Diawara e l’Ariapetrina il vino gioviale e sbarazzino in terra di Falerno

Prodotto dalla famiglia Brini. Il gioiello di casa è l’Etichetta Bronzo che però ha bisogno di tempo, proprio come il nostro centrocampista

Diawara e l’Ariapetrina il vino gioviale e sbarazzino in terra di Falerno

Del Falerno del Massico ne abbiamo già scritto qualche tempo fa raccontandovi del nostro Kalidou Koulibaly ma non ve l’abbiamo detta tutta, così ci torniamo su quest’oggi ispirati dal quel piccolo diamante grezzo che è Amadou Diawara.

Il vino nelle sue varie declinazioni è sulla bocca di tutti da oltre duemila anni ma l’areale del Falerno è doc solo dal 1989: abbraccia cinque comuni tutti in provincia di Caserta, che sono nell’ordine, Sessa Aurunca, Cellole, Mondragone, Falciano del Massico e Carinola; oltre alla tipologia bianco, a base falanghina, se ne producono due rossi, il primo con base Primitivo, come ne raccontammo per il Maiatico/Koulibaly, l’altro, quello di cui scriviamo oggi, nella tipologia Falerno del Massico rosso con prevalenza dei vitigni Aglianico e Piedirosso. Con almeno 2 anni di invecchiamento di cui una parte in legno, il vino può fregiarsi della menzione Riserva.

Sono due facce della stessa denominazione storicamente legate anzitutto al nome di due grandi famiglie campane, i Moio di Mondragone e la napoletana Avallone di Villa Matilde, che attraverso un grande lavoro di sensibilizzazione prima e valorizzazione poi hanno promosso, sin dagli anni settanta, il Falerno del Massico come vino di assoluta qualità. Ma negli ultimi 15 anni però si è assistito nell’area ad una grande spinta imprenditoriale che ha fatto nascere tante nuove piccole realtà, qualcuna intenta a rivalutare il prezioso testimone passatogli dalle generazioni precedenti, qualcun’altra mossa dalla gran voglia di rinverdire più semplicemente i fasti di un passato per troppi anni lasciato sopire nel silenzio della tranquillità di questa parte della campagna casertana.

Lo stesso Amadou deve vedere quello che deve fare adesso per scrollarsi di dosso un po’ di ansia da prestazione. È pur vero che ‘0 Guaglione tiene poco più di 20 anni ma sono pure quasi tre le stagioni ormai alle spalle e un po’ tutti vulesseme sapé se questo calice di Falerno ce lo possiamo bere o dobbiamo ancora aspettare?

Il guineano tiene i piedi buoni, non è sveltissimo ma copre bene gli spazi ed ha pure una buona visione di gioco, è capace di interventi chirurgici: l’anno scorso – chi se la scorda quella partita Napoli-Chievo – ha fatto schizzare alle stelle i codici rossi per infartuati negli ospedali Cardarelli di Napoli e Molinette di Torino. Marò che goal! Poi quest’anno pareva fosse chiuso da Hamsik nel suo nuovo ruolo, o soffriva in qualche maniera Rog e ogni volta sembrava dissolversi, embé ora che Marek sta in Cina e il croato in trasferta a Siviglia sta nella situazione ideale per scrollarsi di dosso ogni ansia e dimostrare di valerlo tutto l’investimento fatto nel 2016, a suon di milioni di euro, ben 15, per portarlo a Napoli dal Bologna.

Pensandoci, così dovrebbe essere per i vini di una di tante famiglie che si sono messe in testa di fare Falerno, i Brini, qui a Sessa Aurunca. Il loro Falerno del Massico rosso Etichetta Bronzo rappresenta forse il risultato più alto, la punta di diamante della loro produzione di Aglianico e Piedirosso, un gioiello che nasce grezzo ma che il tempo, come adda essere per Diawara, sa levigare e consegnare prezioso nelle mani della storia a venire. Però nel frattempo dobbiamo avere dell’altro nel bicchiere, bisogna che un altro Falerno rosso sia possibile, magari più giovane, che ce lo possiamo bere, godere, apprezzare, accompagnare nel tempo se no di che andiamo raccontando?

Eccolo allora l’Ariapetrina, gioviale e sbarazzino, fitto nei suoi profumi al naso, dal sorso asciutto, pregnante e scalpitante. Il colore è splendido, rubino con delicate sfumature porpora sull’unghia del vino nel bicchiere. Il naso è ricco, intenso e trasversale nei profumi, sa anzitutto di amarena e prugna. In bocca è slanciato, conquista subito il palato con il suo il tannino morbido e il candido frutto croccante. Marò che buono!, di grande intensità, una magnifica rappresentazione territoriale, quel territorio subito a ridosso di San Terenzano, che poi è anche questa terra di Falerno, ma soprattutto casa di Maria Felicia Brini, Masseria Felicia.

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