De Bruyne non è Pirlo (che doveva cambiare per esplodere). Lui cambia per non morire, come Maldini, Matthäus, Giggs
De Bruyne è un Pirlo che ce l'ha già fatta. Cambia solo per continuare a farcela. È in preparazione il reading "Allegri legge De Bruyne", tipo Gassman legge la Divina commedia.

Dc Napoli 10/10/2026 - campionato di calcio serie A / Napoli-Frosinone / foto Domenico Cippitelli/Image Sport nella foto: Kevin De Bruyne
Kevin De Bruyne non è Andrea Pirlo. È- mettiamola così – un Pirlo che ce l’ha già fatta: è diventato De Bruyne nel ruolo giusto, non per traslazione. Pirlo divenne Pirlo davvero solo dopo l’aggiustamento tattico, la retrocessione a regista più aderente alla sua (poca) velocità e alla sua (geniale) propensione all’architettura del gioco. Per cui ora il dibattito – perché c’è dibattito pure su questo, signora mia – su dove piazzare De Bruyne nel Napoli sconta una frizione con la realtà: la sua consapevolezza, l’idea che ha di sé il campione. L’ipotesi di riposizionarsi per allungarsi la vita agonistica nasconde un freno inibitorio, non sentirsi più all’altezza di essere lo stesso De Bruyne di sempre. Un piccolo lutto da elaborare. Allegri gli propone un gigantesco cambio di prospettiva, da adottare per riapparecchiare il suo mondo, il suo lavoro. Un’esigenza di squadra che richiede competenze nuove (oppure antiche) da ripristinare e riadattare. E gli manca, forse, un approccio storico, a questa ipotetica – ma palesemente efficace – rivoluzione indotta.
Quando lo spostarono, Pirlo non era ancora davvero Pirlo
Di nuovo: no, De Bruyne non è Pirlo. Lo è allo stato dell’arte, come contro il Bodo, in una posizione dalla quale vede il campo, sceglie i tempi, disegna traiettorie che saltano intere linee di pressione, ed è decisivo da lontano, determinando l’azione prima, innescandola e non rifinendola. Con il Milan Pirlo vinse due Champions, con la Juventus ritrovò una seconda giovinezza e con l’Italia conquistò il Mondiale del 2006. La sua ritirata posizionale fu una conquista. Ma prima Pirlo non era ancora… Pirlo.
Pirlo, dunque, che arretra davanti alla difesa per visione di Mazzone e Ancelotti non è il suo caso. Matthias Sammer che si trasforma da centrocampista in libero e vince il Pallone d’Oro, nemmeno lui. Tantomeno Gareth Bale che smette di fare il terzino e comincia a terrorizzare le difese, o Hakan Calhanoglu che abbandona la trequarti per governare il centrocampo dell’Inter. De Bruyne non è l’Henry messo davanti alla porta da Wenger, o il Mertens centravanti d’emergenza di Sarri.

De Bruyne appartiene ad un’altra sottospecie di campioni mutanti per dis-omologazione, con l’etichetta in aggiornamento e chissenefrega. Può essere il Francesco Totti falso nove intuito da Spalletti, quello del 2006-07 che fa il capocannoniere con 26 gol costringendo il calcio italiano a interrogarsi su cosa dovesse essere un centravanti. È Paolo Maldini, il terzino sinistro mondiale che si trasforma in centrale difensivo che gioca fino a quarant’anni. È Beppe Bergomi, dal percorso in parte analogo, dalla fascia al libero restando una colonna dell’Inter per quasi due decenni. Nessuno di loro aveva bisogno di essere riscoperto, ma hanno avuto l’intelligenza di camuffarsi nella maturità.
Allegri legge la Divina commedia
De Bruyne può essere Lothar Matthäus, uno dei centrocampisti più completi della storia, capace di arretrare progressivamente fino a giocare da libero negli ultimi anni. A 37 anni era ancora un riferimento del Bayern Monaco. O Ryan Giggs, passato dall’ala al centrocampo di gestione corrente. Philipp Lahm era già un terzino eccezionale quando Guardiola cominciò a utilizzarlo con continuità a centrocampo. Bastian Schweinsteiger, cresciuto da esterno, diventò a sua volta un centrale di altissimo livello, fino a essere uno dei protagonisti della Germania campione del mondo nel 2014. Javier Mascherano al Barcellona faceva il mediano, e divenne un difensore centrale implacabile.
Naturalmente, non basta spostare una pedina sulla scacchiera, nemmeno con la traiettoria sghemba del cavallo di razza. Ogni trasformazione riuscita è stata una scelta collettiva, un modo alternativo di distribuire equilibri e responsabilità. E soprattutto è stata una scelta condivisa, magari persino sposata con entusiasmo. De Bruyne più che piantarsi nelle mattonelle che lo hanno reso tale, dovrebbe restare fedele al proprio talento: trovare un spazio che gli altri non vedono, come sa fare lui. A proposito di grandi lettori, potrebbero farne un reading: “Allegri legge De Bruyne”, tipo Gassman legge la Divina commedia.