De Bruyne e il peccato originale del curriculum. Napoli è infastidita da chi ha vinto tanto

Sembrano tornati quelli dell'Inps che fecero a pezzi Ancelotti. Anche Conte è stato massacrato. C'è un'ideologia dietro questa diffidenza. Una forma di provincialismo travestita da superiorità culturale

De Bruyne e il peccato originale del curriculum. Napoli è infastidita da chi ha vinto tanto

Dc Napoli 10/10/2026 - campionato di calcio serie A / Napoli-Frosinone / foto Domenico Cippitelli /Image Sport nella foto: esultanza gol Kevin de Bruyne

A Napoli avere un curriculum importante è una colpa. Una specie di aggravante. Più hai vinto, più diventi sospetto. Se poi hai la sfrontatezza di arrivare con la convinzione di sapere qualcosa di calcio, il processo è praticamente assicurato. Adesso è il turno di Kevin De Bruyne, reo evidentemente di essere stato uno dei centrocampisti più forti del mondo prima di avere il privilegio di sottoporsi al giudizio del tribunale calcistico napoletano.

Il campionario delle accuse è piuttosto ricco. Per Di Canio “si sente più grande del Napoli”, secondo Behrami ha scelto di lamentarsi anziché rendersi utile alla causa. Il Corriere della Sera racconta di mugugni, incomprensioni e scarsa leadership. Repubblica arriva a scrivere che non è all’altezza della sua fama. Insomma, oltre che giocare, De Bruyne dovrebbe possibilmente sorridere, non lamentarsi, ringraziare per l’ospitalità e assumersi la responsabilità emotiva di una squadra in crisi di risultati. Magari mangiare una pizza ai Tribunali, farsi fotografare sotto il murales di Maradona, dichiarare che Napoli è la città più bella del mondo e pubblicare qualche storia Instagram con il Vesuvio sullo sfondo. Il repertorio è abbastanza collaudato: bastano due luoghi comuni e un po’ di folklore per guadagnarsi la patente di napoletanità. De Bruyne, invece, non sembra particolarmente interessato a recitare questa parte. E allora diventa altezzoso, distante, uno che si sente superiore al Napoli. Come se un fuoriclasse dovesse necessariamente trasformarsi in un testimonial del gruppo d’interesse degli albergatori e del fast-hospitality del centro storico. Beh, signori, ognuno ha il proprio carattere. De Bruyne ha la fortuna di non dover dimostrare niente a nessuno. È un calciatore, non un candidato alla cittadinanza onoraria.

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In questa stagione De Bruyne è già a cinque gol e due assist tra Napoli e Belgio

Ebbene, mentre ci interroghiamo sul suo grado di coinvolgimento emotivo e sulla frequenza dei suoi sorrisi, finiamo per trascurare l’unico terreno sul quale avrebbe senso giudicare un calciatore: il campo. Dove, peraltro, la requisitoria dell’accusa incontra qualche difficoltà. Perché ci sono anche i numeri, questi maleducati. In questa stagione De Bruyne è già a cinque gol e due assist tra Napoli e Belgio. Un gol e un assist all’esordio contro il Genoa, con tanto di premio Player of the Match. Una doppietta contro il Frosinone e un altro premio da MVP. Contro il Bologna un 7 nelle pagelle dello stesso Napolista. Nel mezzo, una doppietta con la nazionale belga contro la Turchia. Il tutto dopo una stagione quasi interamente compromessa dagli infortuni. Non proprio il rendimento di un pensionato venuto a svernare sul Golfo.

Ha trentacinque anni, certo. Ha sbagliato il rigore a Venezia, indiscutibile. Ci si può aspettare ancora di più? Certo. Ma tra valutare una prestazione e trasformare De Bruyne in uno dei problemi del Napoli corre una distanza che dovrebbe essere evidente anche a chi trascorre le domeniche a misurare i chilometri percorsi dai centrocampisti. Eppure questa storia l’abbiamo già vista. Sembrano tornati quelli dell’INPS. Gli stessi che avevano sentenziato che Ancelotti fosse venuto a Napoli a prendersi la pensione. Poi Carletto è tornato al Real Madrid a vincere altre Champions League. Evidentemente l’INPS non gli aveva ancora liquidato il trattamento. Benitez, che aveva vinto una Champions con il Liverpool, veniva insultato anche con epiteti sul suo peso. A Conte siamo arrivati a contestare persino la preparazione atletica. Antonio Conte non saprebbe fare la preparazione atletica. Una scoperta straordinaria, che evidentemente era sfuggita a Juventus, Chelsea, Inter e Tottenham. Lukaku era il paracarro imposto dal tecnico salentino, prima di diventare decisivo per lo scudetto. E Higuain, passato dall’essere un idolo assoluto a un nemico pubblico dopo il trasferimento alla Juventus, è un altro capitolo di questo rapporto quantomeno complicato con i grandi protagonisti.

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C’è un’ideologia dietro questa diffidenza. Una forma di provincialismo travestita da superiorità culturale

C’è un’ideologia dietro questa diffidenza. Una forma di provincialismo travestita da superiorità culturale. Da una parte invochiamo i campioni, dall’altra sembriamo infastiditi quando arrivano davvero. Come se la grandezza maturata altrove fosse un affronto, qualcosa da ridimensionare per ristabilire le gerarchie. Non basta che tu abbia vinto: devi dimostrare di meritare Napoli. Possibilmente ogni domenica, ripartendo da zero. D’altronde, che saranno mai una manciata di Champions League davanti al giudizio di chi ha passato la settimana a spiegare come si fa il centrocampista o come si prepara atleticamente una squadra?

La cosa paradossale è che De Bruyne viene messo in discussione proprio mentre il Napoli offre pochissimo per cui entusiasmarsi. Una squadra con evidenti limiti, scarica, sgonfia, che produce poco calcio di qualità e lascia ancora meno spazio all’immaginazione. E noi che facciamo? Ce la prendiamo con uno dei pochissimi capaci di alzare il livello tecnico. Umilmente, da tifoso, provo ancora una sensazione: sono contento quando so che gioca De Bruyne. Come accadeva con i grandi calciatori che hanno indossato questa maglia. Accendo la televisione, o vado allo stadio, e penso che, nonostante tutto, potrebbe valerne la pena. Che magari arriverà un passaggio, un’intuizione, una giocata che non si può insegnare. È una sensazione un po’ infantile, lo ammetto. Ma forse è proprio questo il bello del calcio, quello che ci ostiniamo a dimenticare mentre lo trasformiamo in una disciplina da ingegneri. D’altronde, nessun bambino si innamora del calcio per una marcatura preventiva, per la riaggressione o perché qualcuno gli ha spiegato il tiki-taka. Ci si innamora del calcio perché un giorno si vede un fuoriclasse fare qualcosa che agli altri non riesce. Perché si prova il desiderio di imitarlo, perché si aspetta una sua giocata, perché ci si convince che con il pallone tra i piedi possa succedere qualcosa di straordinario. È così che nasce una passione, non davanti a una lavagna tattica. E se a trentacinque anni De Bruyne riesce ancora a farmi provare quella sensazione, in un calcio sempre più popolato da diligenti esecutori, non mi sembra poco.

De Bruyne non è più quello di cinque anni fa. E non deve esserlo per forza. Pretenderlo sarebbe stupido. Ma trattarlo come un intruso capitato a Napoli per sbaglio, dopo quello che ha fatto e continua a dimostrare di saper fare, è qualcosa che va oltre la critica. Certe volte viene da pensare che a Napoli il problema non sia la mancanza di grandi campioni, affibiata per anni alla tirchieria del Presidente. È la difficoltà ideologica di accettare che qualcuno possa esserlo già prima di arrivare qui.

30 anni, laureato in Giurisprudenza. È cresciuto in un tempo in cui gli idoli eri costretto a cercarteli da un’altra parte. Il suo, poco ortodosso per un napoletano, era Andriy Shevchenko. Forse anche per questo è grato a chi ha restituito il sogno ai bambini della sua terra. Crede nel fattore umano, nelle relazioni e nell’idea che, nel calcio come nella vita, siano le persone a fare la differenza.

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