Il mistero Sinner alimenta l’Italia dei complottismi

Ne scrive La Stampa. Nessuno sa che cosa effettivamente abbia. Il video di un suo allenamento induce a ricostruzioni fantasiose. L'eterno dilemma tra il diritto alla riservatezza e la richiesta di trasparenza

Il mistero Sinner alimenta l’Italia dei complottismi

Italy's Jannik Sinner hits a return to Norway's Casper Ruud during the men's final of the ATP Rome Open tennis tournament at Foro Italico in Rome on May 17, 2026. (Photo by Tiziana FABI / AFP)

Due cose sono certe nella vicenda infortunio al ginocchio di Jannik Sinner. La prima è che non giocherà gli Us Open di tennis: l’ha ufficializzato l’altro giorno il numero uno del mondo sui propri canali social. Ha detto che il ginocchio destro non è ancora a posto, ha bisogno di ulteriore tempo per recuperare, e che di conseguenza non è pronto per tornare in campo. La seconda certezza è che nessuno sa che cos’abbia Sinner. Una diagnosi precisa non c’è. È tutto fumoso. In nome di un legittimo diritto alla riservatezza. Ma questo mistero alimenta la già spiccata tendenza al complottismo degli italiani.

Ne scrive La Stampa con Stefano Semeraro.

La Stampa parte dalla pubblicazione di un video che mostra il tennista azzurro impegnato ad allenarsi a Monte-Carlo proprio il giorno in cui ha annunciato che non avrebbe giocato gli Us Open.

Scrive Semeraro:

“E fatalmente scatta il giallo. Ma non doveva riposarsi? Perché affaticare l’articolazione dolente se il rientro alle gare è previsto (nel migliore dei casi) solo a fine settembre? Allora che cosa c’è sotto? L’infortunio è più serio del previsto, o qualche “segreto” ci viene nascosto dalla Bilderberg del tennis? Ecco l’eterna Italiua dei complotti che si muove armata di cellulari, podcast e tastiere leonine”.

La Stampa scrive che la riservatezza è ovviamente un diritto ma un po’ più di trasparenza aiuterebbe. Il tema non riguarda solo Sinner ma ora il caso è Sinner. Ovviamente nulla cambierà. E quindi bisognerà attendere che Jannik torni a giocare e nel frattempo sopportare (magari ignorandole) le fantasiose ricostruzioni alternative che non cesseranno mai di esistere.