devo pagare le tasse?”. Ma Salazar, astuto, cominciò a parlargli di calcio, del Benfica, dei loro rivali di Lisbona, lo Sporting, della nazionale portoghese, dei Mondiali che si sarebbero tenuti in Inghilterra due anni dopo… Alla fine dell’incontro, Eusebio sapeva perfettamente che sarebbe rimasto al Benfica ancora per un po’.