Ancelotti: «Il mio Napoli lo vorrei con la cazzimma dell’Atletico Madrid»

INTERVISTA ALL’ALLENATORE DEL NAPOLI – «Oggi possesso palla esasperato, il portiere tocca un’infinità di palloni, cambieranno il regolamento. L’uscita dalla Champions ci ha un po’ demoralizzati. De Laurentiis deve farmi incontrare Robert De Niro»

Ancelotti: «Il mio Napoli lo vorrei con la cazzimma dell’Atletico Madrid»
Ancelotti nel disegno di Fubi

«Mai chiesto ai miei di fare il fuorigioco»

Dall’abiura del fuorigioco al disvelamento di una clausola del contratto con De Laurentiis: «Deve farmi incontrare Robert De Niro». Fino a quella che possiamo definire una critica rispetto all’esasperazione del possesso palla: «Non è possibile che il portiere sia tra i giocatori di una squadra che toccano di più il pallone, prima o poi cambieranno il regolamento».

Il Napolista ha incontrato Carlo Ancelotti prima della trasferta di Parma. L’allenatore ci ha concesso un’ampia conversazione in cui ha toccato tanti temi. Abbiamo scoperto che il leader calmo ha un tallone d’Achille: l’egoismo in campo. E per una questione di egoismo cominciò a Madrid la crisi con Florentino Perez. Non ama i mezzucci sul terreno di gioco, ma la sana cattiveria gli piace eccome. La chiama cazzimma, alla napoletana. La vorrebbe nel suo Napoli.

Non possiamo non partire dal campo. Dal suo ruolo che definiamo di rinnegato rispetto all’ortodossia sacchiana. A Trento, l’estate scorsa, Arrigo Sacchi disse di lei che non era ossessionato dalla perfezione, al contrario di lui e di Guardiola. Cos’è cambiato in questi anni?

«È cambiato che non sono più rigido, sono elastico. Rimango rigido nei principi che sono legati all’organizzazione di squadra, al movimento senza palla, alla velocità del gioco, a una difesa aggressiva. Sono però diventato elastico nell’applicazione di questi principi che rimangono rigidi. Penso che il possesso palla è importante per aver il controllo di gioco, ma dev’essere finalizzato. Basta guardare com’è cambiato il ruolo del portiere. Oggi gioca con la squadra. Le statistiche dicono che i giocatori che toccano più la palla sono i due difensori centrali e il portiere. Per me c’è qualcosa che non quadra. Fare un possesso palla basso è naturalmente più facile, più semplice, ma è poco efficace».

QUANTI PASSAGGI SERVONO PER FARE UN GOL

Ancelotti che cita le statistiche. Lui che non le ama. Una delle sue frasi cult è: “Nel calcio esistono solo due statistiche rilevanti: i gol fatti e i gol subiti”. Però una statistica inedita la tira fuori.

«Sai quante volte una squadra riesce a fare gol dopo più di venti passaggi? In un anno può capitare due volte. Un gol lo fai dopo cinque sei sette passaggi. Credo che ne abbiamo segnato uno dopo venti passaggi ma sarà capitato una volta (quello di Verdi a Torino, ndr). Se c’è la possibilità di uscire da dietro con la palla, tanto meglio. Ma se c’è il rischio di uscire da dietro, meglio lasciar perdere».

E qui è lui a fare la domanda: «Mercoledì sera quante volte l’Atletico Madrid ha giocato con la palla da dietro? Te lo dico io: mai. Certo è anche una questione di qualità. Non ha difensori adatti a questo tipo di gioco, probabilmente non ha un portiere adatto a questo tipo di gioco, e allora cosa fa? Sfrutta le caratteristiche dei calciatori che ha a disposizione».

È convinto che prima o poi cambierà di nuovo la regola del portiere.

«Se continueremo così, credo che si arriverà a vietare il passaggio al portiere anche se non la prende con le mani. Nessuno ci ha ancora pensato ma cambieranno il regolamento. A volte è esasperante. Diventa difficile riuscire a pressare il portiere. Noi ogni tanto ci proviamo, però è un rischio troppo alto. Il Napoli è una squadra che fa una pressione alta, perché la vogliamo fare alta, ma quando fai una pressione alta c’è il rischio che devi coprire tanto campo. Un conto è fare pressione nella tua metà campo, un conto è farla sul portiere avversario. Devi tenere i difensori sulla riga di centrocampo con una metà campo tutta scoperta. Se la pressione ti viene male, è gol. E all’inizio, infatti, col Napoli abbiamo subito due tre gol col campo completamente aperto. E allora abbiamo detto: aspettiamo un passaggio, in modo che sia già complicato per loro giocare verso il portiere e cominciamo la pressione».

Non a caso, il Napoli quest’anno ha segnato molti gol recuperando il pallone col pressing alto, recuperando palla.

Un tempo le regole erano diverse. Cambiarono la regola del fuorigioco proprio “per colpa” del Milan di Sacchi. 

«Una volta era molto più facile. Veniva fischiato fuorigioco anche se il calciatore si disinteressava all’azione. Ricordo che a Madrid, col Milan, mettemmo il Real in fuorigioco 24 volte. Per gli altri era uno stress. Oggi è tutto cambiato. Non ho mai chiesto alla mia squadra di fare fuorigioco, in nessuna riunione. Chiedo di accompagnare con la difesa quando la palla va indietro, chiedo di slittare, di fare pressione sulla palla, ma mai fuorigioco. È molto rischioso».

«L’ATLETICO CERCA MOLTO LA SOSTANZA, POCO L’ESTETICA. MI PIACE»

Pochi minuti di conversazione e siamo già a mai fuorigioco e a un elogio dell’Atletico Madrid. Allora, in riferimento al match di Champions con la Juventus, gli riferiamo dell’ardore di Fabio Capello nell’opporsi all’equivalenza Simeone-brutto calcio.

«L’Atletico Madrid non gioca male, ti fa giocar male. Non ti fa giocare come tu vorresti. Per tanti motivi. Innanzitutto perché sono molto ben organizzati. Ma anche per la loro struttura psicologica. Sono molto aggressivi in tutte le situazioni. Anche con l’arbitro. Nel tempo, sono  migliorati. Adesso giocano più a calcio, anche se giocano un calcio che possiamo definire diverso dalla normalità. Cercano molto la sostanza e poco l’estetica.

A lei piace?

«Sì – la risposta è secca -, è un calcio che mi piace».

A questo punto insistiamo: le piacerebbe che il suo Napoli giocasse come l’Atletico Madrid?

«Io credo che alla fine la qualità del gioco paga sempre, però la qualità del gioco deve essere supportata da tanti altri valori altrettanto importanti che sono la determinazione, la cattiveria in certe circostanze, la personalità, la responsabilità che uno si deve prendere. Quella che voi a Napoli chiamate cazzimma. Mi piacerebbe un Napoli così».

«PERO’ NELLE MIE SQUADRE NON VOGLIO MEZZUCCI»

A questo punto sfoderiamo un nostro pallino. E cioè che il Napoli sembra una squadra troppo educata. E ricordiamo l’episodio di Liverpool, quando non ci fu alcuna reazione al durissimo fallo di Van Dijk su Mertens. Un fallo – diciamo noi – ai limiti dell’espulsione.

Qui Ancelotti difende i suoi e marca una diversità con Simeone: «Nelle mie squadre non vado alla ricerca del mezzuccio. Credo che si debba essere corretti sul campo. Avere cattiveria non vuol dire ricorrere a mezzi che non sono leciti. Mercoledì sera, l’Atletico dopo un minuto dall’inizio della partita aveva già accerchiato l’arbitro. Secondo me, è una strategia. Perché lo han sempre fatto. Una volta addirittura, nella finale di Champions contro di noi (al Real Madrid), quando erano in vantaggio buttavano i palloni in campo per interrompere il gioco. Poi se la domanda è: c’è differenza dal punto di vista caratteriale tra l’Atletico Madrid e il Napoli? Certo che c’è. Dipende anche dalla personalità e dalle caratteristiche mentali che hanno i giocatori. Ma se mi chiedi: “preferisci avere una squadra di carattere o una squadra che gioca bene?” io ti rispondo che preferisco avere una squadra che gioca bene. Se poi hai una squadra che gioca bene e di carattere, tanto meglio».

Qui Ancelotti approfondisce quel che per lui è il compito dell’allenatore. «Io credo che un allenatore debba ricercare la qualità del gioco. Poi l’aspetto caratteriale e la mentalità vincente si creano a poco a poco. È anche attraverso la qualità del gioco che secondo me si riesce a incrementare la personalità dei giocatori. Da questo punto di vista il gioco è una grande spalla. Perché magari hai giocatori che a livello di personalità sono un po’ deficitari, ma se hanno chiaro in mente quel che devono fare sul campo, crescono anche a livello di personalità. Un giocatore che ha poca personalità e che lo mandi in campo senza precise indicazioni tattiche, è un giocatore che non riesce a farti la prestazione. Un giocatore che ha poca personalità ma ha chiarezza su quello che deve fare, acquisisce molta più sicurezza.

E il Napoli, gli chiediamo, quanta personalità ha?

«Il Napoli è una squadra che ha una chiara identità. Quando abbiamo perso l’identità sul campo, quando abbiamo perso questa chiarezza, ci siamo un po’ smarriti. Molto di meno adesso e molto di più nella parte iniziale del campionato. Adesso, obiettivamente, partite sbagliate nell’ultimo periodo ce ne son state poche. Sicuramente Milano».

«LA SOSTITUZIONE DI BALE FU L’ORIGINE DELLA LITE CON FLORENTINO PEREZ»

Ma non c’è una eccessiva retorica sul gruppo dei bravi ragazzi, come se non ci fossero state squadre con giocatori che si odiavano e poi andavano in campo e vincevano. Sembra che un alone buonista circondi il Napoli. Anche lei l’altra sera ha detto: meglio l’altruismo che l’egoismo. È davvero sempre così?

«Non è detto che debbano essere tutti bravi ragazzi, questo sì. L’altruismo, però, in un gruppo è sicuramente un fattore importante. E poi se c’è una cosa che mi fa diventare matto, è l’egoismo in campo. Quando un giocatore deve passare la palla e non la passa. Ho pagato anche in prima persona. A Madrid il motivo che scatenò le discussioni con Florentino Perez fu una sostituzione che feci a Bale in una partita col Valencia. Doveva passare la palla a Benzema che avrebbe fatto gol a porta vuota e invece tirò. Lo tolsi e scoppiò il casino. Il Napoli non è una squadra egoista. Assolutamente no. Forse per un attaccante l’eccesso di altruismo è un limite. Forse. Un po’ di egoismo serve, a patto che non sia esasperato».

Giocatori egoisti, però, non le sono mancati. Pensiamo a Inzaghi

«L’eccesso di egoismo fa male alla squadra. Per un attaccante, un briciolo di egoismo è necessario».

Possiamo dire che è contento del Napoli, però qualcuno potrebbe essere più egoista?

«È brutto dirlo però se gli attaccanti avessero un briciolo di egoismo in più, potremmo ricavarne qualche vantaggio»

Il Napoli. Che cosa manca a questa squadra? Dov’è che può crescere?

«Io credo che sia soprattutto una questione mentale, di esperienza. Ci sono alcuni giocatori più giovani che devono crescere, devono maturare. Alcuni sono arrivati quest’anno come Meret e Fabian Ruiz. Ma penso anche a Zielinski, allo stesso Milik. Devono arrivare al livello di affidabilità e continuità che hanno Koulibaly, Allan, Albiol, Callejon. Si deve riuscire a portare questo gruppo di giovani ad avere la stessa continuità dei più esperti.

Non ha citato Insigne.

«Perché Insigne, Mertens, sono giocatori cui non chiedo la continuità. Come per Ounas, lo stesso Verdi. Con loro cerco il momento in cui devono dare il 100% di quelle che sono le loro qualità. Da loro le pause le accetto. Non le accetto invece da  centrocampisti come Fabian, Zielinski, Diawara. Le loro prestazioni devono essere continue. Però, a proposito anche dell’egoismo, va sottolineato un altro aspetto. Gli attaccanti stanno disputando partite di grande continuità da un punto di vista sia fisico che tattico. Se il Napoli nell’ultimo periodo è molto solido in fase difensiva, è perché gli attaccanti si fanno un cuore così. È difficile nel Napoli trovare un attaccante che non rientra, che non pressa. E probabilmente questa continuità ha tolto loro qualcosa a livello realizzativo».

«COL PSG LA MIGLIOR PARTITA DELLA STAGIONE»

Qual è stata la miglior partita della stagione?

«Col Psg a Parigi. Mi piacque la personalità, la voglia di giocare, di comandare il gioco, di avere chiarezza. Preparammo molto bene la partita. È più facile preparare le partite in Europa che in Italia. Perché a livello tattico da noi c’è uno studio particolare delle squadre avversarie. Ad esempio il Torino ha cambiato atteggiamento rispetto alla partita di andata. Non tanto per il passaggio dal 5-3-2 al 5-4-1. Ma perché i giocatori avevano compiti diversi. Ad esempio hanno spostato Rincon sul nostro trequartista di sinistra per rendere più difficile il nostro inserimento tra le linee. All’estero questo non succede mai. Puoi trovare Guardiola che è un allenatore che studia molto le squadre avversarie, ma in generale non c’è questo studio così dettagliato».

Forse non è un caso che la partita col Psg arrivò dopo la vittoria sul Liverpool, la squadra si sentiva più sicura.

«L’uscita dalla Champions ci ha un po’ frenati da questo punto di vista. Ci ha un po’ demoralizzati. Anche perché siamo stati veramente vicini alla qualificazione. C’è la consapevolezza di poter dire che in quelle sedici squadre che sono passate, potevamo starci anche noi. A livello mentale l’eliminazione ha inciso un po’. Abbiamo perso un po’ di quella verve, di quell’atteggiamento che abbiamo mostrato in quelle due partite contro Liverpool e Psg».

Anche le dichiarazioni di Insigne prima di Zurigo-Napoli hanno colpito. È come se si sentissero obbligati a vincere.

«La responsabilità nasce dal fatto che questa squadra negli ultimi anni è arrivata molto vicina alla vittoria. A un passo dallo scudetto l’anno scorso e questo diventa un po’ frustrante. Però non bisogna perdere la fiducia. Rimango dell’idea che questa squadra è molto vicina a vincere».

«PUBBLICO FREDDINO? ANCHE LO STADIO NON INVOGLIA»

Si aspettava questo clima freddino a Napoli dal punto di vista ambientale? Forse nei suoi ricordi la tifoseria era più calorosa.

«Non lo so. Ci piacerebbe avere più tifosi allo stadio. Forse avremmo avuto qualche punto in più, anche se obiettivamente non è che avremmo potuto farne tanti di più. Avremmo potuto battere Torino e Chievo. Ci sta che in un anno qualche partita in casa non riesci a vincerla. Persino la Juve ha fatto due pareggi in casa. C’è anche da dire che lo stadio è quello che è. Obiettivamente, se io fossi un tifoso del Napoli, non mi verrebbe tanta voglia di andarci. È scomodo per una serie di motivi».

Razzismo, maschilismo, come ha trovato il calcio dopo quasi un decennio all’estero?

«Siamo ancora indietro. Anche sulla battaglia per il razzismo c’è stata una gran confusione. Le cose sono migliorate, ma non perché sono stati presi provvedimenti. Sono migliorate perché gli italiani hanno capito. Ci sono ancora dei rimasugli che secondo me, insistendo, andranno sempre più a decrescere. Ma non c’è stata una volontà politica di affrontare il problema. C’è stata solo molta confusione. Salvini diceva “sono sfottò”; altri sostenevano che “non è un problema dell’arbitro”; chi ripeteva che era un problema ordine pubblico. Però se n’è parlato tanto ed è servito a far cambiare idea a molte persone. Ed è quel che conta. Hanno capito che non ne vale la pena».

E il maschilismo? Ha seguito le recenti polemiche?

«Che dire? Tra l’altro io ho scritto la prefazione al libro di Milena Bertolini ct della Nazionale femminile, la conosco molto bene perché è di Reggio. È un allenatore molto molto competente e intelligente. Ha scritto un libro sulla tattica. Se restiamo ai vecchi codici, ormai superati da tempo, io non potrei parlare di cucina eppure mi piace molto».

Ancelotti racconta che il suo piatto preferito da cucinare è la carbonara. «Rigorosamente guanciale e uovo non cotto. Girai anche un video col cuoco del Bayern. Ma ho provato a cucinare tanti altri piatti, come ad esempio le lasagne. Mia sorella ha trovato un libro di ricette della nonna, scritto a mano da lei. Quando ho qualche dubbio, chiamo mia sorella».

A proposito di famiglia. Lei ha definito Liedholm il suo secondo padre. Oggi è possibile stabilire questo tipo di rapporto tra allenatore e giocatore?

«Liedholm mi metteva soggezione, anche quando scherzava. La mia soggezione era soprattutto una grande forma di rispetto. Non so se ai giovani qui metto soggezione, le relazioni sono cambiate. Una volta c’era una differenza sociale marcata tra il genitore e il figlio, come tra il maestro e l’alunno. Adesso si è tutto accorciato, non so se sia giusto o sbagliato ma c’è meno distanza. Non c’è più quella differenza di ruolo. Anzi dico che è meglio così. L’importante per il calciatore è capire. Alla fine si riduce tutto ad avere rispetto dei ruoli. Posso ridere, scherzare con i giocatori, fare le battute, andare a cena fuori, però poi sono io che devo decidere se giochi o non giochi. E questo tante volte incide nel rapporto, onestamente».

«Io giocavo sempre – ricorda -. Quando non giocavo, facevo fatica a capire le motivazioni. È una delle ragioni per cui solitamente motivazioni non ne do, se non sono richieste. La formazione la comunico il giorno della partita. Quando ho il tempo, due giorni prima della partita, al momento del lavoro tattico, la formazione la provo. Però dopo ruoto i giocatori. Provo sempre due o tre situazioni. Quindi il giocatore non ha ben chiaro se giocherà o meno. Però se c’è il giocatore che ha il dubbio e questo dubbio rischia di incidere sul suo rendimento, magari glielo dico prima. Ma poi li alterno sempre in allenamento. Non voglio avere il giocatore che sa certamente di non scendere in campo. Se sa che non gioca di sicuro, non tiene l’ambiente sano alla vigilia della partita».

Il finale è dedicato al cinema. Ancelotti ne è appassionato.

«Non vado al cinema. Guardo un mare di film, Mi è piaciuto molto “Bohemian Rhapsody”, “È nata una stella” con Lady Gaga. In tv ho molto apprezzato la serie tv “L’amica geniale”».

Non ha ancora organizzato visioni collettive per i calciatori?

«Qua non ancora. Ricordo che a Madrid, prima della finale di Champions, avevo fatto realizzare un video con tutti i familiari che facevano gli in bocca al lupo ai giocatori. Ad esempio al marito, o al figlio, al papà. Un video molto coinvolgente, con tanti bambini. Prima di andare allo stadio, facemmo la riunione in cui spiegai la tattica di gioco e poi mostrai questo video. C’era anche Irina sul divano che faceva gli auguri a Ronaldo».

Il suo attore preferito, è noto, è Robert De Niro.

«Il regalo che abbiamo messo nel contratto è che il presidente De Laurentiis deve farmi incontrare De Niro».

E dei tanti personaggi interpretati da De Niro, quale le sarebbe piaciuto essere?

Qua le risposte sono due. Una è del figlio Davide, non possiamo non riportarla: «Taxi Driver». E non è male immaginare il serafico Carlo nei panni di Travis. Mentre lui, il papà, dice: «Non lo so. Posso dire il ruolo che mi è piaciuto di più: “Il cacciatore”».

Un colpo solo.

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